20. Giuseppe Parini

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DINA TORTOROLI

Quando sarà completato il resoconto dei reperti, acquisiti durante il mio andirivieni da un archivio a un altro, quasi emulando la perseveranza di Iside nella ricerca delle parti del corpo di Osiride, potranno essere scandagliate tutte le motivazioni per cui la vicenda della colonna infame costituisce “parte troppo essenziale” della storia del tempo disastroso in cui Fermo Spolino, Lucia Zarella e i loro “pari” vissero in balìa della volontà dei potenti.

Si chiarirà, quindi, perché sarebbe stato impensabile omettere quella “digressione”, divenuta tanto complessa e straripante da costituire una vera e propria appendice, a integrazione dei temi di cui l’autore era pensoso e delle finalità che si prefiggeva nel divulgarli.

Però, le pagine in cui anche Giuseppe Parini è  annoverato fra gli scrittori i quali servirono all’ “opinione comune sugli untori” è giusto leggerle anticipatamente.

Infatti, sentendo menzionare il suo nome proprio nel momento in cui documenti incontrovertibili inducono a immaginare Carlo Imbonati intento a riflettere sugli atti giuridici svelatori dello scellerato comportamento dei magistrati, emergono, fulminei, nella mente, i versi del Carme in cui Manzoni chiede all’Imbonati: «Or dimmi, e non ti gravi, / Se di te vero udii che la divina / De le Muse armonia poco curasti», e  Carlo gli risponde: «Qualunque / Di chiaro esempio, e di veraci carte / Giovasse altrui, fu da me sempre avuto / In onor sommo. E venerando il nome / fummi […] di quel, che sul plettro immacolato / Cantò per me: Torna a fiorir la rosa, / Cui, di maestro a me poi fatto amico, / Con reverente affetto ammirai sempre / Scola e palestra di virtù».

Nonostante la sua virtù, persino Giuseppe Parini si era, però, lasciato irretire da un pregiudizio che sopravviveva da più di un secolo.

Ammetterlo è doveroso, ma certamente non per diffamarlo, poiché è «uno di quei poeti contra i quali, fin che vivono, è lecito qualunque strapazzo; ma dei quali, quando son morti ogni più reverente censura diventa una scandalosa bestemmia» ((Fermo e Lucia, a cura di A. Chiari e F. Ghisalberti, Appendice sulla storia della colonna infame, Milano, Mondadori, 1959, p. 745).

Pertanto, potrebbe essere interpretato come un affronto persino trascrivere tutti i versi del “sermone” pariniano, riportati dal Balestrieri.

Ma sarebbe una colpa ben più grave farli passare sotto silenzio, dal momento che rivelano quanto siano insidiosi i cosiddetti errori del tempo: una consapevolezza che mette in guardia da ciò che viene creduto soltanto perché è asserito da coloro che hanno autorità, compresi gli scrittori di grido.

Possono bastare i primi nove versi: «Quando tra vili case in mezzo a poche / rovine i’ vidi ignobil piazza aprirsi, / Quivi romita una colonna sorge / in fra l’erbe infeconde e i sassi e il lezzo / Ov’uom mai non penetra, però ch’indi / genio propizio all’insubre cittade / ognun rimuove alto gridando: – Lungi, / o buoni cittadin, lungi che ‘l suolo / miserabile infame non v’infetti».

Infatti, bastano a suscitare una sofferenza, che nel Fermo si traduce in parole accorate, indimenticabili: «Doloroso spettacolo, vedere Parini chinare ciecamente le ginocchia a quella turpe e insanguinata fantasima, insieme con la folla, alla quale avrebbe egli dovuto dire : alzatevi una volta, e guardate meglio. Tristo suono, udirlo chiamare Genio propizio quel complesso d’ignoranza e di crudeltà, di perfidia e di avventatezza, di credulità e di contumacia, d’ipocrisia e d’impudenza, che converse in cenere degli uomini sani e innocenti, in piazza la dimora d’un cittadino tranquillo: udire i versi di Parini ripetere lo stolto e impertinente consiglio che quei retori carnefici avevan preteso di dare in una iscrizione con la quale ardivano rivolgersi ai buoni. I versi di Parini che nato a dire le cose da lui profondamente pensate, non a ridire le altrui e insensate, avrebbe dovuto gridare all’opposto: qua o buoni cittadini, qua a conoscere e a meditare fin dove conduca gli uomini una idea assurda e fanatica» (Fermo e Lucia, cit., pp. 745-746).

È un “giusto lamento”.

