Saranno famosi? Talent, talk, reality…

saggi-pop-c-sottocornola-marna-2018CLAUDIO SOTTOCORNOLA

Iniziamo con questo articolo la pubblicazione in cinque puntate mensili di un Corso elettivo tenuto dall’autore il 18 marzo 2015 nel corso di un’esperienza di Autogestione presso il Liceo Scientifico “L. Mascheroni” (Bergamo), che ha per tema le nuove antropologie delineate da talent, talk, reality televisivi, la cui analisi risulta ancora di stretta attualità.

(I)

La Tv è in crisi per l’avanzare del Web – specie fra la popolazione giovanile – ma ciò non toglie che essa, avendo disegnato l’attuale antropologia dell’Occidente, si appresti a riqualificarla – in sinergia con altri media – grazie alla trasformazione dello spettatore in attore e al congruente rimodellamento antropologico dello stesso, nella direzione di una parodia che attinge alle modalità proprie dell’attuale comunicazione televisiva, a livello di strutture profonde.

Quindi – in questa relazione – valuteremo:

1) Come si è evoluta la Tv;

2) Quali teorie critiche ne hanno studiato natura, evoluzione, fini;

3) Quale sia la situazione attuale, con particolare attenzione alle nuove realtà consolidate di talent, reality, talk e alle nuove forme di fruizione televisiva;

4) Quali diverse modalità di comunicazione ciò comporti, e come incida sulla fruizione dei linguaggi;

5) Le nuove antropologie disegnate – sviluppi, limiti, pericoli…;

6) Conclusioni e auspici.

L’analisi prevede momenti di tipo tecnico-informativo ed altri di tipo ermeneutico e interpretativo, che intendono fornire spunti per una valutazione personale, integrata e critica.

 

1) Come si è evoluta la Tv

La società di massa si consolida intorno agli anni ’30 del ‘900, grazie alla diffusione sempre più capillare di giornali, radio e cinema, utilizzati come efficaci strumenti di propaganda da nazismo e fascismo ma anche, per contrasto, amplificatori dell’American way of life, di cui promuovono l’esportazione nel mondo, in particolare grazie all’industria cinematografica, che incomincia a sfornare divi che entreranno nel pantheon della celebrità planetaria, rimodellando mode e stili di vita. La seconda guerra mondiale, col suo drammatico scontro di civiltà, rafforza il ruolo dei nuovi media, intenti a compattare i popoli attorno ai rispettivi valori di riferimento e schieramenti, mentre la fine del conflitto determina, con il tramonto dell’eurocentrismo e la divisione del mondo in due blocchi contrapposti Est-Ovest, la nascita dell’egemonia americana in Occidente, cui si accompagna, con l’avvento della televisione, la diffusione di un modello culturale fra le masse sempre più filoamericano.

Al modello concorrenziale statunitense, la nascente Tv italiana contrappone il modello del servizio pubblico e, in un Paese ancora disomogeneo per l’uso di dialetti diversi e regionalismi dalle fisionomie quasi inconciliabili, assume un ruolo didattico e pedagogico, con finalità educative ed unificanti, che spazia da programmi di alfabetizzazione come “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi, a primaria divulgazione culturale, come nei quiz di Mike Bongiorno o, a un livello decisamente più alto,  nelle prime inchieste giornalistiche sui problemi del Paese (Soldati, Biagi, Loy), mentre si tenta anche – e con successo – la carta delle riduzioni televisive di classici della letteratura mondiale (da Tolstoy a Hugo, da Balzac a Dickens) o la proposta di pièce teatrali (Pirandello e Cechov, Ibsen e Goldoni) in prima serata.

Con la nascita delle Tv commerciali, sul finire degli anni ’70, cambia radicalmente lo scenario della televisione, in quanto esse si finanziano esclusivamente con la raccolta pubblicitaria, a differenza della Tv pubblica, che dispone anche delle entrate del Canone dovuto dagli utenti per legge. Tale prerogativa delle Tv private fa sì che per queste il fine non sia in primis di formare l’utente, ma di fidelizzarlo, al fine di poter rafforzare il proprio introito pubblicitario (gli inserzionisti pagano in proporzione del numero di spettatori sintonizzati). Ciò produce, in generale, un tendenziale abbassamento degli standard nella formulazione dei programmi, che debbono attestarsi sul livello del gusto medio, peraltro calcolato in relazione alle fasce della popolazione, di condizione socio-economica più svantaggiata, che utilizzano preferenzialmente il mezzo televisivo come forma di intrattenimento, rispetto a quanti accedono più facilmente a concerti, teatro, conferenze o letture personali. Le reti pubbliche poi, che comunque abbisognano di introiti pubblicitari a integrazione del Canone, sono spinte a subordinare anche la propria programmazione, causa la concorrenza delle private, ai meccanismi dell’Auditel (sistema di raccolta dei dati relativi all’audience e allo share dei programmi), e pertanto ad abbassare la qualità culturale dei programmi innalzandone il livello di spettacolarità e attrazione immediata, anche con discutibili espedienti.

