Mondovì: la storia.

LORENZO BARBERIS

Bella presentazione, venerdì 19 maggio, della nuova importante iniziativa editoriale dell’Unione Monregalese con partner importanti, per creare una nuova storia della città in grado di coniugare taglio divulgativo e autentico rigore storico. Dodici fascicoli settimanali in omaggio, che riuniti ci restituiscono un quadro agile ma dettagliatissimo della storia della nostra “piccola patria”, un testo che – per quanto visto finora – non è solo affascinante per il cultore adulto della storia locale, ma sarebbe molto buono (e questo è molto raro, in ambito locale) per un uso didattico.

Qui tutti i dettagli dell’iniziativa, che è partita da Massimo Pellegrino, dirigente in editoria a Milano, e Barbara Franco, titolare di studio di comunicazione in città. Tutto nasce dal filologico restauro del Palazzo Fauzone in via Vico a Piazza, che ha portato a riscoprire elementi affascinanti della storia cittadina a volte dimenticati. Sponsor principale dell’operazione le Assicurazioni Generali, presenti con la loro filiale monregalese (“attendiamo curiosi di sapere cosa avveniva a Mondovì nel 1831″, chiosa la responsabile che presenta l’iniziativa).

Come ricorda il direttore del giornale, don Corrado Avagninala redazione dell’Unione nel suo insieme ha accolto con entusiasmo la sfida, impegnandosi al massimo nella realizzazione di un progetto editorialmente e graficamente impegnativo, per quanto gratificante per la resa. Mondovì ha in effetti “un grande futuro dietro le spalle”; e anche l’assessore alla cultura Mariangela Schellino riconosce che ci vuole un nuovo scatto d’amore per questi “monumenti oggi un po’ decadenti” che ci ricordano un grande passato cui è difficile essere all’altezza (“Siamo nani sulle spalle di giganti”, direbbe l’Adso da Melk del Nome della Rosa di Umberto Eco).

La grafica del volume – di alto livello – ricalca nel raccoglitore delle schede settimanali il Libro Rosso di Mondovì, un preziosissimo documento – due copie ne conserva tutt’oggi il comune – che raccogliendo leggi e statuti comunali era una garanzia di autonomie da tutelare gelosamente, con puntigliosa perizia giuridica. Come ricorda Giancarlo Comino, che firma come storico la parte dalle origini all’Ottocento (dove finisce la Provincia di Mondovì, e inizia un netto ridimensionamento, se non declino, dell’importanza strategica della città), la Mondovì rinascimentale contava più di quaranta notai, quindi tutt’altro che un carducciano “comune rustico” come lo volevano il Berra e altri storici un po’ “riduttivisti” del ruolo della città.

I notai medioevali erano in fondo più potenti dei sovrani, perché loro tessevano la fitta cotta di maglia giuridica in grado di difendere le autonomie del libero comune, del Monte Regale. Solo all’apparir dello Stato Assoluto secentesco l’autonomia comunale cadde alla fine miseramente, avviando la fine dello splendore monregalese. Gli abitanti rimasero più o meno ventimila: ma quelli che a inizio Seicento rendevano Mondovì la prima città del Piemonte, oggi la rendono una cittadina come tante.

Ernesto Billò, che cura i fascicoli dell’Ottocento e Novecento, sulla scorta della sua ineludibile opera “Cento e più anni a Mondovì” e “Mondovì in guerra e in pace” scritta a quattro mani con Albino Morandini. Qui, in soli due fasciscoli, la sintesi sarà radicale, ma necessaria: solo il Michelotti (quasi cento anni fa, nel 1920) aveva osato una sintesi globale della storia monregalese: pregevole, ma ormai non più mediabile al grande pubblico.

Il temuto virus russo di questi giorni, ci rivela Billò, ha cancellato i file dal suo computer (magari sarà un virus sovietico, la cui intelligenza artificiale ancora ricorda alcune pungenti Comiche Finali). “Avevo voglia di riscrivere tutto da capo, riscrivere la storia di Mondovì” dice Billò, vagheggiando un’Ucronia. Mi viene da dire: la scriva, professore. Dopo il mistery de “Il diavolo in Piazza”, leggerei volentieri un suo libro di fantapolitica monregalese.

E a proposito di informatica e viralità, notevole anche la promozione mediatica dell’evento, a cura di Giulia Cometto, che ha ideato una campagna social davvero divertente, sulla scia di “Chi vuol essere milionario?”. Un elemento importante, specie quando si vuole mediare a un pubblico vasto (e magari anche giovanile) un contenuto difficile come la storia locale.

Tornando all’Ucronia di Billò, invece, un vero “passato alternativo” lo tratteggia Cesare Morandini, che ha indagato da par suo la storia industriale della città, dal Settecento in poi. Francesco Perotti, il medico che sta alle origini della ceramica monregalese, inzialmente cercava (nel 1804!) giacimenti di carbone, illudendosi anche di trovarne uno presso il Santuario della Vergine di Guarene. Se fosse avvenuto, la storia di Mondovì – e d’Italia – avrebbe potuto essere diversa. Così, niente industria pesante, ma – oltre la ceramica – un buono sviluppo del tessile, con una Mondovì bassa come “grande fabbrica”, ma niente “alte rese”, e quindi uno sviluppo incanalato verso una bassa produttività, che relega in un ruolo di distretto produttivo minore. Conclude Morandini con una paradossale eresia in salsa monregalese: “colpa della ceramica” il mancato sviluppo della città.

Anche in questo Mondovì è una piccola Torino: non solo il grande passato dietro di noi, ma anche il suo culto raffinatissimo e pur intelligentemente nostalgico, Torino si sogna ancora oggi Roma sabauda, e Mondovì si sogna Torino che si sogna terza Roma dei Savoia. Ma in fondo, come ricordano gli ideatori del progetto, il passato può anche diventare un’enorme risorsa per il presente, se correttamente compreso. E, su questo, la nuova Storia di Mondovì può dare una grossa mano.