Non so, cappotto rosso occhi chiari

occhi-chiari

EVA MAIO

A volte l’amore impone alle mani di farsi deposito di bellezza, cura e ricordi.
Gli occhi un po’ le guidano un po’ si lasciano guidare.
L’ accordo dei quattro assedia la sorte ingiusta perché la bellezza vinca.
E vince l’amare.
Che è la stessa cosa.

Era lustro il pavimento quella volta
e lo guardavi.
Lo guardavi e aspettavi il tuo turno.
Non aveva la cera
ma come una patina di albume
da montare: il rosso sapeva d’antico
il grigio era grigio e basta.
Lo guardasti a lungo.
Troppo a lungo.

Era lustra la fronte del dottore
capitato sulla porta quasi di getto a dire:
- Entri pure. – Svolazzava
il suo camice spiegazzato e bianco
un bianco non proprio bianco.
- Avrebbe bisogno d’una stirata – pensavo.
Fu un presentimento.
L’amore fa accadere questi lampi
di anticipazione.

Sono tuo marito ed entrerei anch’io.
Sono tuo marito e proprio io gli ho telefonato:
al dottore giovedì sera
appena il giorno dopo il fatto
ho riversato tutta la mia apprensione.
Sentivo il suo respiro
attento forse già intriso
di compassione o laica pietà.

Il fatto è stato che con la biro
volevi aprire casa
con una piccola Bic scovata in tasca
insieme alle chiavi.
Le chiavi me le porgesti.
La Bic col suo cappuccio nero
sfrontata non s’adattava
alla tua intenzione.

E ti arrabbiasti
che l’impresa non riusciva.
Provavi e riprovavi
con foga e rabbia.
Poi ci fu l’attimo
in cui ci guardammo smarriti:
increduli sospesi
con annaspi in un dolore immenso
nuovo.

Senza contorni certi
fu un disperato presagire
a farmi vomitare
subito dopo
e tu in cucina già a trafficare
mi dicevi – non so con quanta convinzione –
“A volte alla mia distrazione
non so dare un limite.
Ed anche all’ansia.
Mio caro, invecchiamo…
Le donne – dicono – prima.”

Stamane ti sei vestita bene
con un cenno di rimmel come sempre
e i tuoi begli occhi chiari.
Hai parlato con senno.
Ti stai muovendo come sempre
con quella tua eleganza che m’ha avvinto.
Mi avvinse d’inverno:
era gennaio e il tuo cappotto era rosso.
Il tuo naso anche e sorridevi.

Bella anche col naso rosso, allora.
E poi sarà così:
bella anche col pannolone
bella che non usi più il coltello
bella che non mi riconosci a volte
bella che ti perdi nella stanza
bella che canticchi scemenze
tu, figlia di un serio robusto
partigiano doc.

- Potrei sempre stirare io
il giovedì il suo camice, dottore.
È il mio giorno di riposo.
E ho la lavapiatti nuova di zecca –
Mi guarda con gratitudine
che l’ho comprata per lei
la lavapiatti della migliore marca
perché lo sa lei quanto
sono ancora innamorato.

Era filato liscio quel colloquio.
Era padrona di sé
garbata e attenta
forse un filo di ansia nella voce.
Ai saluti senza tanti convenevoli
quell’uscita dello stirare
del giovedì di vacanza
dello stirare con la lavapiatti nuova.

Ormai è in pensione da sette anni
e tutti i giorni liberi.
La lavapiatti è vero è nuova
ma inservibile per stirare
e le Bic inservibili per le porte
e quel volto grato di bambina come se fosse Natale.
Un volto grato di bambina
che si sta perdendo.

Le do mano.
E la sua pelle smuove in me
desiderio d’altra pelle ancora.
Sento che sta diventando vetro
fragilità infanzia capricciosa
forse ribelle eppure di lei
ho ancora fame
dei suoi occhi lucenti ho fame.

