33. Il primo Manzoni

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DINA TORTOROLI

Sono giunta a un punto nodale della mia “Relazione di Missione”.
Devo affrontare il problema del rifacimento “collettivo”* del Fermo e Lucia, che non solo ha trasformato il poeta Alessandro Manzoni nel “primo romanziere italiano moderno” (in quanto autore dei Promessi Sposi), ma anche in persona “altra”, rispetto al “primo Manzoni”,  “il Manzoni del Fermo e Lucia”.
Perché il “primo Manzoni” ritenne necessario quel “corale” lavoro di un ventennio? Perché, immediatamente dopo averla portata a termine, ripudiò la “prima stesura”?
Diventa obbligatorio cedere la parola ai critici di professione, il cui atteggiamento nei confronti di quell’opera che Manzoni non pubblicò è mutato, negli ultimi cinquant’anni.
Per darne una visione d’insieme, in grado di suscitare un’adeguata riflessione e doverosi interrogativi sulle intenzioni dell’autore, quindi sul suo patrimonio emotivo oltre che sulle sue competenze, mi era sembrato facile, in un primo momento, ricorrere agli Atti del XIII Congresso Nazionale Studi Manzoniani dedicato a «Fermo e Lucia» / Il primo romanzo del Manzoni**.
Avrei riferito le affermazioni più utili al mio intento, come il mio solito, “scorporando dal contesto” (Folco Portinari)***.
Ma gli studiosi chiamati in causa sono tredici e lo spazio a mia disposizione è limitato, perciò mi accorgo che devo sottoporre gli Atti del Congresso del 1985 a un’operazione paragonabile alla “vagliatura” per la ricerca dell’oro.
Avvalendomi dell’Indice, trascritto il nome di ogni studioso e la specifica questione da lui presa in esame, presento quindi soltanto “scagliette, scaglie e pepite”, rappresentate da parole-chiave, formule, dichiarazioni:

1°) NATALINO  SAPEGNO Discorso inaugurale (p. 5):
«Invenzione manzoniana»,  «significato e ricchezza della scoperta manzoniana».
«Novità rivoluzionaria» rappresentata dal romanzo secondo Manzoni: «strumento di un’esplorazione approfondita e polemicamente impegnata della condizione umana».
«Complessità strutturale», «complessità tematica ed espressiva» che «si avverte più direttamente e riesce persino sconcertante nel Fermo e Lucia, che può dar talora l’impressione di una congerie di materiali eterogenei giustapposti in maniera affatto incondita, dove alle pagine che nascono dal cuore dell’invenzione con  una spontaneità immediata e freschissima nelle avventure degli umili sposi, con un abbandono romantico alla curiosità dell’analisi psicologica nelle storie di Geltrude  e del Conte del Sagrato, se ne alternano e mescolano altre di pura ricostruzione storica, di discussione teorica, di riflessione morale, di polemica intellettuale».
«Che poi uno scrittore così rivoluzionario (nelle idee e, ciò che più importa forse, proprio nei modi della scrittura) sia stato tacciato di tiepidezza e timidezza, […] che insomma la fama del Manzoni anche oggi stenti talora a farsi strada fra le nebbie delle polemiche vecchie e nuove; tutto ciò può forse soltanto costituire un ulteriore e magari paradossale conferma dell’attualità tuttora polemicamente operante della sua lezione e del fatto che la stessa cultura italiana è ancora lontana dall’averla in ogni sua parte assimilata».

2°) EDOARDO VILLA, Suggestioni di narrativa europea nel «Fermo e Lucia» (p. 15):
«Echeggiamenti non passeggeri né superficiali” di “descrittori di una realtà acre”, come Paul Scarron e Antoine Furetière».
«Apporto decisivo  dell’opera dei pittori ed incisori del tempo, singolarmente geniali […] a cui più d’una volta il M. sembra rifarsi per meglio visualizzare i personaggi e l’ambiente».
«Rimane essenziale per la realizzazione del Fermo e Lucia l’incontro con la narrativa settecentesca e i suoi innovativi svolgimenti. Il romanzo subisce una sorta di rivoluzione: […] È un processo di identificazione che demolisce il tipo – l’avaro, il misantropo, ecc. – come categoria universale e crea il personaggio singolo irripetibile, radicato e condizionato dall’epoca in cui vive».
«In realtà, più si sondano i personaggi le situazioni il fluire degli avvenimenti  più è riconoscibile una filigrana settecentesca nel continuo dibattito delle idee, nell’indagine puntigliosamente razionale ed in particolare nei procedimenti tecnici del narrare».

