Una dinastia leggendaria

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BARTOLOMEO PIO

(scritto di suo pugno per la famiglia datato Mango, 20 dicembre 1982)

Dopo aver scrutato nella mia memoria gli anni remoti della mia vita trascorsa, mi proverò, con la scorta di notizie e confidenze avute attraverso i tempi dai miei antenati, a descrivere l’albero genealogico della mia famiglia, che come dirò in seguito, si tratta di un lasso di tempo di circa 180 anni, essendo mio nonno nato nel 1801 ed io, suo nipote, figlio del suo ultimo figlio, nato nel 1900.
Noi proveniamo dalla famiglia Pio vecchio ceppo che fin dai tempi remoti abitava nella Borgata Montà, a metà strada tra Mango e S. Donato, e mio nonno, che si chiamava Battista, venne portato in Prassotere [Località nella valle tra Mango e Neviglie NdR] all’età di 6 anni. Prassotere e la vicina cascina Bardacchino erano già proprietà dei patriarchi di Montà.
Dirò per inciso che dallo stesso ceppo proveniva don Battista Pio, parroco di Albaret[t]o Torre, letterato e storico, autore del libro “La storia di Mango” e tante altre pubblicazioni.
Mio nonno, molto attivo e laborioso, aveva una numerosa famiglia: 15 figli, ma soltanto 9 (7 maschi e 2 femmine) raggiunsero l’età maggiore, gli altri morirono in tenera età. Le femmine si sposarono, la prima a Montegrosso d’Asti e la minore a Neive. Dei 7 maschi, il primogenito, che si chiamava anche Pio di nome (cioè Pio Pio), chiamato alle armi, venne inviato in Francia a combattere, dove cadde nella battaglia di Chambery. Mio padre non l’ha conosciuto. Ed ora cercherò di descrivere la posizione e l’attività degli altri 6 fratelli in ordine di età.

Lorenzo: Esercitava il mestiere di fabbro carradore in paese.
Maurizio: Era fattore e amministratore del Conte Larissè. Mio zio aveva un alloggio nel castello medioevale e si occupava delle diverse proprietà terriere sparse nella zona. Era uno dei tanti fondi del Medioevo andati tutti in rovina.
Con la liquidazione di tutto il patrimonio del Conte, in principio del ‘900, il castello passò di mano alla locale “Cassa Rurale” (una cooperativa agricola sorta anni prima) ma che a sua volta seguì il destino dei fondi, tant’è che nel 1913 il castello venne acquistato da Pio Cesare di Alba (allora non ancora cavaliere) al prezzo di ₤ 2600, che dopo poco lo cedeva al Comune di Mango.
Aggiungerò che mio zio Maurizio era il nonno del Senatore Baracco di Asti, deceduto nel 1965.
Giovanni: Gli era toccata la cascina Bardacchino (attigua a Prassotere). Rimanevano da sistemare gli ultimi tre, e cioè: Giuseppe, Luigi e Raimondo. Pertanto questi decisero di comune accordo di dividersi la cascina Prassotere, di circa 20 giornate, in parti uguali, in quanto esistevano appunto 3 fabbricati che con qualche ritocco e modifica (per quei tempi…) si potevano dichiarare abitabili.

