Parma e il suo centro storico. Una passeggiata.

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GIANCARLO BARONI

Sant’Ilario è il patrono di Parma. In genere il patrono cittadino è il santo del quale la città possiede le reliquie oppure è il vescovo che ha protetto e salvato la comunità dei fedeli e dei cittadini da pestilenze, invasioni, calamità, cataclismi. Invece Ilario a Parma è di passaggio, in cammino, è nato e morto a Poitiers, in Francia, e nella nostra città non ha abitato ma probabilmente solo fugacemente soggiornato durante un freddo e nevoso inverno intorno al 362. Una leggenda racconta che Ilario, forse mentre tornava dall’esilio in una regione dell’attuale Turchia, si fermò a Parma; i suoi sandali erano così rovinati e malmessi che un generoso e compassionevole ciabattino gliene donò un paio nuovi, in cambio, la mattina seguente, quello stesso calzolaio trovò al posto delle vecchie un paio di scarpette d’oro in segno di riconoscenza e di ringraziamento. Il viandante Ilario, con i calzari nuovi, aveva subito ripreso il viaggio. Questa storia edificante dimostra che a essere caritatevoli e compassionevoli si ottiene un premio non solo nella vita futura ma anche in quella presente, e che l’anima parmigiana è spesso permeata di umanità e di solidarietà, come dimostrano le tante associazioni di volontariato che tuttora si dedicano nei modi più diversi al prossimo e ai bisognosi. Il 13 gennaio, anniversario della morte di Ilario, le pasticcerie sfornano un biscotto a forma di scarpetta e, nella sala del consiglio comunale, i cittadini e le associazioni meritevoli vengono premiati. La storia dei biscotti somiglianti a scarpette ci ricorda che cibo, cucina, alimenti e buona tavola, costituiscono la caratteristica e le qualità cittadine probabilmente più famose nel mondo (nel 2015 Parma è stata proclamata “Città creativa Unesco per la gastronomia”). Sono partito dalla storia di Sant’Ilario perché emblematica, come vedremo anche in seguito. Sotto i portici dell’Ospedale Vecchio, in Oltretorrente, esiste un oratorio dedicato al Santo, che conviene visitare.

Non è però dell’Oltretorrente che voglio parlare, ma del centro storico che sta al di qua del torrente; un torrente che porta l’identico nome della città e che l’attraversa rendendola più suggestiva. E dove c’è un corso d’acqua necessariamente esistono dei ponti che uniscono e collegano. Il Ponte di Mezzo ci porta verso il Palazzo centrale dell’Università (Università che affonda le proprie radici nel Medioevo, diffusa su tutto il territorio cittadino e oltre) e ci immette direttamente nelle vie dei negozi, dove l’eleganza che Parma coltiva, a cui aspira e di cui si fa vanto, viene messa in mostra ed esposta. I negozi negli ultimi tempi hanno decisamente risentito della concorrenza dei numerosi centri commerciali sorti in periferia. Le principali strade dello shopping, le cui vetrine contribuiscono a rendere più attraente il volto della città, coincidono con il decumano massimo (le attuali via Mazzini e strada della Repubblica) e con il cardo massimo (le odierne via Farini e strada Cavour) della colonia romana fondata nel 183 a.C. su quella via Emilia che collegava Piacenza con Rimini e che qualche anno prima il console Marco Emilio Lepido aveva realizzato. Probabilmente il nome Parma deriva dallo scudo rotondo della fanteria romana. Più o meno dove si incrociano gli antichi cardo e decumano adesso si estende piazza Garibaldi, sede nel corso dei secoli del potere politico e civile.

Nel Medioevo Parma era una tappa, anche se non importante come Fidenza, della via Francigena o Romea, una rete di strade che collegavano Canterbury con Roma, l’Italia con la Francia e con l’Europa occidentale; il destino della città è dunque di stare su una strada frequentata e battuta, Emilia o Francigena non importa. L’immagine di sant’Ilario in cammino verso il nord si rivela dunque particolarmente significativa. Consapevolezza della propria identità e disponibilità verso influssi e stimoli esterni, ecco le forze apparentemente contrastanti che anche oggi animano la città alla continua ricerca di un provvisorio equilibrio, in bilico fra difesa orgogliosa delle proprie tradizioni e apertura creativa alle innovazioni.

