14. “Carriera” poetica

(da Wikipedia)

Vincenzo Monti ritratto da A. Appiani (da Wikimedia Commons)

DINA TORTOROLI

Quando ero una studentessa assillata dall’inattendibilità di Alessandro Manzoni, mi  interrogavo anche sulla  genesi dei Versi in morte di Carlo Imbonati.
Mi sembrava che, a Parigi, il ventenne Alessandro – in balìa di insospettate difficoltà – fosse infine riuscito a rendere omaggio allo scomparso angelo tutelare di sua madre, a  prescindere dalla propria “voglia di lavorare”, per la forza di suggestione del titolo, dei protagonisti, della linea di svolgimento diaristica e della tormentosa inquietudine dell’io narrante del sonetto foscoliano In morte del fratello Giovanni.
Oggi, esplorando testimonianze di prima mano, ho  accumulato anche altre impressioni e congetture.
Anzitutto,  l’affiorare del lessico di Vincenzo Monti lungo l’intero testo, virtualmente dedicato all’Imbonati, ha orientato la mia attenzione sul dilemma che lo spaesato Alessandro stava affrontando concretamente, dopo mesi di disagio interiore: quale magistero seguire? Quello del Monti, la guida di sempre, oppure quello di Carlo Imbonati, cui Monti stesso lo aveva indirizzato, ma che ormai poteva soltanto essere costituito dalle opere del venerabile scomparso?
La risposta deve essere desunta dal testo: un elogio funebre che il poeta coglie come “occasione” per dire di sé.
Leggiamo l’incipit: «Se mai più che d’Euterpe il furor santo, /E d’Erato il sospiro, o dolce madre, /L’amaro ghigno di Talia mi piacque, /Non è consiglio di maligno petto» (vv. 1-4).
Nel connotare le tre “divine sorelle” preposte secondo gli antichi Greci all’Arte poetica, Alessandro ricorre alle prerogative enunciate dal Monti nella Musogonia: «Talia che l’error flagella e ride» (v. 200), «Euterpe amante delle doppie pive [strumento di canna con due ance, utilizzato in diverse celebrazioni sociali e religiose, compresi i frenetici riti dionisiaci]» (v. 203); «Erato che d’amor dolce sospira» (v. 205).
Potrebbe essere l’estremo atto di omaggio a colui che Manzoni aveva scelto come “scorta” e che da anni gli stava insegnando la “lingua delle Muse”.
Infatti, fra il 1800 e il 1801, vale a dire tra la fine del quindicesimo e il principio del sedicesimo anno, Alessandro aveva composto un poema, diviso in quattro canti, intitolato Del Trionfo della Libertà, “con molte reminiscenze della Bassvilliana e della Mascheroniana”. Vale a dire che aveva sperimentato la “narrazione in terzine”, il viaggio-visione e il “riuso di materiali danteschi” rianimati dal Monti. E – «poeta animosamente precoce» (Ezio Raimondi) – aveva osannato l’illustre precettore: «Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi /Fai de’ tuoi carmi e trapassando pungi /La vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi. […] Ed io puranco, ed io, vate trilustre, /Io ti seguo da lunge, e il tuo gran lume /A me fo scorta ne l’arringo illustre /E te veggendo su l’erto cacume /Ascender di Parnaso alma spedita, /Già sento al volo mio crescer le piume. /Forse,  ah che spero! Io la seconda vita /Vivrò, se alle mie forze inferme e frali /Le nove suore porgeranno aita» (Canto Quarto, vv. 163-165 e 181-189).
