Storie di cappelli, di paraventi e altro

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MARTA DEL MALANDRINO

Scegline uno
Com’erano belli tutti quei cappelli, com’erano belli!
Sofia li guardò a lungo. Era triste, non sapeva cosa fare.
Aveva camminato tutta la mattina cercando di capire, di non pensare sempre pensieri cupi e quando incrociava delle belle vetrine si fermava e per un po’ stava in pace, immaginando la vita che voleva, con buoni amici, un buon amore, piccole soddisfazioni e tenerezze.
Era rimasta puerile, non accettava il dolore, non accettava di dover crescere sebbene bambina non vedesse l’ora di diventare grande e poter fare cosa voleva, così perlomeno le pareva allora, che i grandi facessero cosa volevano.
Aveva nostalgia dell’infanzia, delle coccole e del sentirsi protetta, eppure voleva anche essere libera, coraggiosa, capace.
Di fronte a quei cappelli si rese conto di essere in trappola, in trappola dentro di sé, e ci soffocava in quel dentro, unico dentro che avrebbe abitato fino a quando non fosse giunta la morte.
«Il corpo, unico mio luogo, non ho altro, ho tutto qui», pensò sospirando sospiri affaticati, sospiri bui.
I negozi eleganti la calmavano, il legno, le luci calde, i colori degli oggetti e degli abiti ben posati e combinati, il luccicare delle glasse sulle torte, lo sfavillare dei vassoi con cioccolati e pasticcini. Ogni volta che curiosava quei posti così gustosi fingeva di essere ricca, di dover scegliere una marmellata, un formaggio ed un vino da portare al pranzo con gli amici, di avere un compagno e dei bambini ad aspettarla a casa, o magari poco più in là a guardare i tabelloni con la programmazione dei cinema, fingeva di essere intelligente, generosa e discreta, mansueta e originale, fingeva di essere slanciata e snella e di indossare abiti e scarpe chic, modi delicati ed aggraziati, fingeva di essere bellissima, ecco tutto.
Avrebbe potuto esserlo, ma non aveva scelto quella via, non si era creata, aveva creduto che le cose venissero da sole, che così come viene la vita, viene il modo di essere. Era una sciocca indolente, non aveva compreso che era necessario impegnarsi e se anche lo avesse compreso – a volte lo intuiva – non avrebbe voluto. Non avrebbe voluto impegnarsi, le costava una fatica che non tollerava, non conosceva disciplina e costanza, seguiva impulsi e sensazioni, non aveva controllo, in fondo non si possono domare le ribellioni, le pulsioni, il sangue se non si hanno precisi geni.
E allora eccola, piccola, disubbidiente, grassa, i capelli secchi, lo sguardo vuoto, stupida, incapace, impregnata di un vittimismo patetico, insopportabile. Sempre a sognare che qualcosa accadesse…

- Quale ti piace più di tutti?

Una voce calda soffiò lieve alle sue spalle. Si voltò, sorrise.
Sarebbe stato un inizio perfetto.

***

Il paravento
Il mio paravento sarà una parentesi tonda

parentesi tonda
per il mio corpo
i miei buoni ricordi
i miei sogni di quando son sveglia

Il mio paravento riparerà da tutto
fuorché dal vento

Il vento lava il dentro
il mio paravento porta il vento

Mi laverò
mi laverò dentro
e sangue e sogni
e ore e sangue
e sogni e dolore

Respirerò

respirerò

e poi
sarà la vita

sarà il vento

A.d.M.

Ho comprato un paravento, è di legno, è grande, ampio. L’ho comprato al mercato insieme alla stoffa, sotto la neve, neve fitta e leggerissima. A casa l’ho appoggiato al muro della mia stanza, poi mi sono preparata una tazza di the. Avevo vent’anni e pensai che non l’avrei mosso da lì fino al giorno in cui non mi fossi innamorata, innamorata sul serio, per più d’un’ora.
È rimasto in quell’angolo per sette lunghi anni.