Riflettano i lettori, e comprendano che non si possono più sopportare “sentenze” sui poeti come quella secondo cui  essi avrebbero «il privilegio di approfittare di tutte le credenze, di tutte le tradizioni che servono all’arte loro, senza esaminare s’elle sieno vere o false», né come l’altra, sulle loro parole che non avrebbero tristi effetti, perché «non si cerca in esse una norma di pensare, ma un mero diletto».

Non è certamente un privilegio «confermare gli uomini nell’errore»! «Tutti gli scrittori onesti desiderano di sminuire per quanto si possa i mali dell’uomo, e soprattutto quelli ch’egli crea: tutti gli scrittori sensati veggiono di quanti mali sia cagione l’errore, e con un tacito accordo gli fanno la guerra: e i soli poeti, uscendo da questo accordo , anzi facendogli contra, distruggendo l’opera benefica e faticosa di quegli, adulerebbero l’errore, e cercherebbero di prolungargli la vita!» (Fermo e Lucia, cit., pp. 746-747).

È talmente convincente la serie di considerazioni sul ruolo degli intellettuali che, infine, anche il lettore più refrattario dovrebbe essere pienamente appagato dalla “profondamente pensata” sentenza secondo cui “facoltà del poeta è sentire con vivezza la verità contraria all’errore e comunicarla con potenza”.

Queste pagine commosse e commoventi possono giovare anche a noi “posteri”, e mi fa piacere ricordare che oggi sono a disposizione di tutti, nel portale Manzoni Online ( Manz.B.X.3, Prima stesura autografa, Appendice storica su la Colonna infame).

Io ho riferito soltanto brandelli delle riflessioni più notevoli, perché il mio scopo, per ora, è principalmente quello di fare intuire il mio sconcerto e la ridda di supposizioni in cui mi trascinò l’annotazione degli editori: Di fianco ai versi del Parini, una nota del Manzoni a matita:. «Perdono alla giovinezza! Alfine sono pochi versi, pochi e rifiutati, ma Reina volle conservarli» (Fermo e Lucia, cit., Note, p. 891,  relative alla p. 745,  l.19).

La situazione paradossale induce immediatamente a voler vedere coi propri occhi l’annotazione manzoniana..

Oggi il computer rende l’operazione estremamente facile: basta digitare la segnatura MANZ.B.X.4, cui corrisponde la dicitura: “Storia della colonna infame. Copia della prima redazione con correzioni”.

Nell’abstract è specificato: «si tratta della copia preparata per la consegna alla Censura ma mai consegnata e quindi rimasta in questa forma inedita fino all’edizione Ghisalberti. È copia di copista della prima stesura conservata dal ms. Manz.B.3, con correzioni evolutive autografe di Manzoni».

Il manoscritto è di 86 carte numerate, e nella 79, verso, si trovano le parole in questione.

È davvero importante vedere come Manzoni le ha tracciate nel riquadro bianco, delimitato dagli orli del foglio a sinistra e in basso, mentre in alto e sulla destra è attorniato dalle tremende parole del Parini e da quelle accorate di chi compiangeva il caro poeta.

Evidentemente era accaduto che, giunto a metà foglio, il copista si era reso conto di aver trascritto malamente i primi quattro versi del Parini, senza neppure rispettarne la suddivisione: «Quando tra vili case, in mezzo a poche Rovine, i’ vidi ignobil piazza aprirsi. Quivi romita una colonna sorge  infra l’erbe infeconde, e i sassi, e ‘ lezzo,». Li aveva quindi cassati con un tratto di penna e riscritti in modo corretto nella mezza facciata bianca, a sinistra. Poi aveva ripreso sulla destra la trascrizione degli ultimi cinque: «Ov’uom mai non penetra, però ch’indi / Genio propizio all’Insubre cittade / Ognun rimove, alto gridando lungi, / O buoni cittadin, lungi che il suolo / Miserabile, infame non v’infetti. etc.», cui seguiva l’incipit del lamento che conosciamo: «Doloroso spettacolo, vedere Parini chinare ciecamente le ginocchia a quella turpe e insanguinata fantasima, insieme con la folla, alla quale avrebbe egli dovuto dire : alzatevi una volta, e guardate meglio. Tristo suono,».

Manzoni, intento a rileggere poesia e lamentazione, in  quella copia per la censura, non seppe resistere all’impulso di interloquire, approfittando dello spazio bianco residuo.

Sembra di vedere la scena: prese una matita e, a grandi lettere, manifestò il proprio “sentire”: «Perdono alla / giovinezza!».

Poi, tracciando le lettere in modo viepiù sconnesso, volle esternare anche il frutto del proprio “meditare”: «Alfine sono / pochi versi / pochi e / rifiutati. / Ma Reina / volle / conservarli».