Poi, negli anni 1802-1804, Manzoni si era dimostrato «l’autore già esperto dei Sermoni e dell’Adda» (Ezio Raimondi), componimenti citati in lettere che offrono ora risolutive  testimonianze:
«10. 10.bre 1803 /Al Cittadino /Vincenzo Monti /Professore di Eloquenza nel Ginnasio di /Pavia /Mio caro Monti /I tuoi gentili saluti per parte di Pagani mi vengono, credo io, da Pavia. Questo mi fa supporre un notabile miglioramento di tua salute, e quasi una perfetta guarigione. Duole alla mia impazienza che il Persio non sia ancora alla luce. Io ti prego di farmelo avere più tosto che tu possa, perché io mi rallegri del vantaggio delle lettere, e dell’aumento della tua gloria, se essa ne è suscettibile. Sì dell’una cosa che dell’altra io aspetto nuova da te. Assicurati, mio caro Monti, che dappoi che io ho avuta la sorte di conoscerti di persona, i tuoi modi e le tue gentilezze mi ti hanno legato in maniera, che sarà non picciola parte della mia felicità il sapere che tu ti risovvenga di me. Ho quasi condotto a fine quel sermone di cui ti ho mostrato il cominciamento a Milano. Ardirò di mandarlo a te come a Maestro, giacché tu ti degni di essermi tale. Ricordati, mio caro Monti, del tuo vero ammiratore ed amico Manzoni».
Alessandro si trovava a Venezia, e sempre da Venezia, il 24 marzo 1804 scriveva:
«Al Citt.no /Gio. Batt.a Pagani /Studente di Giurisprudenza /Pavia. […] Ti dirò qualche cosa sul giudizio che dà Arese del mio Sermonaccio. E il tuo giudizio, perdio, quando lo vedrò? Se tardi ancora io dirò che tu l’hai perduto. Sto ora terminando un terzo sermone, nel quale rendo ragione perché io scrivo versi e satire. Tu vedi che questo non si può fare che rivolgendo il discorso ad un amico, ed io ho voluto parlar con te; sì con te, e se non basta ch’io ti fastidisca in prosa lo voglio anche fare in versi. Non ne parlare ad alcuno. […]».
Infine, il 6 novembre 1804, da Milano diceva: «Al Citt.no /Giovanni Battista Pagani /S. Agata /Brescia. Eccoti il sermone. Ho dovuto scriverlo a memoria, perché avendone portata copia a Monti l’unica copia ch’io ne aveva, egli la volle, non so perché, ritenere […]».
A me pare che Monti avesse più di un “perché”, per ritenere quel componimento che segnalava un discepolo improvvisamente insubordinato.
Infatti, Alessandro, in quel terzo Sermone “rendeva ragione” a un coetaneo del suo persistere nello scrivere “satire”, in aperta contrapposizione – si direbbe – al maestro, che, dopo il secondo, doveva averlo orientato verso un altro modo di poetare, vale a dire verso sentimenti che non fossero più soltanto lo sfogo dei propri umori satirici, causati da delusioni e disillusioni.
Lo possiamo dedurre dal fatto che, il 15 settembre 1803, al maestro, Manzoni aveva inviato  Adda /Idillio a Vincenzo Monti, accompagnando quegli ottantacinque versi con una lettera di cui conosciamo l’incipit, ma il cui seguito merita ora una particolare attenzione: «Credo inutile l’avvertirvi che sono opera d’un giorno; essi risentono purtroppo della fretta con cui son fatti. Nullameno ardisco pregarvi di dirmene il parer vostro, e di notarne i maggiori vizj. Che se Voi gli giudicherete non del tutto incorreggibili, vedrò di adoperare intorno ad essi la lima, dalla quale sono tuttavia intatti. Mustoxidi riceverà la vostra risposta, e me la farà avere».
Nella risposta – lo sappiamo – Monti aveva accennato a difetti e ad appropriati interventi, ma infine il responso era stato  favorevole: «Dopo tutto, sempre più mi confermo, che in breve, seguitando di questo passo, tu sarai grande in questa carriera».
Vincenzo Monti era un poeta “di professione” nel senso più nobile del termine. Aveva una preparazione eccellente, conosceva i classici latini e greci, e li interpretava, impegnandosi ad affinare la propria abilità. Era molto  coscienzioso e arricchiva i propri componimenti di note esplicative, in cui non solo  dichiarava le proprie fonti, ma citava i brani di cui si era avvalso. Avendo un alto concetto della propria arte, proponeva se stesso a persone autorevoli, in grado di apprezzare le sue composizioni e di diventare in seguito suoi committenti, ma era altresì un “tecnico” che volentieri rendeva “partecipi” i propri discepoli di ciò che lui sapeva, e li sollecitava all’applicazione “dei precetti e dell’esempio”.
