I fratelli Ovidi: antologiche intrecciate

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FULVIA GIACOSA

“Nessuno conosce meglio la tua vita di un fratello che ha quasi la tua età, sa chi sei e cosa sei meglio di chiunque altro.  Un fratello, è un fratello”.
Potremmo partire da questa frase di Alvin, protagonista del film The Straight Story di David Lynch (1999), per entrare nello strano rapporto tra l’arte di due fratelli artisti, Massimo e Maurizio Ovidi, che espongono nello storico Palazzo Samone di Cuneo le rispettive antologiche con lavori dagli anni settanta a oggi.
Massimo era il predestinato all’arte da quando piccolissimo passava il suo tempo a disegnare e dipingere e otteneva l’incoraggiamento a coltivare tale inclinazione frequentando il liceo artistico; Maurizio arriva all’arte un po’ dopo, da autodidatta, e tutto si svolge nel chiuso di un primo studio in via Mondovì, senza sguardi altrui, tra sé e sé.

Massimo Ovidi, quadro arancione, 2017

Massimo Ovidi, Quadro arancione, 2015

Nelle sale espositive le opere dell’uno e dell’altro, pur se frutto di ricerche indipendenti, invitano a leggervi un dialogo intrigante. C’è in entrambi una presa d’atto di questo nostro tempo incerto, confuso, disseminato e, mentre ne evidenziano le storture e le zone buie, indicano anche una “illuminazione possibile” come scrisse Riccardo Cavallo. Massimo, dalla curiosità istintiva per il mondo dei colori e dei segni che rende sonori come la musica jazz e underground ch’è l’altra sua passione, ha un approccio scanzonato all’accumulazione contemporanea cui guarda con ironia evidenziandone contraddizioni e dualità; Maurizio, dal carattere più meditativo, risponde al rumore invasivo del mondo fermando istanti ordinari inseriti nel fluire universale che oltrepassa il contingente. In sostanza, comune è l’invito a preservare l’intelligenza del vedere in un momento storico caratterizzato, nel migliore dei casi, da distrazione.

Maurizio Ovidi, Isole 1, 1977

Maurizio Ovidi, Isole 1, 1977

Quando Massimo riattraversa il recente passato grafico e pittorico dell’arte senza escludere forme tridimensionali non fa certo operazione nostalgica bensì preserva dall’obsolescenza pezzi della nostra storia, dalla Pop alla Transavanguardia, che la rapidità consumistica ha banalizzato e reso effimeri (o modaioli).  Si potrebbe parlare di un’operazione di salvaguardia dei linguaggi visivi, siano essi globalizzati o ancorati al territorio d’appartenenza; ciò spiega la coesistenza di tradizioni figurative e astratte, la mescolanza di colori piatti brillanti accesi con il bianco/nero, la presenza di inserti oggettuali nella dominante pittorica.  La pienezza delle figurazioni – dove il vuoto sembra non poter sopravvivere, ma c’è eccome tra l’ondeggiare dei segni – supera i limiti del supporto in un all over contemporaneo, prevalentemente grafico e labirintico: seguire i segni che cambiano costantemente direzione, si ritorcono su se stessi, si sovrappongono, vanno e vengono fino al groviglio costringe l’osservatore a camminare lentamente con lo sguardo e la mente, a non restare inerte.

Massimo Ovidi, Volti senza nome, 2017

Massimo Ovidi, Volti senza nome, 2016

Maurizio opera a prima vista per svuotamento. Eppure la tela è piena e basta guardare i fondi (che poi fondi non sono per la vibrazione presente anche nella flatness dei neri) utili a ricreare il vuoto silente dell’esistere in cui compaiono inserti fotografici di minutissime figure umane o applicazioni di sculturine tridimensionali di un bianco gessoso forse memori della poetica di un Segal, soggetti che ritroviamo anche in minimali installazioni. Vi si legge la vulnerabilità dell’esistenza quotidiana: la figura, pur se sospesa sul nulla, si ancora agli oggetti comuni (una corda, un legno, un garbuglio di fili ferrosi, un orologio da taschino) e arrischia il confronto con l’altrove, ipotizza un cammino esistenziale reso meno incerto da rosse ascisse ed ordinate, tracce d’attraversamento dello spazio dipinto.

Maurizio Ovidi, Arrampicatore, 2014

Maurizio Ovidi, Arrampicatore, 2014

La sensibilità dell’autore riesce ad alleggerire il dramma del vivere in una visione poetica che si fa prossimità emotiva, igiene mentale, educazione al silenzio. Tolta dalla sua condizione prosaica la figura umana si muta in presenza fantasmatica e solo così recupera la forma identitaria ed universale dell’essere. Ugo Giletta non a caso ha parlato di “dialogo tra apparente immanenza delle cose e intuizione della trascendenza”. Queste figurine sono in fondo una continuazione del discorso iniziato con le “Isole” dei primi anni ottanta (e non a caso ritornano nelle ultime opere prevalentemente fotografiche), piccoli approdi neri sparsi armonicamente sul bianco assoluto nullificante ogni tragedia; le sagome mignon sono esse stesse isole umane nel mare di una vita che non nega loro possibili approdi: in quel mare, anzi, è quanto mai dolce  naufragare.

Massimo Ovidi, Ho voglia di cappelletti in brodo, 2017

Massimo Ovidi, Ho voglia di cappelletti in brodo, 2017

INFO: la mostra, ad ingresso gratuito, è visitabile fino al 30 giugno nei giorni di venerdì – sabato – domenica dalle ore 16 alle ore 19,30. Sede: Palazzo Samone, via Amedeo Rossi 4, Cuneo

Maurizio Ovidi, Lottatori, 2016

Maurizio Ovidi, Lottatori, 2016