Questo articolo non pretende di essere una mini-guida ragionata del centro cittadino, semmai un percorso dettato e tracciato dall’affetto; il cuore storico e artistico di Parma fa parte del mio DNA esistenziale e sentimentale. Da adesso in avanti parlerò maggiormente dei posti a cui sono più legato, a cominciare da borgo del Correggio dove sono nato. In passato si chiamava borgo Uccellacci, non perché vi fossero custoditi dei rapaci che qualche nobile usava per la caccia col falco, ma forse perché i muri esterni di alcune case erano dipinti con delle aquile simbolo dell’evangelista Giovanni; una di queste aquile, sebbene sbiadita, la possiamo ancora ammirare sopra il muro di una casa all’inizio della strada.

Di fianco alla facciata della chiesa di San Giovanni Evangelista, sopra una targa sta scritto: “Antonio Allegri detto il Correggio nell’attigua cupola fermò la visione di Gesù trionfante sul volto estatico dell’evangelista morente…”. Gli affreschi della cupola dipinti dal Correggio attorno al 1520 richiamano quelli splendenti e vertiginosi della grande cupola del vicino Duomo che l’artista terminò una decina di anni dopo. Si racconta che Tiziano ai fabbricieri del Duomo insoddisfatti del lavoro dell’Allegri rivolse più o meno queste parole (che ho trasformato in versi): Rovesciate la cupola del Duomo / riempitela di monete d’oro / neanche così il suo affresco / verrà ricompensato”. Spesso, preferibilmente in bicicletta, vado in piazza Duomo, anzi è la bici che mi guida lì come se avesse ormai memorizzato il percorso. Ai primi caldi volentieri mi siedo su una delle panchine del Palazzo vescovile per gustarmi un gelato e guardare la Cattedrale romanica, sulla cui facciata si stampano per un attimo fuggevole le ombre dei rondoni in volo. Se guardo dritto vedo i leoni di marmo, uno di colore bianco e l’altro rosso, che fanno la guardia al portale centrale della cattedrale consacrata nel 1106. Se giro gli occhi verso destra ammiro il Battistero dell’Antelami, ottagonale e rivestito in marmo rosa veronese, principale gioiello cittadino iniziato nel 1196 come attesta l’iscrizione latina sull’architrave del portale rivolto verso la Piazza: “Tolti due volte due anni da Milleduecento, cominciò quest’opera lo scultore chiamato Benedetto”. Una poetessa parmigiana, Amelia Amoretti, nella raccolta intitolata soltanto una piccola matita, ha dedicato al Battistero e alle sculture dei Mesi antelamici diverse poesie; ne cito pochi versi: “… Stasera / nel tramonto / il Battistero è roseo, / e se lo tocchi / è carne.” Sulla facciata di un palazzo storico di fianco al Battistero, una targa ricorda che “Qui dove sorgevano le case De Adam nacque il 9 ottobre 1221 Frate Salimbene il maggior cronista latino del medioevo”; la sua Cronica riferisce accadimenti avvenuti fra il 1168 e il 1287, a cominciare dalla dura sconfitta subita da Federico II nel 1248 per mano dei parmigiani che ruppero l’assedio e sottrassero all’imperatore tesoro e corona.