3°) MICHELE  DELL’AQUILA, Le introduzioni al «Fermo e Lucia» e il groviglio non risolto della lingua (p. 35):
«Provvisorietà di scrittura», «anarchia del primo getto», «rendere omogeneo quel magma espressivo».
«Sembrerebbe che in quel primo avvio del lavoro (la prima Introduzione sarebbe contemporanea ai primi capitoli del Fermo, e dunque dell’aprile-maggio del 1821, secondo le fondate argomentazioni del Ghisalberti), l’autore intendesse piuttosto a scrivere che a ragionar sullo scrivere. E però, quelle ragioni, e quei dubbi, che poi fanno groppo ed occupano tutta intera la seconda Introduzione, che è del 1823, (dunque scritta dopo il Fermo e prima della correzione) quelle ragioni dovevano averlo macerato, giorno dopo giorno, e se le trovava ad ogni inciampo, ad ogni rigo, e solo la forza (e la felicità) del primo getto poteva fargliele superare. Con la riserva, beninteso (l’unica che potesse tacitare la sua coscienza di scrittore) che, certo, sarebbe tornato su ogni cosa e che per il momento tanto valeva scrivere, scrivere, fino in fondo».
«Certe affermazioni della seconda Introduzione sono ben forti, e sembrano piuttosto chiudere, che non aprire l’esperienza del Fermo, o per lo meno la rinviano ad un indilazionabile lavoro di riscrittura».
«La pauvreté de la langue italienne: un forte giudizio negativo,  per uno scrittore che si era servito fino allora di quella lingua senza trovarla né povera né del tutto disadatta a dire le cose che gli premevano dentro».
«La stesura di getto del romanzo procedeva a strati: oratoria ed analogica nelle parti che a quel tempo  e a quello stile più si conformavano (i discorsi e i gesti di Padre Cristoforo, di padre Ludovico, del Cardinale, e via dicendo); letteraria, nelle parti di più sostenuto tono poetico; dialettale e gergale (almeno a livello di concepimento, se non di scrittura), nelle parti più quotidiane e popolari, nel dialogo degli umili».

4°) CLAUDIO  VARESE, «Fermo e Lucia», analisi, tempo e racconto (p. 55):
«Fermo e Lucia in questi ultimi anni è stato riconsiderato, ora nel suo significato e valore, ora come un primo momento dei Promessi Sposi. Spesso il lettore è stato portato, e quasi costretto, a prendere una posizione sul dilemma: è questo manoscritto, a noi giunto postumo e tardivamente, soltanto un abbozzo o invece un’opera autonoma, con una diversa poetica, una diversa ideologia e una sua volontà di colloquio  e di persuasione verso un pubblico?».

5°) ANTONIA   MAZZA, Il curato di Chiuso: problemi agiografici e poetici (p. 75):
«Tra i tanti passi rifiutati della prima stesura dei Promessi Sposi, quella che presenta il curato di Chiuso non può non colpire per il singolare fervore che il Manzoni vi impegnò».
«Molti critici si sono chiesti il perché di questa soppressione».
«E certo due ragioni principali ebbe presenti il Manzoni. Anzitutto, l’anacronismo: l’inserimento di un personaggio storico dell’Ottocento fra personaggi storici del Seicento non poteva risultare che stridente ad una rilettura meditata del manoscritto […].  A questo senso di forzatura va aggiunto il fatto concreto che nella seconda stesura il Manzoni sovverte l’economia narrativa della prima; sceglie e ridimensiona tutto il materiale che aveva provvisoriamente accumulato in questa, e procede al “montaggio” di quella: e lì, evidentemente, la sosta su un personaggio come Morazzone gli deve essere parsa artisticamente inutile e persino sciupata».

