Analisi o sintesi?

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CLAUDIO SOTTOCORNOLA

Forse nessuna epoca, come la nostra, è stata in grado di gestire, trasmettere e utilizzare una mole sterminata di nozioni, dati, immagini, suoni, moltiplicati delle loro rispettive combinazioni e proiezioni virtuali, per cui si potrebbe a ragione sostenere che viviamo in uno sterminato oceano di input davvero difficili da sintetizzare e interpretare adeguatamente. Ma anche il paesaggio sociale è totalmente cambiato nel nuovo millennio, e addentrandosi per le vie di una qualunque opulenta città europea non sarà difficile intravedervi un cosmopolitismo affascinante e inquietante insieme. Aggiungiamo che, a questo affastellarsi di soggetti sradicati dalle loro storie e tradizioni nelle società in cui viviamo, e alla sterminata mole di input che – come si è detto – ci vengono proposti dal mondo digitale e mediatico, una condizione nuova attraversa il mondo della cultura istituzionale entro la nostra civiltà occidentale, ed è quella di una rigida specializzazione, in gran parte dovuta alla stessa mole di dati, protocolli, elaborazioni consentite ormai dalla stessa intelligenza artificiale, ma anche alla proiezione del modello scientifico, matematico e sperimentale, ad ogni ambito del sapere, col risultato di generare una classe intellettuale (peraltro con vocazione planetaria) analiticamente chiusa entro il rigido perimetro della propria settoriale competenza, esponenziale in un campo, ma cieca rispetto a tutto il resto e dunque anche inetta nel contestualizzare il proprio sapere.

Opinionismo e tuttologia diffusi poi, soprattutto nei mass e social media, si muovono nella medesima direzione di un gossip che, anche quando si ammanta di un alone pseudo-culturale, in realtà ristagna completamente nel mainstream omologante, che assume il pensiero debole coi suoi dogmi postmoderni come unico riferimento condiviso. E non a caso Costanzo Preve, anomalo intellettuale marxista mancato nel 2013, aveva individuato con amara lucidità il graduale formarsi, nelle società occidentali e in particolare in Italia, di una “nuova curia”, docente delle masse, formata non già da chierici e prelati come in passato, ma da giornalisti, opinionisti, grandi firme che, dietro la parvenza di un contraddittorio effimero e fittizio, si sarebbero impadroniti del dibattito pubblico mantenendolo entro i confini di una totale omologazione alle strutture di potere dell’attuale sistema tardo-capitalistico. Analoga sorte avrebbe coinvolto le élite universitarie occidentali, tutte impegnate al servizio dello status quo, per il quale encomiabile, e dunque oggetto di riconoscimento istituzionale, sarebbe l’asservimento alla dimensione funzionale del sistema, e dunque ogni approccio angustamente tecnico-analitico che incentivi una proficua amministrazione dell’esistente, piuttosto che un pericoloso slittamento verso questioni di senso che dalla scienza virerebbero verso ambiti propri alla sapienza, oggi aborrita come la più insulsa delle eresie ed elusa quasi come blasfema.

Qualcosa di simile, ma con modalità diverse, ebbe forse luogo ai tempi di Gesù, nella Palestina del I secolo, quando, alla complessa articolazione di obblighi e divieti religiosi all’interno del mondo ebraico, quell’outsider che poi chiamarono il Cristo contrappose la ricerca del vero amore di Dio e del prossimo, derubricando precetti e consuetudini  a contingenze inessenziali, e traslando dunque il discorso spirituale dal piano tecnico-amministrativo a quello etico-ontologico del senso e della salvezza esistenziale. Anche allora, l’intellighenzia – scribi, farisei, sadducei, élite romana, ecc. – elaborava squisita erudizione e articolata giurisprudenza ma non sapeva andare oltre la servitù a un sistema, mentre per Gesù il sabato era stato fatto per l’uomo (Mc 2,28), e dunque alla scienza dei precetti occorreva sostituire la sapienza dell’amore.