Ho trascorso la mia infanzia (sono nato nel 1953) in borgo delle Colonne. Nonostante la lunga fila di portici non ci troviamo a Bologna; il nome del borgo deriva proprio dalle tante colonne che sostengono i portici. Ricordo che nel palazzo in cui abitavo c’era allora un negozio di alimentari che nel retro funzionava da osteria: a volte, per gioco, davo una mano portando ai tavoli i piatti di salume. Era un quartiere popolare abitato prevalentemente da famiglie modeste, padri operai e madri casalinghe. Macchine poche, bambini tanti. Suggestionato dai ricordi, ogni volta che ritorno mi sembra di ritrovare la Parma degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta, periodo non facile. Nelle poesie di Enrico Furlotti, poeta parmigiano chissà perché quasi dimenticato e che pubblicò nel 1967 con Mondadori la raccolta Andare e venire, ritrovo le atmosfere che conobbi da bambino: “…Si discute da borgo delle / Colonne fino a via Saffi; nell’osteria / d’angolo andiamo tutti a sedere”. Poco distante, in un piazzale particolarmente suggestivo, la chiesa medioevale di San Francesco del Prato è stata definitivamente restaurata e ridonata alla città dopo il suo lungo (quasi due secoli) uso come carcere. Nello stesso piazzale, la Casa della Musica ci ricorda la passione cittadina per la musica operistica il cui tempio è il Teatro Regio; la duchessa Maria Luigia, moglie di Napoleone e figlia dell’imperatore d’Austria, lo fece costruire negli anni Venti dell’Ottocento. Ogni città ha dei volti che meglio di altri la ritraggono e la rappresentano; per Parma ne sceglierei due: quello dolce e magnetico della Schiava turca del Parmigianino e quello severo e penetrante di Giuseppe Verdi. Numerose e attive sono le associazioni e gli enti che in città mantengono viva la memoria del grande compositore. Bruno Barilli inizia Il paese del melodramma con queste parole: “In quella enorme zanzariera che è la valle del Po fra Parma e Mantova doveva nascere il genio di Giuseppe Verdi, e Parma diventare la roccaforte dei verdiani”. (Se si vuole incontrare pienamente Verdi bisogna allontanarsi 40 chilometri da Parma e dirigersi verso Roncole, dove c’è ancora la sua casa natale, e da lì raggiungere Busseto e Sant’Agata dove visse).

Ma torniamo in borgo delle Colonne. Da lì in un attimo raggiungiamo borgo del Parmigianino dove una targa ricorda che “in questa via fu l’avita casa di Francesco Mazzola denominato il Parmigianino”. Alla Galleria Nazionale il piccolo dipinto della Schiava turca (68 x 53) compete in fascino e bellezza con il ritratto di Leonardo, di dimensioni ancora più ridotte (circa 25 x 21), conosciuto come La scapiliata. (Se desideriamo ammirare un altro capolavoro del Parmigianino bisogna percorrere venti chilometri e raggiungere la Rocca di Fontanellato, dove il pittore affrescò nel 1524 la saletta di Diana e Atteone).

Appena svoltato borgo del Parmigianino ci accoglie la Camera di San Paolo affrescata dal Correggio. Quante volte ho percorso il lungo cortile alberato che da via Macedonio Melloni porta all’ingresso dell’ex monastero di San Paolo. Un tempo qui c’era l’Istituto magistrale “Albertina san Vitale”; la mia aula credo sia diventata una delle stanze dell’attuale Castello dei Burattini. Solo in parte utilizzato e ancora da risanare, l’ex complesso conventuale di San Paolo è particolarmente ricco di arte, cultura e natura: comprende, oltre alla meravigliosa ed enigmatica Camera dipinta nel 1519 dal Correggio, la stanza precedentemente dipinta da Alessandro Araldi, la Pinacoteca Stuard, l’Istituto storico della Resistenza, due biblioteche comunali e infine un giardino che spero recuperi presto la sua appartata bellezza. Al Giardino di San Paolo ho dedicato un libro di poesie intitolato I merli del Giardino di San Paolo e altri uccelli (si veda qui).

Piazzale della Pace è un grande spazio verde dove il monumento al Partigiano e quello dedicato a Verdi sembrano galleggiare sull’erba; sullo sfondo si mostra nella sua austera imponenza il Palazzo della Pilotta voluto dai Farnese a partire dalla seconda metà del Cinquecento. Da allora e sino al 1731 i potenti discendenti di papa Paolo III governarono il territorio parmense e piacentino. Salendo lo scalone si raggiunge prima il Museo archeologico nazionale, poi l’elegante Biblioteca Palatina, oasi di pace e di silenzio, e quindi il Museo dedicato a Giambattista Bodoni, direttore dal 1768 della Stamperia parmense. La visita alla Pilotta continua con la Galleria Nazionale che contiene quadri del Correggio, di Cima da Conegliano, dei Carracci…Le opere d’arte attualmente esposte sono poca cosa rispetto a quelle che impreziosivano un tempo le regge e i palazzi farnesiani. Dopo la morte senza eredi dell’ultimo duca, Parma e Piacenza passarono a Carlo di Borbone, figlio primogenito della regina di Spagna Elisabetta Farnese, il quale venne poco dopo eletto re di Napoli. Assieme alla corte trasferì nella capitale partenopea la maggior parte dei tesori farnesiani (quadri, statue, monete, gioie, mobili, libri, arredi di maggior pregio…). Grazie a suo fratello minore Filippo, che aveva sposato Luisa Elisabetta, figlia di Luigi XV re di Francia, Parma da metà Settecento cominciò a parlare e a pensare per circa un ventennio in francese. Arrivarono dalla Francia artisti e artigiani, filosofi e scienziati, architetti e funzionari, educatori e cuochi; centinaia e centinaia di presenze e di voci che aprirono Parma al nuovo. Il primo ministro si chiamava Guillaume Du Tillot e l’architetto di corte Ennemond-Alexandre Petitot; lo scultore Jean Baptiste Boudard insegnava all’Accademia di Belle arti; il filosofo Condillac era uno dei precettori del giovane Don Ferdinando che sceglierà come dimora preferita non il Palazzo Ducale di Parma ma la Reggia di Colorno.