Un tardo pomeriggio di uno scuro venerdì d’ottobre telefona un’amica che recita in teatro, allestiscono uno spettacolo e si ricorda che ho un paravento di cui avrebbero tanto bisogno.
- Ne avremo cura, cara, te lo prometto! Una di noi è sarta e può aggiustarlo, se non sbaglio ha la stoffa sgualcita.
- Ma non ne avevi uno?
- Sì, no… È rotto, giuro. Non sta in piedi, non abbiamo tempo ad aggiustarlo ora, non far la stronza. Dai ti prego!
- Non ce l’ho più.
- Due giorni fa c’era, bugiarda. Saranno dieci anni che è là.
- Hai visto male.
- Bugiarda.
Vero, sono bugiarda, sono un’amica stronza e bugiarda. La richiamo.
- Ve lo presto, ma la stoffa ce l’ho già pronta. O quella o niente.
- Brava tesorino! Basta la stoffa non abbia del viola che non voglio disgrazie sul palco, tesoro mio.
- È viola.
- Non è vero!
- È vero.
- In teatro il viola?! Tu sei matta!
- O così o niente.
- Mi uccideranno, lo sai?
- Fatevi furbi, stupidi attoroni superstiziosi.
- D’accordo. Fra mezz’ora siamo in teatro, vieni qua a portarlo, se hai il coraggio. Annuncia a tutta la compagnia che la tua stoffa viola è l’unica possibilità che ci concedi.
- Venitevelo a prendere. Ve lo presto e devo pure portarvelo?
- Ma se sei sempre rintanata lì. Il mondo è qua tesorino! Esciiiiiiiiiii! T’aspetto fra poco, mi raccomando. Dai, che il tempo è poco e qua non si scherza!
La odio un po’ quest’amica allegra che sa stare al mondo come io ho smesso di imparare, come io ho scelto di non fare più, ma c’è sempre, da sempre. Mi è stata accanto in tutti i miei dolori, nei pianti per le morti incontrate troppo presto, nelle paure per esami e colloqui, nella mia sempre più densa solitudine.
Il teatro dista poco, guardo il paravento, è lì da sette anni, non ho trovato l’amore. Mi preparo una tazza di the, lo bevo ancora fumante, è buono, ho messo tanto zucchero.
Carico il paravento sotto braccio e mi incammino silenziosa, piove forte, le foglie gialle s’appiccicano alla suola. Arrivo al teatro, l’ingresso è chiuso ma intravedo la luce di dentro, busso. Busso, aspetto, riprovo, aspetto. Nulla. Suono il campanello, fa freddo, la pioggia cade svelta e la tettoia non basta, mi tiro su la sciarpa, me la tiro in testa e comincio a preoccuparmi, comincio a credere che fatta com’è si è già dimenticata della sua richiesta e se ne sta al bar a bersi un cocktail bello forte «per far la prova generale come si deve, senza ansie da femminuccia, tesoro». Il fatto è che non voglio parlare con nessuno, proprio nessuno.

- Hai bisogno?, alle spalle una voce maschile bassa, sorridente.
Mi volto, c’è questo ragazzo alto, proprio alto, le spalle forti, gli occhi buoni. Balbetto qualcosa riguardo al paravento.
- È bello, dice.
- È vecchio.
- Sei l’amica di Cloe.
- Sì. Dove è?
- Oh, scusa. Entriamo, ci stiamo bagnando tutti. Sono andati via per la cena, han detto che in un paio d’ore torneranno. Io lavoro qua, devo sistemare delle cose, ho preso qualcosa da mangiare a casa, se ti va possiamo dividerlo.
- Devo solo lasciare questo.
- Ti faccio strada. Vuoi una mano?
- No, faccio da me.
- D’accordo. Appoggialo lì. Bisogna cambiare la stoffa eh?
- Sì, appunto, ho preso questa.
- Viola, come le violette africane. Allora ti fermi?
- No, devo solo lasciare questo.
- Ok. Cloe mi ha detto di lasciarti questo», mi porge un biglietto preso dal cassetto del tavolino in entrata.

Pensi davvero ci serva un paravento? Certo che ce l’ho e certo che sta in piedi. Una come me, appena l’ha visto da te, se l’è subito andata a comprare. Credi forse che un’attrice vanitosetta come la sottoscritta non voglia il SUO paravento per i SUOI infiniti cambi d’abito e per sedurre i SUOI… eehm, infiniti, eehm… corteggiatori?
Pensi davvero che la tua migliore amica non abbia mai letto il tuo diario?
Tesorino, questo ragazzo appena conosciuto è il tuo amore, ne sono sicura. Non mi sbaglio mai.
E poi, scusa, ti pare giusto che un paravento non si sia preso da sette anni nemmeno un soffio di aria?
Sono o non sono un genio?

Tua per sempre
fedele e spietatissima Cloe

***

Mia sorella
Si stava svegliando, iniziava a rendersene conto. Teneva però gli occhi chiusi, voleva ascoltare ancora lo scrosciare della pioggia sull’abbaino, se li avesse aperti non l’avrebbe raggiunta così morbido, così melanconico e incantato.
Erano intrecciati, lui aveva la pelle liscia, chiara. Le piaceva starsene lì, al caldo di un piumone e di un corpo palpitante e sconosciuto di cui si fidava.

Tuono.