6°) GIANCARLO  VIGORELLI, La monaca di Monza, dal «romanzo», al «documento» (p. 91):
«[Manzoni] aveva scritto l’intera e diffusa storia perversa d’amore di Geltrude e di Egidio nel Fermo e Lucia; e a tal punto che noi oggi leggiamo quella storia quasi come un  petit roman a parte, breve ma atroce, quasi un mini-romanzo gotico, estirpandolo dal Fermo e Lucia; e vi decifriamo una autonoma capacità e perizia, non tanto da “romanziere anche nero”, quanto e piuttosto, in forza di una narrazione più diretta, più reale […], da romanziere anticipatamente moderno, come Piovene aveva ben previsto nel 1973: “Il modo di Fermo e Lucia mi sembra più vicino a quella che più tardi si rivelò la norma del grande romanzo moderno che è il coraggio dell’infrazione, il dir tutto fino in fondo, il parlar chiaro, […]”. Ebbene questa  “modernità” che è tutta di quel primo Manzoni la rinveniamo soggiacentemente nella grezza ma icastica veridicità di questo allucinante, implacabile quantunque viscido processo, inesorabilmente verbalizzato […]. Il Manzoni, va ricordato, quando nel 1821 mise mano al romanzo, non sospettava neppure che nell’arcivescovado di Milano si conservasse questo testo integrale del processo, del quale ebbe tardiva notizia unicamente tra il 1835 e il 1840 […]. Eppure, ora che possiamo leggere integralmente questi atti processuali, tanto e maggiormente la prima versione in extenso del Fermo e Lucia quanto quella tagliata dei Promessi Sposi, sembrano avere dietro una prelettura, addirittura una divinazione di queste carte sino a ieri occultate. […] Oggi, a pubblicazione integrale avvenuta con un apparato critico a più voci, questo singolare documento di storia e di costume parla di sé, e più che suscitare polemiche direi che le smonta, le chiude. Dilatando invece, fertilmente, il discorso non soltanto letterario sul Manzoni. Ho già accennato che la clamorosa rivalutazione criticamente promossa del Fermo e Lucia, quasi fosse non l’abbozzo o la prima stesura dei Promessi Sposi, ma un protoromanzo più scoperto, meno vigilato persino più esposto sul versante del male […], finisce per predisporci a leggere questo processo nella stessa direzione nella quale siamo arrivati a leggere, appunto come un petit roman a parte, la Colonna Infame».
«Anche oggi quel racconto non mutilato della Monaca di Monza resta una pagina inattesa, insolita, appunto, nella letteratura antiromanzesca del nostro paese, comprovando che don Alessandro ha un po’sempre mantenute nascoste le sue letture di romanzieri francesi ed inglesi, ma non le ha per niente mancate, anzi se ne è alimentato anche nei loro (salutari) veleni.  Si deve propriamente, e parimente, ai capitoli appassionati di Geltrude e di Egidio se ci siamo spinti avanti a recuperare il primo romanzo del Manzoni, ed a leggerlo addirittura su un versante diverso, anche più scosceso, degli stessi Promessi Sposi».
«Leggendo oggi questi atti del processo […] si è nella giusta condizione di mettere a confronto, quasi su due registri, il testo manzoniano che a volte sembra indovinare e addirittura anticipare non pochi passaggi del testo processuale. Il “romanzo” è sempre, per grazia creativa, più vero del “documento” che lo precede; e in questo caso è come se il Manzoni avesse non anticipato ma previsto il documento: dal “romanzo” al “documento”, non viceversa».

7°) FRANCO  LANZA, Il paesaggio di «Fermo e Lucia» (p. 103):
«Paesaggio […] fortemente condizionato dallo scrupolo del vero storico».
«La sapienza stilistica del Manzoni, occorre dirlo a rettifica di certe sentenze improvvisate sulla superficialità dell’abbozzo, già in Fermo e Lucia è altissima».