Ma l’atroce destino volle che dopo qualche anno Giuseppe e sua moglie (che erano i genitori di Cesare e Battista) a breve tempo uno dall’altro venissero stroncati dal vaiolo, malattia molto diffusa a quei tempi, lasciando orfani Cesare, all’età di 8 anni, e Battista, 6 anni. Mio padre, che dal primo matrimonio non aveva figli, li prese sotto la sua protezione e cura e fu per loro non solo un tutore ma un padre nel senso più genuino della parola. Bisogna subito notare che i due fratelli, pur nella loro giovane età, dimostravano già un’intelligenza superiore alla media, attivi e dinamici, con un non comune senso degli affari. Per esempio il Battista, all’età di 10-12 anni si dedicava già alla compravendita dei piccoli animali da cortile. Cominciò con un agnello, poi un maialino, in seguito, col tempo, [passò] al commercio dei buoi.
Ma una dote che non mancava ai due fratelli era anche una certa dose di spregiudicatezza, che nel commercio si può dire quasi normale, ma diventa indispensabile quando si vogliono raggiungere certi traguardi.
Mentre il Battista rimase ancora qualche anno in Prassotere, tanto che si è costruito una famiglia, Cesare invece, raggiunti i 13-14 anni, partì in cerca di una occupazione, che trovò subito a Bra come garzone presso un mugnaio. È qui che trovò la sua anima gemella nel vero senso del termine. Era una bella e attraente ragazza che esercitava il mestiere di pescivendola con la sua bancarella sulla piazza del mercato. Le sue condizioni di famiglia dovevano essere molto modeste, e questo si poteva notare dai vestiti che indossava e dalle calze che talvolta mostravano delle … feritoie nel calcagno. E questo me lo confidava una vecchia zia, aggiungendo che quando si sposò il suo corredo consisteva in … 3 calze. Tuttavia come carattere era una ragazza eccezionale, dinamica, attiva, versatile, col fiuto del commercio, e, in quanto a spregiudicatezza, non aveva niente da invidiare al suo futuro marito.
Era una affiatatissima coppia. Come hanno dimostrato i fatti, sono riusciti a gettare le basi di una azienda che nel breve periodo di tempo della sua nascita ha avuto un decollo così vertiginoso da meravigliare gli stessi suoi concorrenti tra ditte prestigiose che avevano secoli di storia. Nel corso di un decennio aveva già conquistato i più importanti mercati nazionali; dopo vent’anni il suo nome era giunto in America e partecipava già a fiere, mostre e concorsi internazionali. Un elogio particolare alla ditta Pio Cesare è stato pubblicato con un articolo del Prof. Bosca sulla Gazzetta d’Alba del 10 febbraio 1982.

Estratto dell’albero genealogico della famiglia Pio, compilato da Flavio Monte, che parte dal 1595

Estratto dell’albero genealogico della famiglia Pio, compilato da Flavio Monte, che parte dal 1595

Credo che i primi tempi fossero duri. Mio padre mi confidava che le prime partite di vino le acquistava a Mango, e da noi incaricava l’impresa dei fratelli Savigliano di Alba che con carri e cavalli venivano a caricare il vino, senza contratto e senza preavviso, ed il pagamento era sempre subordinato alla … puntualità dei clienti a cui era destinato il vino. Certo fu un periodo transitorio, tanto più che mio padre aveva già acquistato la proprietà del nipote, consistente in tre giornate e mezza di terreno a ₤ 1000 la giornata = ₤ 3500 già versate e quindi non era in grado di concedere dilazione nei pagamenti. È da notare ancora che in quegli anni anche lo zio Luigi si trasferì a Neive e pertanto fu giocoforza per mio padre acquistare la parte del fratello con la prospettiva, col tempo, di riportare l’azienda alle dimensioni originali. Certo, con tanti debiti ci voleva coraggio, costanza, essere disposti a sopportare sacrifici e privazioni. In quei tempi pagare debiti era un’impresa che pareva impossibile: le uve a ₤ 3 al Mg, il vino a ₤ 14 la brenta… Mio padre era un uomo eccezionale: un gran lavoratore, paziente, tenace, intelligente, equilibrato e con una moralità ineccepibile.