Nell’idillio Adda, l’esempio fornito dal Maestro ad Alessandro Manzoni è ben visibile: si tratta del poemetto “didascalico erudito” Della Feroniade (occasionato inizialmente dal risanamento delle Paludi Pontine, intrapreso da Pio VI, nel 1789), divenuto work in progress (che durerà fino alla morte, assumendo quasi il ruolo di testamento spirituale) di cui talvolta Monti donava copia a intellettuali “degni” e a poeti in fieri.
Manzoni doveva averlo ricevuto da poco, se considerava “inutile” avvertire il maestro della fretta con cui aveva lavorato, tenendo conto delle numerose prescrizioni, a partire da quella di saper cogliere l’“occasione”: nel suo caso l’invito al maestro di raggiungerlo nella villa del Caleotto, presso Lecco. Quindi:
- Personificazione del fiume Adda, “diva di fonte umil”, che invita Monti a trascorrerre qualche tempo sulle sue sponde (vv. 1-5 e 70-85)
- Riferimenti espliciti al poemetto-modello (vv. 6-35)
- Richiami mitologici e dimostrazione di erudizione, con riferimenti al Mincio che lambisce Mantova, patria di Virgilio, e al Po che lambisce Ferrara, patria di Ariosto, Guarini e patria letteraria del Monti (vv. 41- 46), mentre l’Adda stessa può vantare  di essere stata onorata  da presenza e  “canto” di Giuseppe Parini (vv. 47-69).
I dettami montiani cui Manzoni aveva ubbidito sono tutti riscontrabili nelle superstiti Lezioni di eloquenza, nelle due Prolusioni accademiche, nelle numerosissime “dedicatorie” nonché nell’imponente Epistolario; e per intendere a fondo il rapporto di Vincenzo Monti con l’attività poetica serve conoscere la lettera che, a ventitrè anni, egli aveva inviato a suo padre: «Al Signor Fedele Monti /Ferrara, 9 maggio 1777 /Amatissimo signor Padre […] Spiacemi di sentir dal fratello, che siete rimasto mortificato per la proposta fattavi a nome mio di portarmi a Roma. Parmi che dovreste anzi compiacervene certamente, perchè siete amoroso verso di me, e premuroso de’ miei vantaggi. È d’uopo che restiate ormai persuaso, che l’aria o di Ferrara o di Fusignano non è salubre per me; voglio dire che rimanendo in queste parti io sarei sempre un ozioso, un meschino, costretto da una quasi impossibilità di rendersi vantaggioso a sè medesimo, utile al decoro della casa, perché condannato a seppellire in una oscurità perpetua quei pochi talenti che Dio mi ha compartiti. Vi ho già detto altre volte che lo studio legale, medico, matematico o altro, non è per me. Il mio genio non può combinarsi con siffatte scienze; e chi pretende di deviarlo, se egli dalla natura è portato ad altra parte? So che qualcuno la pensa diversamente; ma questi dovrebbe vergognarsi di sè medesimo, e non volere che tutti sieno avvolti nei pregiudizi dell’interesse […] intendo bene quanto sia difficile ad un padre che ama, staccarsi da un figlio, che, allontanandosi da lui per lungo tratto di paese, toglie di mezzo la possibilità di rivedersi spesso e vicendevolmente. Io sono troppo sensibile a queste riflessioni; e nel riandarle colla mente, mi sento fortemente combattere dalla tenerezza, dall’amore per una parte, e dall’altra dal dovere in cui sono di pensare a me medesimo. Ma poscia, portando lo sguardo sull’avvenire, veggo troppo grande il bisogno di non pregiudicare al mio proprio interesse. Voi stesso, negando di acconsentire alle mie risoluzioni presenti, con qual coraggio potreste un giorno mirarmi languire in un ozio vergognoso al vostro fianco, condannato ad un genere di vita troppo indegno di me e delle speranze che si sono concepite con quel talento che finora è rimasto sepolto? Io avevo un figlio, potreste allora dire, che poteva formare il mio contento coll’acquistarsi concetto e fama non mediocre (poiché l’esaltamento dei figli ridonda in onore dei genitori), che poteva stabilire la propria fortuna e il decoro della famiglia, che avrebbe insomma assicurata la felicità de’ suoi giorni; ed eccolo adesso per cagion mia, per essermi lasciato tradir dall’amore e dagli altrui consigli, eccolo ridotto ad una perpetua oscurità. Questi sarebbero i sentimenti che vi nascerebbero in cuore, effetto di un rimorso, di cui