8°) MARIO  SANSONE, «Fermo e Lucia»: le parti storiche (p. 119):
«Comprendiamo nelle “parti storiche” pure la prima delle due Introduzioni premesse al Fermo e Lucia. E la comprendiamo perché […]  non solo agita problemi storiografici, ma ha il pregio di non seguire o precedere il romanzo, ma di essere stata scritta contemporaneamente alla stesura dei primi capitoli e cioè di appartenere con quasi assoluta certezza all’anno 1821, che fu l’anno del Discorso storico sui Longobardi, di gran parte della composizione dell’Adelchi, del perfezionamento e compimento della Lettre à M. Chauvet. Ed è perciò che questa Introduzione risente soprattutto l’influenza della Lettre e ci aiuta quindi ad intendere in maniera approfondita la stagione della composizione del Fermo e Lucia».
«Quando abbiamo pensato ad una riflessione più attenta delle parti storiche del primo abbozzo, […] si sono risvegliati in noi antichi dubbi sulla natura vera dell’abbozzo o prima stesura, che, per intenderci, e muovendo dalla poetica della Lettre, pendono tutti dalla parte della storia: sicché il dubbio era, e in parte è, se proprio potessero distinguersi le parti storiche in un romanzo che è tutto storico, non nel senso scottiano della parola, ma manzoniano e manzoniano della prima maniera.
Manzoni, a nostro parere, quando si si volse a scrivere il suo romanzo, lo pensò primamente proprio come egli concepiva che esso dovesse essere, non come forma di divagazione storica, gradevole e posticcia, ma proprio come egli diceva, come una “seconda copia” della storia ».
“Il lettore, scettico intorno alla verità dei costumi e dei fatti […], potrà convincersi della loro rispondenza alla realtà, leggendo i libri, le testimonianze, i documenti letti dal rifacitore. […] Questo conferma sin d’ora (lo vedremo meglio in seguito) come egli concepisse Fermo e Lucia soprattutto come opera storica, o, se si vuole, di supplenza storica, di complemento della storia».
«Canone dell’utilità», «relazione documentaria degli eventi».

9°) GIAN FRANCO  GRECHI, «Aiutarli a portare la croce del genio» (p. 135):
Nel Fermo e Lucia, tra le pagine riservate alla definizione del carattere storico di Federico Borromeo, esplodono, con una certa autonomia, poche righe, soppresse poi dal testo definitivo dei Promessi Sposi, che contengono alcune considerazioni a proposito delle difficoltà incontrate, nell’operare, dell’uomo di talento.[…] Come conciliare l’interesse evidente per l’argomento con la sua scomparsa dai Promessi Sposi? Il Manzoni rinuncia a riproporre la questione, anche perché era già presente in un’altra sua opera, pubblicata, in francese, precedentemente (Lettre à M. Chauvet).

10°) GIORGIO  BÀRBERI SQUAROTTI, La metaletteratura nel «Fermo e Lucia» (p. 139):
«Manzoni del Fermo e Lucia».
«Ciò che colpisce è, da un lato, la grande seriosità delle prese di posizione del Manzoni, unita con una problematicità che è un aspetto generale del primo romanzo manzoniano nei confronti dei Promessi Sposi; ma c’è anche un’esigenza di proporre prospettive di giudizio, scorci di storia letteraria, lezioni di critica, che si ripete di tempo in tempo nel Fermo e Lucia […]. Il discorso metaletterario presenta nel Fermo e Lucia, di conseguenza, una certa rigidezza programmatica e pedagogica, che esclude l’ironia e le forme allusive indirette dei Promessi Sposi».
«Autonomia del discorso narrativo che è una caratteristica del Fermo e Lucia  in rapporto con la rigorosissima sorveglianza ideologica e linguistica che domina la narrazione e la scrittura dei Promessi Sposi».
«Il Fermo e Lucia  è anche questo, diversamente dai Promessi Sposi: il tentativo anche di romanzo come saggio, per la coscienza, che il Manzoni ha e che vuole partecipare con chiarezza ai lettori, del carattere del tutto nuovo della sua opera in quanto romanzo di gente meccanica e di modeste condizioni, fatta protagonista non soltanto del testo letterario per la prima volta, in assoluto, ma anche attrice di gesta eroiche  ed eccezionali, […] e, infine, incarnazione di quei principi di moralità e di verità e di  umanità di cui la letteratura […] deve farsi portatrice».
«Carattere originale e fortemente rilevato del Fermo e Lucia rispetto alla redazione definitiva del romanzo».

11°) UMBERTO  COLOMBO, La monaca di Monza nel «Fermo e Lucia» (p.183):
«Sul gran taglio che Manzoni operò passando dal  Fermo e Lucia ai Promessi Sposi c’è una vastissima letteratura, ancora oggi altalenante tra il rammarico di non poter leggere nell’edizione definitiva il racconto degli amori e dei delitti di Geltrude e l’esultanza per la felicità del lapidario riassunto: “la sventurata rispose”, invocando, volta a volta, gli interventi del Tosi, del Fauriel, del Visconti, del Rosmini, a seconda degli “umori” critici».
«Norma critica è chiedere all’autore il perché di parole dette cancellate taciute».

