ALESSIO ALESSANDRINI
Una carica corrosiva, astiosa, quasi caustica attiva i versi di “L’adeguamento” di Marco Plebani, recente uscita per Transeuropa/Nuova Poetica.
In un flusso quasi rancoroso verso lo status quo, della poesia in primis — ma ben presto rivelandosi universale (le scuole, ad esempio) — a dispetto del titolo il poeta decide di non allinearsi in un tempo letterario dalla “lingua spermatica ed in menopausa”: “io sputo sull’inutilità con l’antilirica,/sulla noia non seducente, stonata, disarmonica, aritmica”, proponendo, così, una retorica della rottura che in molti passaggi ricorda certa lirica futurista: lunghi versi onomatopeici quasi lallazioni, in apparenza elucubrazioni, parole sincopate o neologismi per assimilazione. Non a caso, credo, un verso come “distruggere occorre col poetese/l’accademismo stonato d’aritmia melodica” fa palesemente mostra del suo debito marinettiano.
La spinta predominante, perciò, non nasconde un tentennamento costitutivo forse della fragilità del piano stesso, se spesso si ritrovano coppie oppositive come a mettere in dubbio lo stesso slancio rivoltoso che ne è alla base: “Bisogna impegnarsi per la sliricizzazione./Non bisogna impegnarsi per la sliricizzazione. Certamente Plebani ci mette di fronte al cadavere, ai resti del convivio letterario ormai inutilizzabili /“A chi serve la nicchia?”/, eppure chiede, anzi implora, che “/ i poeti non abbandonino la poesia e la storia”/ e, in un parallelismo molto bello, non venga consegnata alle catastrofi. Una storia tradita, una parola inefficace e malferma che trovano emblema nella scuola — o meglio in quell’ EDIFICIO SCOLASTICO— titola così la seconda sezione del libro, dove sopravvive una “/Luce morta, svuotata, dalle finestre sui fusti piliferi”/e dove vanno in scena la disaffezione, il “merendume”, il non-senso dell’iper-burocrazia meritocratica.
La seconda parte abbandona, senza non qualche reflusso recrudescente, il moto di palese protesta che implode in una dimensione privata e familiare, senza però far venir meno il lavorio sistematico sulla parola, già in essere nelle liriche iniziali. Anche qui, in quelle che appaiono come “/concrezioni tra petto e tonsille/“ si alza il lamento e si percepisce in potenza l’energia distruttiva che muove la scrittura di Plebani, fino all’ictus della lirica di pag. 35 con l’esclamazione d’aiuto: “Ho bisogno d’amore, perdio!”, grido disperante non tanto del poeta, ma del mondo, del suo intorno, del mondo e della sua generazione di “adolescenti d’eterna foga” e del mondo tutto, rimasto filo di “cenere nelle abitazioni o disperse in versi”.
A poco a poco viene refertata la quotidianità, giorno dopo giorno proclamata una sofferta ben presto immunità (“gioia di questo giorno immune”) conviviale e paterna dove —a me sembra — resta il contatto, nutrito e trovato, il vero pharmakon a tanta astiosità: “Riprendo le tue mani adesso” (pag. 55) , “Le braccia aperte a semicerchio /attraversano la stanza/incontrano il mio semicerchio” (pag. 71).
Il moto dell’abbraccio circostanzia il flusso magmatico, crea un nuovo ritorno per segmentare un nuovo piano inclinato, una terra nuova (“la piana di Barabò che non è mai esistita /che è sempre esistita”). Resta ora alla sua scelta tutto in mano al “Poeta”, alla sua “parola spermatica/non contemplativa /né vittimistica”, scegliere verso quale orizzonte affacciarsi: contemplare ancora le rovine e non farsene una ragione o costruire una nuova dimensione — poetica ed esistenziale — ma nuova verità, per il libro che verrà o è già venuto, chissà.
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(A cura di Silvia Pio)


