La storia dell’Omocausto

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FRANCESCO BENNARDO

Le celebrazioni per la Giornata della Memoria sono state per tanti anni esclusivamente appannaggio soltanto di una delle minoranze martoriate dalla Germania nazista, ossia quella ebraica. Noi oggi sappiamo che il genocidio degli ebrei non fu l’unico (solo nel Novecento ce ne furono altri tre: quello contro gli Herero, una popolazione della Namibia sterminata dal Secondo Reich all’inizio del secolo; quello contro gli armeni, effettuato dagli ottomani durante la Prima guerra mondiale; quello, non riconosciuto da tutti gli storici, contro i cinesi – e in particolare contro gli abitanti della città di Nanchino – ad opera dei giapponesi nel 1937-1938) né il più cruento, giacché si stima che lo sterminio degli amerindi compiuto dagli spagnoli e in misura minore dai portoghesi nel corso del Cinquecento abbia causato almeno 50 milioni di vittime. A dispetto di ciò, tuttavia, alcune correnti di pensiero organiche alla destra israeliana propugnavano l’unicità della Shoah ebraica e addirittura si usava un termine, “Olocausto”, che è storicamente errato poiché esso designa un sacrificio rituale – tale parola significa “interamente bruciato” – mentre i nazisti uccidevano gli ebrei per motivi razziali, non religiosi. Anche se nei libri di testo si è fatto qualche passo avanti, Olocausto rimane un lemma più utilizzato di Shoah – che invece significa “catastrofe”, “distruzione” e che sarebbe più indicato – tanto che il termine Omocausto, volto a indicare la persecuzione della comunità LGBT, è nato per assonanza.

Quello che una Giornata della Memoria non deve assolutamente fare è considerare alcune vittime degne di essere ricordate e altre no. Ed il senso di ricordare l’Omocausto è proprio questo: riscattare una situazione storica e storiografica in cui la comunità LGBT è stata a lungo ignorata. Si può fare l’esempio del caso francese: nel 2002 il giornalista e militante gay Jean Le Bitoux scrisse un libro, Triangolo rosa, in cui documentò come per tanti anni gli omosessuali che volevano commemorare in modo palese le proprie vittime dovettero subire l’ostilità non solo dell’estrema destra ma anche di alcuni ex internati, i quali evidentemente – imbevuti a vario titolo di omofobia – non avevano sviluppato un sentimento di solidarietà verso i gay. D’altronde in Francia si è cominciato a parlare di Omocausto solo tra gli anni Sessanta e Settanta ed ancora nel 1994 il segretario della Federazione Nazionale degli Internati e dei Deportati Pierre Eudes asseriva che gli omosessuali nei lager erano quasi tutti pedofili e che pertanto non si dovevano commemorare. Ovviamente, se allargassimo il discorso alle altre nazioni, in primis – come dirò tra poco – alla Germania, la questione non cambierebbe. Ci si potrebbe chiedere perché la comunità LGBT abbia subito questa “memoria negata”. Io credo che ciò sia avvenuto principalmente per tre motivi; il primo è che, banalmente, essere antinazisti non significa automaticamente essere gay-friendly: le leggi omofobe – tra cui il famigerato paragrafo 175 – rimasero in vigore anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale, senza contare l’omofobia insita nel cittadino medio, che certamente precedeva di molti decenni l’avvento del nazismo. Quei pochi e coraggiosi militanti LGBT che rivendicavano il diritto di avere uno spazio nella Giornata della Memoria non trovarono quindi nessun alleato disposto ad aiutarli. Dico “pochi e coraggiosi”, e qui vado al secondo motivo, perché la comunità omosessuale è stata una delle poche – se non l’unica – a non pubblicizzare in massa quello che aveva subìto, probabilmente per timore di scatenare una campagna d’odio ai propri danni (questo ragionamento, sia detto tra parentesi, è simile a quello che oggi fanno alcuni gay che dicono: “Non facciamo il pride: è esibizionismo, se lo facciamo ci odieranno di più!” e che è stato categoricamente smentito dai fatti). A parziale discolpa però bisogna aggiungere, e qui mi collego alla terza motivazione della “memoria negata”, la difficoltà per gli omosessuali dell’epoca di “fare comunità”: mentre l’ebreo è tale perché ha almeno un genitore ebreo, e quindi anche almeno un nonno ebreo e probabilmente zii e fratelli ebrei, la lesbica e l’omosessuale essendo figli di etero nascono soli, venendo spesso – soprattutto nei tempi passati, ma come tristemente sappiamo anche al giorno d’oggi – ostracizzati dalla famiglia e dagli amici. Per questo è importante, dal mio punto di vista, che l’Omocausto venga commemorato: in primo luogo per ricordare ma anche per ricordarsi, cioè scoprire quello che si era, conoscere la propria Storia, imparare dai propri meriti e riflettere sulle proprie lacune.

Ieri ad Alba si è tenuta una conferenza sull’argomento. Ecco la mia relazione completa:

La storia dell’Omocausto