Per tornare a Cesare, dirò che la sua instancabile attività si era estesa al commercio delle nocciole e dei bozzoli, che spediva ad una filatura di Cortemilia. Ricordo che il prezzo dei bozzoli era di circa ₤ 25 al mg e quando col mio povero padre portavamo (con qualche amico col birroccio) la nostra partita al mercato di Alba, Cesare ci faceva scaricare la merce al suo domicilio e ci faceva fermare a pranzo.
Ed ora parlerò del fratello Battista. Anche lui si era dedicato al commercio, ma la sua attività era la compravendita del bestiame, specie buoi, pertanto cedette la sua parte anche lui a mio padre per ₤ 3500, come il fratello. Pare fosse l’anno 1898.
Nel frattempo aveva acquistato una cascinotta in borgata Luigi, che dopo pochi anni cedette a mezzadria e ne acquistò un’altra sulla direttrice Alba-Neive a 500 metri dal paese. La proprietà consisteva in 10 giornate di terreno e un grosso fabbricato con stalla e cantina. mentre continuava la frenetica attività nel bestiame (e nel frattempo si era associato col Sig. Gallina Felice di Mango) anche lui come il fratello ha impiantato un piccolo stabilimento vinicolo con il commercio del Dolcetto e del Moscato, del quale si occupa soprattutto il genero Ferraris Romeo. Anche il Battista, come Cesare, attraverso il suo eccezionale dinamismo, si è creato una fama in tutta la Langa e anche fuori provincia, tanto che era considerato uno dei più rinomati e prestigiosi operatori del settore.
Nel 1921 si era trasferito a Neive, dove aveva acquistato un grande fabbricato adibito a cantina e stalla, per continuare a volgere la sua attività fino al 1937, anno in cui un infarto mise fine alla sua esistenza.

Raimondo Pio e Rosina Colla, genitori di Bartolomeo

Raimondo Pio e Rosina Colla, genitori di Bartolomeo

In quanto a noi, mio padre si risposò nel 1892: nacquero 6 figli, 3 maschi e 3 femmine, di cui 2 fratelli e 2 sorelle sono già passati a miglior vita. Quindi siamo ancora due superstiti, mia sorella Teresa, nubile, nata nel 1905, che sta in paese, e il sottoscritto, nato nel 1900.
Anch’io ho avuto una famiglia numerosa e, grazie a Dio, sono tutti in salute e decorosamente sistemati. In Prassotere è rimasto un figlio che, a sua volta, è padre di un maschietto che fa bene sperare per il proseguimento di una leggendaria dinastia.

Bartolomeo si trova al centro, con la moglie Luigia Stella alla sua sinistra, il fratello Battista e la moglie di questi, Giuseppina Culasso, alla sua destra. Quattro dei bambini sono suoi figli; la piccola in primo piano è una nipote, nata dall’altro fratello Giuseppe

Bartolomeo si trova al centro, con la moglie Luigia Stella alla sua sinistra, il fratello Battista e la moglie di questi, Giuseppina Culasso, alla sua destra. Quattro dei bambini sono suoi figli; la piccola in primo piano è una nipote, nata dall’altro fratello Giuseppe

Nota di Silvia Pio: Mi ritengo molto fortunata ad aver conosciuto mio nonno Bartolomeo, detto Berto, insieme alla nonna Luigia, detta Vigina, e avere a lungo goduto della loro presenza. Mi spiace di non aver fatto loro tutte le domande che ora non trovano risposta, ma quando si è giovani non si pensa al passato di famiglia.
In questo suo documento, il nonno si dilunga a raccontare la storia e il successo di suo cugino Cesare, di quarant’anni più anziano, che evidentemente ammirava. Pio Cesare ha creato un’azienda vinicola conosciuta in tutto il mondo, fondata nel 1881, che porta ancora il suo nome.
Il nonno e i suoi figli mancavano della spregiudicatezza necessaria per tali imprese, anche se tutti se la sono cavata bene lavorando in proprio oppure occupando posti di responsabilità come dipendenti. L’unica ricchezza che ho visto creare e scambiare in famiglia è stata quella che loro chiamano “affetto”, un sentimento viscerale che li univa e che ci hanno passato; quindi più che una dinastica leggendaria ci sentiamo una tribù con il sangue che a volte scorre all’unisono.
La cascina di Prassotere e la terra sono state vendute a causa di una serie di circostanze. La dinastia continua in soli cinque pronipoti, alcuni nati di recente. È anche per loro, e per gli altri pronipoti che non portano il nostro nome, che sto raccogliendo queste testimonianze e notizie.

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