Louise Glück, un Nobel alla poesia

Foto: Roberto May

Foto: Roberto May

CARLA BURANELLO

La notizia dell’assegnazione del premio Nobel 2020 per la letteratura alla poetessa americana Louise Glück ha suscitato perplessità in Italia, dove è conosciuta poco o nulla. Solamente due delle sue numerose raccolte poetiche sono state tradotte e pubblicate da noi. La prima, L’iris selvatico, nel 2003 da Giano, un piccolo editore che non esiste più, la seconda, Averno, nel 2019 dall’editore Dante & Descartes di Napoli, in 200 copie, scelta quasi per caso, dice l’editore che è anche una libreria indipendente, principalmente perché il titolo faceva riferimento a un cratere che secondo la tradizione romana era un accesso agli inferi, e ora è il lago vulcanico d’Averno, situato nel comune di Pozzuoli. Entrambi i libri furono tradotti da Massimo Bacigalupo, anglista e professore emerito all’Università di Genova.

In realtà Louise Glück, nata a New York nel 1943, è conosciutissima in America dove ha pubblicato una dozzina di raccolte poetiche, molte delle quali hanno ottenuto premi prestigiosi. The Wild Iris, per esempio, ha ottenuto nel 1993 il William Carlos Williams Award e, lo stesso anno, il premio Pulitzer. Al volume Poems 1962–2012 è stato assegnato nel 2012 il Los Angeles Times Book Prize e all’ultima uscita, Faithful and Virtuous Night, il National Book Award nel 2014. Ha pubblicato anche due raccolte di saggi, una delle quali premiata con il PEN/Martha Albrand Award for First Nonfiction.

Innumerevoli poi i premi e i riconoscimenti non legati a singole opere ma alla sua attività in generale, per citarne solo alcuni, dal 1993 è membro dell’American Academy of Arts and Letters che nel 2005 le ha conferito la Medaglia d’Oro per la Poesia, dal 2003 al 2004 è stata Poeta Laureato degli Stati Uniti d’America. Consulente della Library of Congress per determinare il programma per la celebrazione dei 200 anni dell’istituzione. Dal 1999 al 2005 è stata Chancellor of the Academy of American Poets e dal 2003 al 2010 giudice finale della Yale Series of Younger Poets. Famosa la foto con il presidente Obama che le consegna la National Humanities Medal nel 2016.

Attualmente è professore aggiunto e Rosenkranz Writer in Residence presso la Yale University. Vive a Cambridge, nel Massachusetts. Tutto ciò rimanendo una persona riservata, poco propensa ad apparire in pubblico e a rilasciare interviste. Con una storia personale sofferta. La crescita in una famiglia colpita dalla perdita di una figlia prima che Louise nascesse, la giovinezza segnata dall’anoressia che le impedì di completare gli studi e laurearsi, sette anni di terapia psicanalitica per uscirne, due matrimoni e due divorzi.

“Finalmente potrò comprarmi una casa nel Vermont” ha esclamato quando ha appreso di aver vinto il premio Nobel 2020 per la letteratura, assegnatole “per l’inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale”. Ora anche da noi si inizierà a conoscere questa “voce”, molto originale, di grande chiarezza ma sfuggente, ingannevolmente naturale, fragile e garbata che ci parla di solitudine, di vita familiare dolorosa, di eventi quotidiani insomma, ma con un taglio insolito, inquadrature inaspettate, con una tecnica di scrittura pulita, precisa e mai ingombrante, spesso attingendo ai miti classici, rendendoceli vicini e universali. Didone, Persefone, Euridice – le abbandonate, le punite, le ingannate. Una intelligenza austera, come l’ha definita l’accademia svedese, che evita i compromessi e gli abbellimenti poetici e trova forza nella dignità personale e artistica.

La poesia L’IRIS SELVATICO è tratta dalla silloge omonima del 1992, che le valse il premo Pulitzer. Un libro strano che dà voce, una voce intelligente ed emotiva, a dei curiosi osservatori, fiori per lo più, ma anche il vento o il tramonto, che conversano sulla natura della vita con un giardiniere e una divinità che si esprime attraverso i mutamenti atmosferici. Proponendo, nelle parole dell’accademia svedese, “un miracoloso ritorno alla vita dopo l’inverno”.