Quel giorno di un mese prima, là non ci voleva proprio andare, aveva paura. Prese il tram chiedendosi se aveva senso, se davvero era la scelta giusta, e ad ogni fermata se ne voleva scendere. Imprecava contro i suoi istinti ed era certa che avrebbe trovato solo figli di papà, borghesi, sedicenti e compiaciuti figli di papà, era certa che si sarebbe sentita sola, come sempre, e inadeguata, e nonostante questo ad annoiarsi sarebbe stata lei, privata della semplicità e naturalezza che si era illusa a lungo di trovare nei suoi incontri.
Andò proprio così e appena poté scappò da quel posto, dal disagio che le riempiva le ossa, dalla rabbia di essere nata nell’epoca sbagliata, generazione di individualisti tronfi e insensibili.
Solo un volto fra i tanti le piacque, le piacque il silenzio di cui si componeva.
Furono pochi ritrovi cadenzali, poche parole nel caos degli altri, molte impressioni e la certezza che nessuna fosse quella esatta.
Ed ora, eccola lì. Aprì gli occhi: l’atmosfera languida delle stanze nei temporali, il tempo che si ferma, ogni cosa diviene evocativa.
Strusciò la fronte nel suo petto e lui, ancora nel sonno, le carezzò la nuca e le tenne il viso nella mano su cui lei poggiò la sua.
Chi era quel ragazzo? Con che diritto era nella sua casa, nel suo letto, senza sapere nulla di lui, gli anni, le storie, i sogni che lo facevano?
Non le importava, stava bene.
Che ore erano?
Voltandosi lentamente si guardò intorno e sorrise di tutto quel trambusto.
Si alzò attenta a non disturbarlo, andò in bagno, era nuda e non se ne vergognò, forse per la prima volta. Il lavandino era rosso come certe caramelle gommose. Con l’acqua calda e il sapone fece tanta schiuma con cui si lavò la faccia, le ascelle, il seno. C’era il dentifricio al limone, quello dolce che le piaceva, lavarsi i denti appena svegli già le sembrava un inizio stupido, con quelle robacce alla menta, poi, davvero ingiusto.
Vide delle forbici sul ripiano accanto e senza pensarci si tagliò la frangia, poi si raccolse i capelli con un elastico di cancelleria trovato tra lamette, schiume dopobarba, trucchi, tazze e spazzolini.

Tuono.

Preparò un caffè e aspettando si fece l’insulina. Si sedette al bordo del letto con le gambe tra le braccia, si accese una sigaretta e lo guardò. Pensò che poteva mentirgli, poteva trasformarsi in un’altra persona, essere quello che non era. Lo diceva da subito che era bugiarda, così nessuno le credeva, ma lei sapeva che le sue bugie non erano che racconti, fantasie. Le sue bugie erano la magia dell’inventare.

Si vestì e uscì nella burrasca, prese il tram sotto il cielo plumbeo, spaventoso. Si scrisse sulla mano.
Una bimba seduta poco più avanti che la stava osservando la raggiunse e le chiese cosa si era disegnata sulla mano, lei le rispose che aveva scritto una cosa che le piaceva molto e le mostrò il palmo delle mano, la bimba le disse che era troppo piccola per leggere, che doveva leggergliela lei. Leggimela tu per favore.
D’accordo.

Narrare è resistere.

Ma cosa vuol dire?
Vuol dire che dobbiamo scrivere, così non dimentichiamo.
Ma io non sono ancora capace. Però disegno. Disegno sempre mio nonno che fa l’orto e la mia amica Tina che si veste sempre di giallo

***

L’uovo
Erano insieme da tre anni.
Il sedici ottobre trascorreva lento, in silenzio, nella pioggia.
Come sempre aveva lavorato, come sempre era rientrata soltanto a tarda sera e come sempre lui era sotto la doccia e la tavola ancora da preparare.
Un anno prima gli aveva mandato un’agave in ufficio con un invito a cena al ristorante giapponese (lei avrebbe mangiato volentieri la pizza ma lui adorava quei fagottini di riso e pesce che sapevano tutti di acqua di mare).
E l’anno prima ancora?
Aveva cucinato lasagne, arrosto, patate al forno e la sua torta preferita, con il pan di spagna e la mousse di fragole, tra errori di dosi e tempi, maledizioni e corse a ricomprare gli ingredienti. Ma lui, poi, fu felice, sazio e soddisfatto (e se non le aveva comprato nemmeno un pensierino, la sciarpa vista insieme al mercato o i cioccolatini della pasticceria sotto il suo ufficio, era solo perché lavorava tanto, non poteva fare tutto lui, no? No?).
Stavolta lei non accennò a nulla, preparò il pollo mentre lui guardava un film, mangiarono in silenzio, lui disse: C’è troppo curry.
Lei prese il coltello e glielo conficcò in gola.

Il campanello la ridestò dai pensieri truci.
Era la vicina, lui le andò subito incontro, le chiese se voleva bere qualcosa.
- No, grazie. Sto preparando una torta e mi manca un uovo.

Andarono a dormire.
- Carina la nuova vicina, sorride. Tu è tutta la sera che te ne stai imbronciata. Cos’hai? Vieni, abbracciami. ‘Notte amore.
Gli si avvicinò malvolentieri, chiuse gli occhi per ricordare le forme perfette di quella ragazza dalle gambe slanciate e i lunghi capelli soffici e lucenti. Quando lui cominciò a russare profondamente, scese dal letto con attenzione, mise il cappotto, uscì di casa e nelle scale del palazzo salì di qualche piano senza sapere bene dove andare. Solo una porta non aveva nome sul campanello. Bussò.
Venne la ragazza, alta, gli occhi luminosi, come noccioli di nespole.

- Avresti un po’ di torta per me?
- Ti aspettavo. Sono giorni che cerco un modo per fermarti.

***
Marta Del Malandrino su Margutte:
Momò
Le staccionate

Foto di Bruna Bonino

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