forse dovreste rendere stretto conto al Signore nel punto di morte. Insomma, riflettete seriamente su questo affare; e spero che Dio v’illuminerà, acciò accordiate l’assenso alla mia partenza per Roma. Le persone che spontaneamente si prendono l’incarico di avere una particolar cura di me, devono assicurarvi abbastanza della mia buona condotta. Sapete quanto mi voglia bene questo amabilissimo Cardinale Borghese, e questo piissimo Vice-Legato Serra, il quale a quest’ora mi ha dato, con dimostrazioni di particolare amorevolezza, mille stimoli per effettuare il mio disegno. Aggiungasi a questo, che in Roma io sono conosciuto, e che vado là assistito da una prevenzione assai favorevole. Tutte queste cose devono muovere il vostro animo, e disporlo ad un facile assenso per non mettermi in costernazione, e ridurmi a violare disperatamente l’obbligo, che mi corre, di obbedirvi. Ciò non sarà mai, perché voi siete ragionevole, e conoscete troppo bene la forza del dovere, in cui siete, di non impedire i vantaggi de’ vostri figli. […] Vi abbraccio col cuore».
Un singolare studioso, Francesco Flora, aiuta a capire anche il modo in cui il Monti concepiva l’arte poetica che doveva fargli acquistare concetto e fama non mediocre: «La poesia è per lui una tradizione alla cui base è la Mitologia: c’è una lingua poetica: ci sono affetti poetici, c’è tutto un regno in cui Apollo e le Muse hanno il loro dominio. La Mitologia è sostanza e lingua della poesia. E per lui una qualsiasi vicenda deve tradursi nei termini di quella lingua per essere poesia. Egli cioè rare volte concepisce un canto che sia cosa tutta sorgiva dell’anima; ma tien la mente ad un’arte che è solo trapasso ad un regno poetico eterno, quasi si direbbe fatto una volta per sempre. La lingua delle Muse non muta. La poesia è per il Monti l’apprendimento di quella lingua».
Molto importante è poi l’avvertimento: «giunto a intendere come ben pochi il linguaggio, e i simboli dei miti, in una specie di ideale storia inventata dai poeti classici, il Monti si muove tra i miti con una padronanza assoluta; ma il lettore, che ignora tutto quel che il poeta conobbe, non sempre intende. […] è indispensabile al lettore avere quella preparazione di cultura, senza la quale non intenderà né i cenni mitologici, né i rapporti poetici che il poeta ha svelati. Per questa parte perciò il Monti è un poeta difficile, e non c’è da lusingarsi che possa diventare popolare. Ma resta inteso che questa poesia per uomini colti e ben preparati non è men schietta della poesia a cui non occorrono lavori preparatorii» (Il Flora,  Arnoldo Mondadori, 1969, volume quarto, p. 209 e pp. 220-221).
Alessandro Manzoni, dai quidici ai vent’anni, non poteva essere colto, perciò sarà stato soprattutto affascinato dallo “splendido fabbro d’immagini e di versi” (Flora).
Era un discepolo che certamente non aveva la forza di volontà necessaria per emulare la “dottrina alacre”(Flora) del maestro.
Non poteva neppure vantare una “buona condotta”. Al contrario, era divenuto un frequentatore del Ridotto del teatro alla Scala.
Assume quindi notevole importanza l’anedotto che Angelo De Gubernatis dice “narrato dal professor Stoppani”: «Il così detto Ridotto del Teatro alla Scala era allora precisamente un ridotto di biscaiuoli. L’inesperto Alessandrino si era lasciato prendere all’esca, confessando egli stesso più tardi che si sentiva già fortemente invaso da quella terribile passione, che può in brev’ora trasformare un amoroso padre di famiglia in un parricida, e in suicida un giovine morigerato. Una sera Alessandro Manzoni sedeva al banco dei giuocatori. Tutto a un tratto si sente leggermente battere sopra la spalla. Voltosi indietro, si trovò in faccia lo sguardo affascinante di Vincenzo Monti, il quale gli disse queste semplici, ma gravi parole: “ Se andate avanti così, bei versi che faremo in avvenire!” Dopo di quella sera il Manzoni, quantunque, per avvezzarsi a contemplare lo spettacolo del vizio, senza lasciarsene signoreggiare, abbia continuato di proposito, per un altro mese a frequentare ogni sera il Ridotto, non giuocò più».
