Nel nome dei padri: “Nìvole da prim” di Remigio Bertolino

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GABRIELLA MONGARDI

Ripeness is all – sostiene Shakespeare – e maturità significa ritrovare o riconoscere i propri padri, confrontarsi col padre, come fa Remigio Bertolino in questa sua ultima raccolta, Nìvole da prim, Nuvole di primavera, Interlinea edizioni, Novara 2019, che ne segna la piena maturità letteraria. I versi sono infatti affollati, oltre che di nuvole, di figure paterne, dai “padri” poetici, i trovatori provenzali – come Bertran de Born o Marcabru esplicitamente citati – al padre anagrafico, a cui è dedicata fin dal titolo la quarta delle cinque sezioni in cui è suddivisa l’opera, ma che è ben presente anche nella terza, eponima. Ed è di un padre anche la voce straziata che si rivolge al figlio morto nella prima sezione, il poemetto Cenere e silenzi, mentre nella seconda, Pastore, chi parla è un giovane pastore a contatto con la silente bellezza della montagna e la grazia delle nuvole “beate di luce”, che «posano la testa, quiete, / su cuscini di silenzio». L’ultima sezione, Bagliori, è la più varia, come se l’autore volesse riunire nel congedo tutte le figure, le scintille del suo mondo poetico, mai così intensamente espresso.

Con questa silloge Bertolino si conferma davvero “l’ultimo dei trovatori” – secondo la definizione folgorante dell’amico critico Giannino Balbis (si veda G.Balbis, Remigio da Montaldo, l’ultimo dei trovatori, in AA.VV., L’universo di Remigio, “troubadour del sogn”, edizioni Gli Spigolatori, Mondovì 2014), in quanto per scelta linguistica e pratica poetica si inserisce deliberatamente e consapevolmente in una tradizione letteraria di nobili ascendenze medioevali, la poesia in lingua d’oc, che come un fiume carsico ha attraversato i secoli ora inabissandosi ora affiorando (con Frédéric Mistral e Bep Rous dal Jouve ad esempio), al di qua e al di là delle Alpi. E adesso ha in Remigio Bertolino un nuovo, altissimo erede, uno dei custodi che troverà il prossimo “agitando il legno ardente sfilato dal mucchio di rami secchi accanto a sé” (Kafka), un tedoforo che ravviva scintille destinate a durare “come i soli” (Dickinson): non per niente l’opera si chiude con Bagliori – e belluja, favilla, è l’unica parola provenzale che compare nel testo.

La poesia di Bertolino nasce letteralmente dal “trobar”, nel senso etimologico di “tropare” cioè fare tropi, parola di origine greca che indica in generale le figure retoriche di spostamento del significato, e in particolare i traslati per eccellenza, le metafore. Il suo però non è né un trobar leu (poetare chiaro) né un trobar clus (poetare oscuro), per parlare come gli antichi trovatori. Le sue poesie sono sì costellazioni di metafore audaci, originalissime, ma naturali, non astruse né tantomeno incomprensibili, anche perché il poeta procede per gradi, in modo che il lettore abbia il tempo di familiarizzarsi e di “imparare” il suo idioletto, man mano che sfoglia le liriche. Si prenda per esempio il piemontesismo luglienga: il termine viene usato dapprima in senso denotativo, a indicare una varietà di uva bianca che matura in estate e solo in seguito “slitta” sul piano connotativo, in un cortocircuito percettivo con le stelle: «Ora la mia luna cala./ Allungami la mano / dal ballatoio del cielo / dove splende – matura – / la luglienga delle stelle».

Bertolino applica fedelmente la legge delle “corrispondenze” baudelairiane: se la Natura è una foresta di simboli familiari all’uomo, dove profumi suoni e colori si rispondono, allora è “naturale” vedere la luna «che lievita / come una pagnotta d’oro / sulla madia della Molarissa», o sentire che «dice le preghiere / il vento della sera / un attimo in ginocchio / prima di scuotere l’abetaia» o domandarsi «Che cosa scrivono / sui fogli trasparenti / dei vetri / le mosche / in corpetto nero?», e via dicendo. È una natura animata quella di Remigio, ma non per proiezione di un io lirico antropocentrico che deborda e riempie di sé il mondo, al contrario. Il poeta si fa umilmente specchio del mondo esterno, mette la sua voce al servizio di ciò che non ha voce e di chi non ha voce, si pone in ascolto dei silenzi della natura e della storia: il silenzio della luna e delle case vuote, della nebbia e della sedia impagliata, del cosmo e del microcosmo di Montaldo, e li “traduce” nella sua lingua, o meglio nelle sue lingue, scomparendo dietro le parole che forgia. È così che diventa, come il poeta provenzale Arnaut Daniel cantato da Dante, “lo miglior fabbro del parlar materno”; è cosi che la poesia diventa Poesia, cioè grazia: non più parola di un singolo artefice che, per quanto ispirato, parla per sé e per i pochi che lo conoscono, ma linguaggio universale, atemporale, eterno. In questo senso, non c’è poesia meno dialettale di quella di Bertolino: per quanto affondi le sue radici in quell’ibrido occitano-monregalese che è il dialetto montaldese, non ha niente di folclorico o regionalistico, ma è, semplicemente, pura, grande Letteratura.

