Le staccionate

foto di Bruna Bonino

foto di Bruna Bonino

MARTA DEL MALANDRINO

C’è tempo per tutto, sai?
Per mangiare un frutto esotico, camminare nella sabbia calda, scopare, scopare con uno del proprio sesso, invecchiare, prendersi l’influenza, perdere i denti, fare il pane, vomitare, urlare, ridere. Una volta che fai queste cose, si ripeteranno. Amare è diverso. Quando le cose con una persona vanno bene, ad un certo punto, si comincia a dar sempre più per scontato quell’amore. È l’errore più sciocco che facciamo, fattelo dire ragazzo.
Pensaci, te ne fregherebbe poi molto, prima di morire, d’aver mangiato due volte in vita tua un mango? Io c’ho pensato, e no, non me ne fregherebbe niente, un accidenti di niente. Mi fregherebbe solo di essermi lasciato scappare un amore, come ho fatto. Ed è un bel guaio, un gran bel guaio, ragazzo.

Ci sono donne che si indispettiscono parecchio se le trascuri. Fanno bene. Se trovassi uno Smeraldo Gachala non lo trascureresti, no?
Le donne Smeraldo sono poche, poche che nemmeno te lo immagini. Aver la fortuna – perché di quello si tratta, di aver una gran fortuna – di trovarne una e poi lasciarsela scappare è da veri imbecilli. Inciditelo nel cervello, prendi un coltello e segnatelo sulla pelle perché io, io che son più vecchio di te, e ho avuto i miei successi, i miei buoni momenti, sia con la musica che con la macchina, ecco, ora, qui, su questa veranda, io non ho niente in tasca se non questo, il fazzoletto di Matilde. È l’unica cosa che mi porto in giro.
Sono vent’anni che la aspetto. I primi cinque l’ho cercata, poi mi sono arreso, era Matilde del resto.
Mi amava, e me lo diceva, e io me ne son fregato. Allora s’è infuriata. Sai, lei era una di quelle che spaccava le cose quando si arrabbiava forte, una testa calda. La gente pensava che non c’era con la zucca. A me piaceva però, mi piaceva che se ne fregava di tutte le cose a cui ci teniamo legati per avere un po’ di tranquillità. Tranquillité la chiamava, con quel muso insolente, mi faceva sorridere. Le venivano le guance rosse e menava le manine in aria quando le facevi partire il grillo. Non sapeva controllarsi e quello mi metteva paura, mi metteva paura che non sapesse darsi un freno. In realtà ragazzo, era pure capace di trattenerla, quella rabbia. L’ho vista alle feste che beveva e ballava e rideva e nascondeva il dispiacere per certe cose. Era gelosa, per esempio, gelosa forte, e a me non andava.
Ora la vedo diversa quella gelosia, la capisco. Quando tieni a qualcosa fai fatica a prestarla persino al tuo migliore amico, no? Diciamo di no, ma invece sì, perlomeno a me capita. Sai, avere addosso quella stupida sensazione che non te la restituiranno, che non la rivedrai più.
Lei se ne fregava e te lo diceva subito, ti diceva che quella cosa, un libro per esempio, le piaceva tanto leggere, non gliela dovevi trattare male. Ti diceva: «Preferisco averlo qui con me, io ne ho cura».
Alla fine te lo dava, era buona come nessun altro abbia conosciuto, ma erano pochi i fortunati, pochissimi, i pochissimi di cui si fidava.
Ecco ragazzo, lei era gelosa di me come di quel libro ed io ero uno di quei pochissimi di cui si fidava.
Gliel’ho fatta grossa, proprio grossa, non la capivo, rimandavo, e lei s’è offesa. C’ha provato per un po’ a far la brava, un paio di giorni forse, poi mi guarda e mi dice: «Ma io così non sono io, non sono libera».
Sono stato zitto. Ha fatto le valigie, come al solito, ma quella volta se ne è andata sul serio. S’è n’è andata col suo vestitino bianco e i sandali in pelle che le avevo fatto io. Mentre si incamminava se li è sfilati come a ogni litigio, io ho sorriso e ho pensato: Ora me li tira, impreca, scappa, poi fra un po’ ritorna piangendo, chiedendo scusa. O tra due ore urlerà da dietro la staccionata che sono un cattivo perché l’ho lasciata scappare, e pure sotto il sole. «Che poi mi viene mal di testa e tu lo sai, per cui cattivo doppio!».
Faceva così ‘sta matta, scenate.
Non capivo mai se stava male davvero o no. Certo, aveva qualcosa nel sangue che la turbava, sempre. Il passato credo, e me l’aveva detto ragazzo, me l’aveva detto di notte, nel lettone con la finestra spalancata sulle cicale.  Le piacevano, le cicale, stava coricata a sentirle e si addormentava felice.
Mi aveva detto: «Io ti amo sul serio. Sono uno schifo per tante cose, ho paura, è quello che mi frega. Ho paura».
«Ma di cosa scusa?».
«Un po’ di tutto. Però ti amo e sarà così per sempre e devi credermi, devi ricordarlo. Sei tutto quello che ho. È così che voglio».
Era sempre un po’ drammatica e feroce, ma ragazzo, e chi me l’ha mai più detta una cosa così?
Quando muore qualcuno a cui sei legato, piangi per cose che non hai saputo dire o fare o per altre che invece hai fatto e detto. Se io morissi lei sarebbe capace di piangere le botte che m’ha dato, gli insulti che m’ha tirato dietro, anche ora che sono vent’anni che non ci vediamo. Ma io, ragazzo, so che lei m’amava, me l’ha lasciato addosso con quella frase, di quella notte. Se morissi, morirei solo, sì, come tutti probabilmente, ma con lei che, ovunque è, mi ama.
Se invece morisse lei, morirebbe senza nemmeno un mio Grazie, Grazie Matilde per queste parole. Capisci, dannato me!

I sandali non se li è tolti quella volta, non se li è tolti e non è più tornata.

(Foto di Bruna Bonino)