Su una parete di casa mia si distende una marina con le barche di Alassio dove Tanchi andava talvolta a dipingere. Quando ho bisogno di rasserenare un momento di malinconia o di stress mi basta guardarla per rappacificarmi col mondo e con me stessa. Eppure so bene che quel mondo colorato d’azzurro e verde è attraversato anch’esso dalla fatica d’esistere. Nel contrasto tra il volo frenetico dei gabbiani, che sferzano l’aria come coltellate e sembrano uscire dal quadro tanto che ti par di sentirne il garrito insistente, e la quiete delle barche ancorate e sicure nella rada sta la dimensione emotiva, lirica e simbolica dell’arte di Tanchi che diventa sintetica visione come dice l’autore. Il soggetto dell’opera, apparente figurazione, diventa così penetrazione nell’animo umano tra gioie e dolori.
Nato a Ceva (1933) Tanchi ha studiato prima al liceo classico di Alassio, poi per due anni alla facoltà di Architettura di Torino per infine laurearsi in Lettere, complice una passione inesausta per la poesia italiana contemporanea; si genera così una sorellanza tra arte e poesia che dura ancor oggi. Dagli anni Cinquanta ha frequentato gli artisti che gravitano su Torino (Paolucci e il Gruppo dei Sei) ma ha guardato anche oltre confine ai grandi maestri (Braque, per citarne uno, e il suo post-cubismo morbido e raffinato). Con le prime esposizioni l’artista ha ricevuto plausi critici e incitamenti a proseguire nelle sue ricerche. Tuttavia qualcosa non torna: Tanchi non si trova a suo agio tra clamori, polemiche, irrigidimenti e teorizzazioni forzate; ha invece bisogno di lavorare in solitudine con la giusta lentezza, di fare le sue scelte in totale libertà da mode e correnti. Così nel 1958 lascia Torino (città che pure ha amato) per tornare a Ceva nella casa di famiglia immersa nel verde, luogo degli affetti, rifugio protetto, sereno spazio meditativo e conviviale: “in famiglia si era legatissimi, tranquilli e allegri, di un’allegria non chiassosa ma riservata, fatta di gesti d’intesa, chiacchiere amene, di battutine più che di risate o di baldorie”, ospitale con i tanti amici perché “gli incontri erano sempre una festa”[1]. La casa, la famiglia, l’uomo e la sua pittura diventano un tutt’uno inscindibile.
Dagli esordi negli anni Cinquanta in poi la produzione di Tanchi è stata immensa e non si è limitata alla pittura ad olio ma si è estesa al disegno, la grafica, l’incisione, la ceramica, la pittura murale, il mosaico e quant’altro, tecniche alle quali non è mai mancata una vocazione sperimentale; anche i soggetti ritornano nel tempo in forme sempre nuove (bambole, biciclette, treni, nudi, farfalle, uccelli, conchiglie, galli, pesci, mani, barche, marine, gabbiani, cavalli, buoi squartati). Resta costante invece il metodo di lavoro. L’iniziale raffigurazione del soggetto scelto, istintiva e sintetica, è affidata a pochi segni rapidi ed essenziali affinché l’immagine rimanga leggibile nella sua essenza. Pian piano il colore invade la tela senza lasciar vuoti. La stesura è ora più materica ora più trasparente e a volte sovrapposta e quella già stesa in precedenza. La composizione si organizza in un ordine “architettonico” che non esclude il coinvolgimento emotivo, anzi fa sì che il simbolico, l’immaginario e il reale si fondano in una sinfonia visiva. Forma, materia e colore non sono più funzionali alla mera raffigurazione ma alla creazione lirica che la oltrepassa. La fascinazione dell’opera che coglie l’osservatore deriva dall’efficacia della forma con cui Tanchi indaga sentimenti e stati d’animo senza mai tralasciare la distinzione tra invenzione e realtà “cosale”. Anche nei soggetti più tormentati, come i “buoi squartati” o il corpo crocifisso, l’attenzione alla forma (come aveva insegnato Cézanne) e la dosatura dei colori in gamme sempre più ricche, variate e luminose, mirano a conservare la perfezione compositiva. L’opera, infine, nell’organizzazione significante dell’immagine diventa sostanzialmente un incontro – universale – con l’altro. Ciò spiega anche come la sua modernità originale e “discreta”, contraria a qualsiasi eccesso in favore di ritmi meditativi e musicali, faccia di Tanchi un maestro per molti giovani artisti d’oggi. Lui, quando li incontra in qualche sua esposizione, sorride gentile (e appagato).
INFO. La mostra dal titolo “Figurazioni. La giostra della vita. Opere 1984-2026”, è ospitata nella Cappella del Ritiro della Sacra Famiglia (Dogliani Castello/Piazza Belvedere). Si può visitare dal 30 agosto al 27 settembre. Orari: sab. e dom. ore 10-12,30 e 15,30-18,30; da mar. a ven. su appuntamento (3334651346). Ingresso libero.
[1] Il corsivo è citato da “Appunti per un autoritratto” inserito nel catalogo “Tanchi Michelotti. Cinquant’anni di bonne peinture”, 2003