La novità di questa raccolta, rispetto alle precedenti dominate da atmosfere invernali, è il titolo così arioso e primaverile: Nìvole da prim – che riprende quello della sezione centrale del libro, come s’è detto. Non che sia assente l’inverno: Inverno si intitola la lirica di chiusura dell’opera, e potentissimo è l’Assedio dell’inverno nella poesia omonima, ma maturità implica anche un cambio di prospettiva, che si coglie chiaramente proprio in questa raccolta, dietro il simbolico “cambio di stagione”, e in particolare in questa sezione. Dominata dalla figura del padre fin dalla lirica d’apertura, Nuvole di Pasqua, che canta l’attesa e l’arrivo della primavera, contiene sedici quasi-haiku che, come spiega il poeta stesso nella preziosa Nota ai testi, sono stati composti nella vigna, “su quella collina che svetta nella tremula luce dell’infanzia”, dove si recava “in una sorta di pellegrinaggio alla memoria contadina” del padre.
Sempre nella Nota leggiamo che il titolo è «un riverbero del “mondo fluttuante”», e capiamo: Bertolino coniuga Oriente e infanzia, nuvole e padre, non solo nei quasi-haiku ma in tutta la terza sezione – e a ben guardare in tutta la raccolta. E come i giapponesi hanno fatto del “mondo fluttuante”, della coscienza dell’inconsistenza, della fugacità, dell’effimero, un linguaggio artistico di grande suggestione, così Bertolino con le sue figure di parola (e, nel dialetto, anche di suono) tras-figura il negativo del vivere, lo riscatta e ne fa dono di bellezza.
Il ritmo intimo del suo discorso poetico è nell’oscillazione, nella tensione tra forza ascetica della volontà, sottesa al labor limae su immagini e stile, e abbandono all’Essere e alle acque della Poesia: da un lato il poeta si ostina a fissare in parole sensazioni ed emozioni di un istante; dall’altro impara, dalle nuvole, ad accettare l’evanescenza, la mutevolezza di tutto, e la sua “rabbia” si dissolve nel vento come il fumo della sigaretta, mentre il padre invecchia “sotto lenzuolate di lune…”.  È l’estremo, importantissimo insegnamento dei padri ai figli: essere modelli di (buon) invecchiamento – per questo si ha sempre bisogno di padri…

Questa tensione è raffigurata con struggente nitidezza in Voce di ruscello:

A volte guardo
– o meglio ascolto –
l’acqua del ruscello
– traccia di luce sul prato.

Una lingua così chiara
– nuvole a specchio –
che rime misteriose bisbiglia
ai salici, a me, chini sull’argine.

«Aspetta» le dico
quando una strofa
più oscura delle altre
mi ronza nelle orecchie.

Ma lei scrolla la capigliatura
– un’onda d’argento –
e una strofa aggiunge
che mi rapisce.

«Rubi al cielo
queste rime angeliche?»
«Da profondità di terra
mi faccio sorgente di luce.»

Sembra dirmi voltandosi
ma già una nuova strofa
scivola via fra denti
di candide pietre.

Il poeta  dialoga con il ruscello, si protende dalla riva con la massima concentrazione per fermare sulla carta le misteriose rime dell’acqua, le strofe oscure che lo innamorano scivolando via a ondate fra le pietre: la “lingua” del ruscello, specchio delle nuvole, è inafferrabile come loro, è immagine del “mondo fluttuante”. La poesia deve abbandonarsi al fluire della vita per farsi, «da profondità di terra», «sorgente di luce», come l’acqua del ruscello. Come i versi di Remigio Bertolino.

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