Le ho dato mano per sette anni.
Allo studio con quel pavimento lustro
per cinque anni pieni.
Al centro Alzheimer per 48 mesi.
Al bagno per 26280 giorni.
Dalle amiche perché non diventasse isola
tre volte a settimana i primi tre anni
poi due volte, poi solo in casa per mano.

Le mie mani sono affollate di ricordi.
Non sono belle come le sue.
Sono diventate sempre più vive
sconfinate
capaci di sentire il cielo.

Affollate di ricordi.

Quella volta tra sabato e domenica
era giugno e non avevi dormito
neppure un’ora.
Capitò altre volte,
ma la prima – la ricordo bene –
volevi portare i bambini al mare.
E volevi cercare nei cassetti i costumini
e secchielli e palette nello scantinato.
Ed i bambini avevano 26 e 31 anni.
Te lo dovevo dire.
Ma come?
Che loro fossero uomini già fatti
a tratti lo sapevi.
Ho dovuto portarti alla finestra
a constatare la luna
e che è ora di dormire.
Ma dopo qualche minuto
riprendevi a dire
che era ora di prepararsi
per il mare.

Sapevi a strappi le cose
reali.
A strappi la nostra vita.
Frantumato il tempo
a volte dilatato
o un punto.
Tutto un po’ sospeso.
Ed il linguaggio
da futurista dietro queste sospensioni
rarefazioni
o intensificazioni vivide
d’un sogno.

Quelle settimane all’ospedale
senza un sorriso riposato
le lunghe dita a tamburellare
sulla coperta.
Poi a casa sulla poltrona
- Voglio essere buona, aiutarti
ma tu mi cogli sempre di sorpresa
e mi fai piccole piccole le asole:
come posso vestirmi? -

E ci fu il tempo
- qualche settimana, poi passò –
che avevi messo su una voce stridula
per dire due o tre parole soltanto
- Il mio cuore piagnucola.
Sono stanca. –

A custodire quel cuore
a tratti fui stanco anch’io.

Le mie mani sono affollate di ricordi.
Le mie.
Le tue non le ho più
a portata di carezza.

Ora
solo righe imperiose
di ricordi.
La pioggia sottile indifferente
cade dove tu dormi tranquilla
senza più frasi sconnesse
da mormorarmi
senza più visite dottori
nuove pastiglie.

Hai sfondato una soglia
sfrondato l’eccedente
abbracciato l’essenziale.
Sono io a rimanere senza abbracci
e tutti noi
qui
sotto la pioggia sottile indifferente
a salutarti
a pregarti
una preghiera senza parole.

A salutarti per tante sere
ancora e tu non più
a portata di carezza.
- Ciao occhi chiari
Lo ricordi quanto m’han rapito?
Perfino da smarriti e opachi
o col brillìo come se avessero la febbre
m’hanno rapito.
Ciao occhi chiari e cappotto rosso,
ricordi il treno la bici
e quegli appuntamenti
col blu cobalto di sere corte
intense e piene
ed io in affanno
che sete già avevo del domani?
Tanti domani.
Quanti?

Ciao occhi chiari e cappotto rosso,
ne abbiamo avuti di domani
schietti con attorno boschi
odor di carbone fabbriche brulicare
di pullman con gli operai le operaie e il mare
spostato un po’ in là
e i figli e le foto
le pile di quaderni i nuovi sussidiari
le feste di paese… -

Lustra vuota questa stanza
muta questa casa
senza i tuoi occhi chiari.
La guardo
e aspetto
la stringa lunga dei ricordi
a fare il DNA delle mie ore.

Non so fino a quando la sera
metterò il tuo DVD
preferito – Via col vento –
e tamburellerò le dita sulla poltrona
verde, la tua.
Non so quanto letargo
cullerà il mio dolore.
Non so, cappotto rosso occhi chiari.

(Illustrazione di Franco Blandino)