Scrive Carlo Freccero in “Televisione” (Bollati Boringhieri, 2013): “La televisione è legata a un consumo distratto e discontinuo, continuamente deve contrastare la caduta di attenzione dello spettatore e lo può fare solo facendo ricorso alla superficialità e spettacolarità dell’immagine. La televisione è incompatibile con la razionalità…”. E ancora, sottolineando come l’affermazione del mezzo televisivo coincida con il passaggio dalla modernità (caratterizzata dalla scrittura che implica approfondimento e rigore) alla postmodernità (caratterizzata dall’immagine dei media, che implica superficialità e immediatezza di fruizione e reazione), “…un concetto di maggioranza come democrazia, maggioranza come verità, maggioranza come bene sociale, ha preso il sopravvento su quei concetti illuministici e moderni che vedevano nella tutela dei diritti delle minoranze la vera missione della democrazia, nella divisione dei poteri la garanzia essenziale contro il totalitarismo, nella ricerca della verità, anche in contrapposizione all’opinione più diffusa, una necessità e un dovere”. La più recente diffusione della Tv a pagamento, che in teoria presuppone una scelta più libera e autonoma dello spettatore, mentre segnala la crisi della Tv generalista e l’avvento di una frammentazione tribale dell’ascolto in rapporto a interessi selettivi e di genere, tuttavia comporta pur sempre l’inseguire e assecondare mode e gusti dell’utente-committente.

Ne consegue che quanto da sempre è caratteristica dei mass media – e cioè un prodotto per sua natura convenzionale, in linea con i cliché e la rappresentazione sociale prevalente – viene dalla tirannia della maggioranza (il cui gradimento è percepito come condizione di verità, bene e bellezza) amplificato oltre ogni ragionevole misura, in una corsa ad inseguire il gusto medio o dei più, che conduce ad un inevitabile paradigma postmoderno in cui “è il livello inferiore del discorso che stabilisce qual è lo standard” (Freccero, ibid). Infine, la attuale e capillare diffusione della Rete e dei Social produce una esigenza di coinvolgimento del pubblico, che diviene interattivo e propositivo, e vuole esserlo anche nella fruizione del mezzo televisivo, il quale pertanto interagisce sempre più con la Rete e i Social, o simula interazioni a pagamento (vedi televoto) che illudono l’utente regalandogli la sensazione di essere protagonista. E tuttavia, qualsiasi occasionale frequentatore di Rete e Social sa benissimo che, anche qui, non è la ricerca del sapere lo standard prevalente, ma quella del potere (di visibilità, di condizionamento, di stroncatura, di diffamazione, di insulto, ecc.), a cui finalmente anche le masse si illudono di accedere, con un implicito e devastante gioco al ribasso.

L’amplificazione della mediocrità – con i conseguenti effetti giustificativi e imitativi – produce una devastazione antropologica in cui essa aumenta in modo esponenziale coi suoi correlati espressivi di banalità, volgarità, convenzionalità. Premiate e quindi additate alla pubblica imitazione, tali attitudini diventano un modello pubblico di riferimento che coinvolge giovani e non, mentre è al contrario oggetto di diffidenza e sberleffo quanto si ascrive a ricerca, indipendenza e autenticità creativa, anche perché di solito esige una più rigorosa attitudine di ascolto e attenzione, che i media non se la sentono di proporre a uno spettatore sempre più acritico e passivo. Come afferma Baudrillard, la televisione avrebbe sostituito la dimensione storica e ideologica con la banalità assoluta, mediante la reiterata diffusione di stimolazioni visive che, per la loro rapidità e violenza, non possono essere elaborate dal sistema nervoso in risposte cognitive e verbali, lasciando lo spettatore in una sorta di condizione ipnotica. Questa dimensione di acriticità determinerebbe pertanto il declino dell’approccio moderno, raziocinante e vigile, a favore di una condizione postmoderna leggera e vacua, in cui tuttavia le spinte omologanti procedono verso un livellamento agli standard più bassi e peraltro rassicuranti per l’utente più debole, che si confronta così con modelli “alla sua altezza”, e cioè un po’ peggiori di quanto egli non sia… Freccero infatti conclude la sua analisi con la considerazione che il mezzo che fa della volgarità e velocità il suo marchio crea una società veloce e volgare.

(1-continua…)

C. Sottocornola, Autogestione Liceo Scientifico “L. Mascheroni” (Bergamo)/ Saranno famosi? Talent, talk, reality… – Corso elettivo, 18 marzo 2015, ora in Saggi Pop (Marna 2018; versione integrale pp. 139-153) e in Occhio di bue (Marna 2021; versione integrale pp. 423-439)