La magica porta di accesso alla Pinacoteca è costituita dal teatro Farnese di inizi Seicento; “lo splendido Colosseo in legno”, lo definisce Attilio Bertolucci, “che i romani Farnese s’erano costruiti, forse per nostalgia della loro città, entro le mura della Pilotta”. Fatto prevalentemente di materiali fragili, nato per stupire e incantare, ha resistito ai bombardamenti aerei del 1944 risorgendo dalle macerie. La sua ricostruzione e rinascita ne hanno accentuato il fascino spoglio, rarefatto, evocativo.

Al di là di Ponte Verdi si distinguono la trecentesca Torre difensiva viscontea, simbolo del lungo dominio milanese su Parma, e l’ingresso del Giardino Ducale. Il parco fu iniziato dai Farnese e successivamente riqualificato dai Borbone. Poco distante, su un muro che fa da argine al torrente spicca da anni questa frase in dialetto: “Balbo t’è pasè l’Atlantic mo miga la Perma” (“Balbo hai attraversato l’Atlantico ma non la Parma”). Questa frase ricorda che i quartieri cittadini più popolari e umili, a cominciare dall’Oltretorrente, si ribellarono alle violenze dello squadrismo fascista. Epiche sono le Barricate del 1922 quando, nei primi giorni di agosto, circa diecimila fascisti armati al comando di Italo Balbo tentarono di invadere la città per una spedizione punitiva, ad aspettarli trovarono però barricate difensive fatte di carretti, lastre di pietra, banchi… e una efficace resistenza spontanea e organizzata che li respinse.

Tornando verso Piazza Garibaldi, si raggiunge la basilica di Santa Maria della Steccata, la cui prima pietra fu posata nel 1521, una fra le più belle chiese cittadine dalla splendida cupola, sede dell’Ordine Costantiniano di san Giorgio. Nella cappella sotterranea, che accoglie i resti di duchi e duchesse Farnese e Borbone, spicca la lapide del condottiero Alessandro Farnese, governatore delle Fiandre. Fortezza pentagonale iniziata nel 1591, la Cittadella parmigiana si ispira a quella di Anversa espugnata qualche anno prima proprio da Alessandro Farnese; nei viali dei suoi bastioni vado spesso a camminare e pedalare, circondato da gente che corre, fa ginnastica, conversa sulle panchine e quando può, sdraiata sui prati, prende il sole. La Cittadella è fuori dal perimetro del centro storico in cui subito rientro per una passeggiata nel verde del vicino Orto Botanico; in questo modo ripercorro gli spostamenti dei miei “merli del Giardino di san Paolo”: “Fino alla Cittadella / antica fortezza farnesiana / da altri merli / quasi per intero popolata / d’estate ci spingiamo. Poi / completando la breve migrazione / dentro l’orto botanico. Le sue piante / ci offrono refrigerio e bacche preziose”.

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Federico II e l’assedio di Parma

(durante l’assedio, alcune nobildonne portano in cattedrale un modello in argento della città e lo offrono alla Madonna)

Verrà rasa al suolo.
Figli e uomini sterminati
e noi donne rapite. Il sale
sparso a piene mani sulla terra
la renderà infeconda. Beata lei

mentre noi subiremo la vendetta
di diventare madri. Noi Ti imploriamo
con la città d’argento
posata ai tuoi piedi,
difendici da Federico.

(Le foto sono dell’autore)