Destra, sinistra o Dante?

Cesare Zocchi Monumento a Dante 1921

Cesare Zocchi Monumento a Dante 1921

PAOLO LAMBERTI

Già in una “Bustina di Minerva” di Umberto Eco, intitolata Ma da che parte sta Corto Maltese, pubblicata nel 1996, si rimproverava alla destra di non avere «mai un colpo di genio, come dire “Dante è dei nostri”»: il colpo di genio è arrivato, dunque, dopo solo 27 anni dall’intuizione di Eco, visto che recentemente il ministro della Cultura, Sangiuliano, ha rivendicato Dante come padre della cultura di destra. Il dibattito per la sua serietà ricorda quel francese che a inizio Novecento aveva riscritto il De bello gallico inserendovi l’aviazione.
Si provi comunque a prendere sul serio la rivendicazione di Dante ad una delle parti che oggi popolano il nostro panorama politico-culturale, con particolare attenzione proprio alla destra.
L’inizio è poco favorevole, Dante nasce nella rossa Toscana; però gli anni passati a Verona sembrano aprire uno spiraglio, se non fosse che va a morire a Ravenna; città però di quella Romagna estremista di anarchici, rossi e fascisti, Mussolini in primis.
La famiglia si definisce aristocratica, e sarebbe di destra, ma il ramo di Dante si collega alla politica comunale ed ai banchieri Cerchi, e siamo al capitalismo globalizzato. Il poeta poi entra nella politica comunale, e non esita ad esiliare nobili neri e bianchi, quasi con furore giacobino, come conferma il fatto che si oppone agli aiuti per il papa Bonifacio VIII.
Così il più grande poeta cristiano mette quattro papi all’Inferno e due in Purgatorio, senza contare l’ignavo Celestino V (se è lui che fece il gran rifiuto: non manca una tradizione minoritaria ma interessante che vi vede invece Ponzio Pilato). Siamo però nel “barbaro” Medioevo, che non si stupisce davanti ad un papa all’Inferno, e perciò santifica pochi papi, mentre nei nostri tempi moderni e laici si assiste a santificazioni papali a raffica.
Se si guarda alla vita privata, Dante si sposa regolarmente ed ha quattro figli, offrendo l’esempio di una bella famiglia tradizionale, come già ricordavano Boccaccio e gli umanisti; è però probabile che non abbia più incontrato la moglie dopo l’esilio, anche se i figli lo raggiungono, cosa che qualche dubbio sull’amor coniugale lo suscita; moglie che peraltro salva la dote dalla confisca subita dal marito: uniti nel bene e nel male, ma non negli affari, tratto questo ampiamente diffuso oggi a destra, e non solo.
Però Dante mette al centro della sua opera un’altra donna, anche lei sposata, il che fa sospettare un certo libertinaggio; il sospetto è accresciuto dall’erotismo verso la donna Petra: si ammetta pure che sia allegorica, segno probabile dello scontro tra fede e razionalismo, però il modo di trattare la donna sembra muscolarmente di destra. Ma leggendo l’albero genealogico e i documenti 235/236 pubblicati nel bel codice diplomatico dantesco edito da Salerno editrice, si scopre che negli anni delle Petrose Francesco, il fratellastro di Dante, sposa una Pera Brunacci. Pera/Piera/Pietra/Petra. Coincidenza certamente, a pensar male si fa peccato.
E poi ci sono le 60 più belle donne di Firenze nel serventese giovanile (perduto), Gemma, Beatrice, la donna schermo, Violetta, la gentile, la pargoletta, la montanina…e poi forse le donne del Fiore. E magari da equitator che guasta il contado aretino o pisano una pastorella o una forosetta gli sarà capitata sottomano (Ich war ein chind so wohlgetan- ero una fanciulla così per bene -, come narrano i Carmina Burana). Mante (molte, arcaismo) donne intorno al cor gli son venute! Verrebbe da canticchiare al Poeta: Madamina il catalogo è questo. O magari da dar ragione a Dante da Maiano, che in risposta al primo sonetto della Vita Nova, A ciascun’ alma presa e gentil core, risponde invitandolo a
Che lavi la tua coglia largamente,
a ciò che stinga e passi lo vapore
E qui un Dante antenato del linguaggio di destra c’è di sicuro.
Tuttavia il rapporto con Beatrice è più che casto, è angelico, e questo ci riporterebbe a destra, se non fosse che le vicende familiari dei leader di questa parte (pluridivorzi, convivenze, figli extra matrimonio) fanno sospettare che ad essere di destra sia l’adulterio, e la monogamia di sinistra.
Passando alla politica in senso stretto, nel De vulgari eloquentia Dante offre un panorama di dialetti regionali che spira aria di federalismo: poi però li dichiara tutti rozzi e municipali, e li vuole sostituire con una lingua unitaria, mostrandosi manzoniano e cavouriano.
Il tratto più modernamente politico di Dante è nel suo essere guelfo, poi bianco, poi vicino ai ghibellini, poi di nuovo amico di alcuni Neri, come Cino da Pistoia, poi imperiale: una biografia di passaggi in cui oggi moltissimi possono specchiarsi (Giuseppe Conte in primis).
Certamente l’ammirazione per l’imperatore Arrigo VII, contro i Comuni, sembrerebbe di destra: però l’alto Arrigo incarna un impero europeo a trazione germanica, non certo un ideale per i nazionalismi attuali; inoltre il povero imperatore medievale, invece di essere un duce ed un autocrate sul modello mussoliniano e putiniano, è una figura debole che deve continuamente mediare tra alleati ed avversari, in questo simillimo al Presidente del Consiglio italiano.
In conclusione, Dante rimane Dante; e Sangiuliano rimane Sangiuliano.