12°) LORENZO  MONDO, Lucia e Gertrude allo specchio (p. 215):
«Se si pensa che nel Fermo e Lucia  Egidio viene presentatoquasi come il “doppio” del conte del Sagrato, prende ulteriore evidenza il legame […] tra la notte dell’anima di Gertrude e la notte dell’anima di Lucia. Sappiamo tuttavia come andò nel romanzo. Gertrude respinge la buona inclinazione, non riesce a convertire compiutamente se stessa e tanto meno Egidio, si stringe anzi a doppia catena con l’amante, mentre Lucia è ripiena di tanta forza  e Grazia da salvare se stessa e il suo carceriere. Gertrude dunque come ritratto rovesciato, come specchio anamorfico di Lucia? Forse qualcosa di più».
«Nella dolorante docilità di Lucia si coglie quasi una sorta di riparazione, da conteggiare nel misterioso “dare e avere” che non appartiene alla storia dei grandi  e nemmeno a quella degli umili, ma alla storia della Salvezza».

13°) FOLCO  PORTINARI, Tra il grano e la fame (p. 225):
«La lezione manzoniana», «rifiuto e riuso della storia».
«Manzoni abbandona il manoscritto (quindi il Seicento) per dire il suo parere (quindi l’Ottocento). In questo senso non è un romanzo storico ma un romanzo contemporaneo».
«È il romanzo storico scottiano, semmai, a entrare in crisi».
«Quello che Manzoni chiama “costume” vale a dire la prassi del suo scontro con le leggi e i principi generali, a me pare non potersi chiamare che politica. O meglio economia politica».
«[Non] si può pretendere che [Manzoni] si trasformi in un economista. Però, nel bel mezzo del romanzo e nel momento in cui gli avvenimenti pubblici e privati precipitano, egli si appiglia non già ai sentimenti, per darne ragione, ma all’economia, e in quei termini lucidamente pone il problema, innanzitutto perché “l’economia politica di fatto esiste nella società necessariamente”. Essa risponde, in termini essenziali, [a] “una cognizione confusa ma viva della sproporzione tra il bisogno di nutrimento, e i mezzi di soddisfarlo, tra il grano e la fame” (che potrebbe essere, appunto, il sottotitolo storico del Fermo e Lucia). “Quindi il primo, il più certo, e il più semplice mezzo di alleggiamento comune è l’astinenza volontaria dei doviziosi” (Fermo e Lucia, a c. di Alberto Chiari e Fausto Ghisalberti, p. 421-422). “Astinenza volontaria” può significare autocontrollo, ma anche sapienza economica d’una classe, intelligenza che, ovviamente, si richiede ai doviziosi e ai potenti. […] Lo strano, se così si vuol dire, o l’estraneo, sta nel trovarsi questo discorso e questa lettura della storia in un romanzo italiano scritto nel 1821, […] di una lucidità metodologica rarissima persino tra gli economisti di mestiere».

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* Annali Manzoniani, Nuova Serie IV-V 2001-2003, Schede, pp. 483-487, Gianmarco Gaspari: Giovanni G. Amoretti, Gli autori dei “Promessi Sposi”. Partecipazioni creative e critiche alla composizione del romanzo manzoniano, Paravia, Torino, 1996, pp. 96 («Amoretti ci introduce dunque a un processo creativo cui partecipano, in diversa misura, le migliori teste che Manzoni aveva incrociato sul suo cammino»).

** «Fermo e Lucia» / Il primo romanzo del Manzoni, Atti del XIII Congresso Nazionale Studi Manzoniani, Lecco, 11-15 settembre 1985, Centro Nazionale Studi manzoniani, Comune di Lecco, Edizioni  «Otto/Novecento».

*** Annali Manzoniani, Nuova Serie III 1999, Note e Discussioni, pp. 413-417, Il romanzo di un romanzo. Per una recente pubblicazione su Carlo Imbonati («Il libro di Dina Tortoroli Rosetti, Ogn’altra cosa, Tip. Benedettina Edit., Parma, 1995», in cui «il Fermo e Lucia è smembrato per rendere sempre più verosimile, nelle citazioni espunte, l’attribuzione all’Imbonati, alla sua cultura illuministica, specie per i passi che non troveranno più spazio nel romanzo successivo, soppressi»).