Luciano Bianciardi, un anarchico a Milano

Foto da Wikipedia

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LAURA BONFIGLIO

Così lo appellò Indro Montanelli offrendogli un lavoro presso il Corriere della sera, lavoro che lui rifiutò. Stiamo parlando di Luciano Bianciardi, nato cento anni fa, esattamente il 14 dicembre 1922, a Grosseto.
Scrittore, giornalista, traduttore, bibliotecario, attivista e critico televisivo divenne famoso per il romanzo La vita agra, da cui il regista Carlo Lizzani ne trasse un film con Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli.
Il romanzo parla di un certo Luciano Bianchi che svolge il ruolo di addetto ai servizi culturali di una miniera nella bassa padana.

Nel periodo in cui Luciano sta svolgendo questo lavoro accade un incidente molto grave nel quale perdono la vita 43 minatori tra i quali rimane ferito gravemente anche Libero che è grande amico del protagonista.
Questa è una tragedia annunciata perché Libero aveva già denunciato che le cose non andavano bene in miniera dopo il taglio di investimenti sulla sicurezza ma il proprietario non aveva fatto nulla per risolvere il problema.
Luciano decide di partire per Milano con una missione, cioè di far esplodere il grattacielo dove ha la sede la società che ha causato la morte dei suoi amici.
Luciano però viene catturato dalla città che non è ancora una Milano da bere ma si sta modernizzando; succede poi che si innamora ricambiato, di una giornalista, anche se è già sposato ed ha un figlio.
Va a vivere con la compagna in una modesta pensione e campa facendo traduzioni, che lei batte a macchina; è una donna impegnata politicamente che però sacrifica la vita per Luciano.
La moglie intanto va a trovare il marito a Milano ma lui riesce a tenere nascosta la relazione amorosa.

Accusato di imprecisioni nelle traduzioni viene licenziato, dimentica il progetto dinamitardo e trova lavoro nel mondo della pubblicità; si inserisce nella vita lavorativa milanese diventando produttore e creatore pubblicitario per la stessa impresa che ha causato la tragedia dei minatori.
La società mineraria si occupa anche di prodotti chimici, farmaceutici e della neonata plastica e lo richiama per farlo diventare responsabile del marketing aziendale.
Diventato manager dell’azienda che voleva distruggere, viene abbandonato dalla compagna.
Commedia amara perché il destino di Luciano parte in una direzione deragliando poi in un’altra.

La vita agra fa parte della Trilogia della rabbia, insieme a Il lavoro culturale e L’integrazione.
Tutta l’opera di Bianciardi ha come tema fondamentale la ribellione verso l’establishment culturale, a cui peraltro apparteneva.
L’analisi dei costumi sociali nell’Italia dell’immediato dopoguerra fino al boom economico è lucida e attenta; un paese che ha saputo scrivere una costituzione bellissima ma che è già soffocata dalla burocrazia, da una amministrazione dove ancora si annidano vecchi fascisti che si sono solo rifatti il make up.
Ne Il lavoro culturale, che è ambientato a Grosseto, gli eruditi locali si occupano dei documenti, le cosiddette” filze” con “bovina cretineria”.
Racconta un mondo dove moltissimi scrivono e pochi leggono, dove sono i libri che cercano il lettore. Crea personaggi memorabili come il giovane prete che durante una predica sulla flagellazione di Cristo suscita il pianto delle parrocchiane ma poi pronuncia queste parole: «suvvia figliole non piangete che forse non è nemmeno vero».
L’ambiente è quello della provincia, che da luogo arretrato diventa un luogo di progresso, con ritmi di vita più lenti, dove la socialità e la solidarietà sopravvivono.
Nelle piccole città si osservano le cose con più attenzione, i personaggi sono meno massificati, è più facile centrarli. Forse un po’ più protagonisti, dirà il cantautore Paolo Conte, descrivendo con grande maestria la provincia italiana.
Al contrario di Roma che è luogo di facili promesse, di intellettuali e parassiti.
E di Milano, così vicina alla Svizzera, sede di fabbriche e di grandi giornali ma dove gli uomini non vivono più in comunità.
Nascono gli intellettuali di partito, educatori delle masse, ma lontani sia dagli operai che dai giovani.

Da qui ha origine la grande delusione di un’intera generazione, che ne ha viste tante, dalla guerra alla tragedia di Ribolla; quei morti erano il segno di una sconfitta con il sapore rancido Biedermeier.