L’IRIS SELVATICO (traduzione di Roberto Malini)

In fondo al mio dolore
c’era una porta.

Ascoltami: colei che chiami morte,
io la ricordo.

Rumori in alto, fronde del pino che si muovono.
Poi nulla. Il sole pallido
sussultò sul manto asciutto.

È terribile sopravvivere
come coscienza
sepolti nella terra oscura.

Quindi tutto finì: ciò che paventi, essere
un’anima e non riuscire
a parlare, finì di colpo; la terra dura
si incurvò un poco. E quelli che sembravano
uccelli si infilzarono nelle siepi basse.

Tu che non hai memoria
di passaggi dall’altro mondo,
ti dico che potrei parlare ancora: ogni cosa
ritorna dall’oblio, ritorna
per trovare una voce:

dal centro della mia vita è uscita
una grande fontana, profonde
ombre blu sull’azzurro del mare.

Foto: Roberto May

Foto: Roberto May

PAESAGGIO ABORIGENO si apre con parole ambigue, vagamente inquietanti che ci lasciano perplessi circa il loro reale significato. Le scene cambiano, ma la perplessità rimane nell’atmosfera onirica eppur narrativa, nelle immagini enigmatiche che collegano morte, viaggio, privazione, con grazia, quasi humour.

PAESAGGIO ABORIGENO (traduzione di Carla Buranello)

Stai calpestando tuo padre, disse mia madre,
e in effetti ero in piedi proprio al centro
di una zona erbosa così netta e curata che avrebbe potuto essere
la tomba di mio padre, benché nessuna lapide lo stesse a indicare.

Stai calpestando tuo padre, ripeté,
più forte questa volta, il che mi suonò strano,
perché anche lei era morta, anche il medico lo aveva ammesso.

Mi spostai leggermente di lato, dove
mio padre finiva e mia madre iniziava.

Il cimitero era silenzioso. Il vento soffiava tra gli alberi;
mi giungevano echi sommessi di pianto da varie file più in là,
e oltre ancora, il lamento di un cane.

Alla lunga questi suoni si calmarono. Mi resi conto
di non ricordare di essere stata condotta lì,
in quello che ora sembrava un cimitero, benché forse era tale
solo nella mia mente; forse era un parco, se non un parco,
un giardino o un pergolato, che profumava, ora lo avvertivo, di rose –
doucer de vivre che riempiva l’aria, la dolcezza del vivere,
come si suol dire. A un certo punto,

mi accorsi di essere sola.
Dove erano andati gli altri,
le mie cugine e mia sorella, Caitlin e Abigail?

La luce ormai scemava. Dov’era l’auto
che doveva riportarci a casa?

Iniziai allora a cercare un’alternativa. Sentivo
l’impazienza crescere in me, diventare, direi, ansietà.
Finché, in distanza, scorsi un piccolo treno,
fermo, sembrava, dietro il fogliame, il conducente,
appoggiato a uno stipite, fumava.

Non dimenticatemi, gridai, correndo ora
sopra molti tumuli, molte madri e padri –

Non dimenticatemi, gridai, quando infine lo raggiunsi.
Signora, disse, indicando le rotaie,
come potete vedere finiscono qui, il binario non prosegue.
Le sue parole suonarono aspre, ma i suoi occhi erano gentili;
ciò mi indusse a perorare ulteriormente la mia causa.
Ma tornano indietro, dissi, e notai
la loro robustezza, che sembrava prestarsi a molti futuri ritorni.

Lo sa, disse, il nostro è un lavoro difficile: sempre a confrontarsi
con dolore e sconforto.
Mi guardò con crescente franchezza-
Ero come lei un tempo, soggiunse, amavo l’agitazione.

Ora gli parlavo come a un vecchio amico:
E lei, dissi, poiché era libero di ripartire,
non ha nessun desiderio di tornare a casa,
di rivedere la città?

È questa la mia casa, disse.
La città – la città è dove scompaio.

(Foto di Roberto May)