Jacques Ellul, geniale sociologo e pensatore francese, ebbe a scrivere nel lontano 1962 un saggio di profetica lungimiranza, dall’inequivocabile titolo “Propaganda” (edito in Italia solo nel 2023 da Piano B), in cui analizza come, a differenza dell’opinione comune, che ritiene le masse più inclini a subire le suggestioni della propaganda stessa, in quanto meno dotate di strumenti critici, siano invece le élite culturali a subire maggiormente la tendenza a uniformarsi alla corrente di pensiero dominante e ad asservirsi al sistema di potere che la esprime, trasmettendolo a propria volta fedelmente. Si capisce allora perché, più o meno negli stessi anni, grandi registi come Pierpaolo Pasolini ed Ermanno Olmi cercassero salvezza e illuminazione proprio fra gli alieni alla cultura istituzionale e alle classi agiate occidentali – le popolazioni dell’Africa, del Medio Oriente o il sottoproletariato urbano per il primo, il mondo umile e aspro della montagna o quello delle campagne lombarde preindustriali per il secondo. Purtroppo però tale via di ricerca appare oggi in gran parte preclusa perché, come torna profeticamente a sottolineare Jacques Ellul, la diffusione universale dell’istruzione di base tende paradossalmente a rafforzare il potere della propaganda, che si avvale proprio di quell’accesso al sapere acquisito dalle masse, che tuttavia non possono andare oltre la propaganda stessa, per soggiogarle e strumentalizzarle con più facilità. Di più, ciò che il grande sociologo francese non poteva prevedere negli anni ’60, in cui scriveva tali riflessioni, era il successivo straordinario sviluppo dei mass e social media, che avrebbero manifestato un potere di intrusività e pervasività delle nostre vite che si attaglia in modo estremo proprio a quell’ipotetico uomo medio cui Ellul attribuisce una totale mancanza di autonomia.

Così, in questa fatiscente civiltà occidentale, dove la cultura è attraversata da un nichilismo sempre meno tragico e sempre più pop, l’unica agenzia rimasta che osi un discorso o narrazione di senso sembra la Chiesa (nelle sue varie articolazioni: cattolica, protestante, ortodossa, ecc.), che purtroppo però corre sempre più il rischio di venire risucchiata dalla tabella di marcia di altre agenzie internazionali, eleggendo tematiche legate all’ecologismo, ai diritti, al fenomeno migratorio, alla marginalità sociale, all’identità giovanile, indubitabilmente centrali, ma eludendo ciò che ne è lo specifico, ovvero rispondere alla domanda di senso della vita umana, e farlo individualmente e personalmente, attraverso quella che si chiamava una volta la cura d’anime, che oggi latita ovunque.

Ma che cosa vogliamo sintetizzare se l’inconsistenza ci attraversa così radicalmente? Quale unità fare di diversità così incompatibili e refrattarie a ogni possibile incontro? Molti rispondono assumendo senso di identità, appartenenza e linguaggio storico determinati, auspicando un ritorno al passato. Altri si inoltrano coraggiosamente in nuovi tentativi di sintesi, fedeli alle evidenze della vita, di un pensiero che cresce, di una sensibilità che matura e si approfondisce, assumendo  tutto ciò che dal passato proviene di bello, di vero e di buono, ma consapevoli che è l’oggi del passato a interessarci, a interpellarci e a muoverci verso l’elaborazione di un futuro che ne porterà a compimento le promesse solo se non le tradiremo immobilizzandole in un fotogramma, ma ne coglieremo tutto il potenziale vitale che esse contengono.

L’approccio ermeneutico, che garantisce valore ad ogni prospettiva epistemologica senza tuttavia assolutizzarla, ci è di grande aiuto, soprattutto in questa contingenza storica, ove vediamo crollare tutto l’esistente e il nuovo che si affaccia riveste troppo spesso i panni della corruzione e del degrado, mentre quello che verrà ci è ancora ignoto. Tale approccio ci suggerisce infatti di non abbandonare la terra che ci ha generati, ma con le radici ben piantate in essa, di crescere verso quella luce che intravediamo, integrando, come lo scriba evangelico, vecchio e nuovo in una sapienza di vita che promuova la nostra crescita integrale.

L’analisi non sarà più un ozioso divertissement, ma lavoro offerto alla nostra vita, che è essenzialmente sintesi.

(da Claudio Sottocornola, Analisi o sintesi?, in “Quella voglia di vivere che non c’è più. Emergere dal disincanto postmoderno”, Oltre Edizioni, 2026, versione integrale pp. 145-158)