Vincenzo Monti doveva quindi aver ideato il ricongiungimento madre-figlio, a Parigi,  per eliminare il rischio che Alessandro potesse davvero diventare “un ozioso, un meschino”.
Lontano dall’ambiente milanese e con la guida virtuosa del “compagno” di sua madre, il promettente poeta avrebbe invece potuto dare il meglio di sé.
Carlo Imbonati non era un devoto delle Muse – lui apprezzava la poesia, come qualsiasi altra attività, soltanto se “giovava altrui” –, ma ad Alessandro serviva per l’appunto un magistero morale.
Purtroppo, non ci fu alcun passaggio delle consegne, perché inopinatamente Carlo Imbonati era morto.
Ritorniamo pertanto al suo elogio funebre, e ascoltiamo  Alessandro  che, una volta di più, giustifica davanti alla madre la propria poetica: «Né del mio secol sozzo io già vorrei /Rimescolar la fetida belletta, /Se un raggio in terra di virtù vedessi, /Cui sacrar la mia rima. A te sovente / Così diss’io: ma poi che sospirando, /Come si fa di cosa amata e tolta, /Narrar t’udia di che virtù fu tempio /Il casto petto di colui che piangi; / Sarà, dicea, che di tal merto pera / Ogni memoria? E da cotanto esemplo /Nullo conforto il giusto tragga, e nulla /Vergogna il tristo?» (vv. 5-16).
L’autocitazione (Adda, vv. 63-64: «piangendo, /Come si fa di cosa amata e tolta») si direbbe deputata ad attirare l’attenzione su quanto sta per essere raccontato:
«Era la notte; e questo /Pensiero i sensi m’avea presi; quando, /Le ciglia aprendo, mi parea vederlo /Dentro limpida luce a me venire, /A tacit’orma.» (vv. 16-20). […] «A me dappresso /Poi ch’e’ fu fatto, placido del letto /Su la sponda si pose. Io d’abbracciarlo, /Di favellare ardea; ma irrigidita /Da timor da stupor da reverenza /Stette la lingua; e mi tremò la palma, /Che a l’amplesso correva. Ei dolcemente /Incominciò:» (vv. 30-37).
In verità, si ha la netta sensazione di aver rivisto in azione tre protagonisti del Canto Terzo della Feroniade montiana, servita di modello all’Adda: Lica, “villan pietoso”,  Feronia, e Giove che accorre a confortare la ninfa:
«Nell’appressarsi, nel toccar ch’ei [Lica] fece /Il divin vestimento, un brividìo, /Un palpito lo prese, un cotal misto /Di rispetto, d’affetto, e di paura, /Che parve uscir dei sensi, e su le labbra /La voce gli morì» (vv. 422-427). […] «Così la Diva lamentossi, e tacque. /Era la notte,» (vv. 503-504) […] «Quando il gran padre degli Dei, che udito /Dell’amica dolente il pianto avea, /A lei tacito venne; e, poi che stette /Del letto alquanto su la sponda assiso,» (vv. 516-519) […] «O mia diletta, /Svégliati (disse), svégliati; son io /Che ti chiamo; son Giove. A questa voce /Il sonno l’abbandona; apre le luci, /E stupefatta si ritrova in braccio /Del gran figliuolo di Saturno. Ed egli /Riconfortala in pria con un sorriso /Che di dolcezza avrìa spetrati i monti» (vv. 523-530).
Manzoni ha trasferito all’Imbonati atteggiamenti di Giove consolatore e a se stesso “palpito, rispetto, affetto” di  Lica, insieme al bisogno di essere “riconfortato” come la sventurata Feronia, però, senza una nota esplicativa della “fonte”, la sua non è aemulatio, bensì imitatio, cioè copia, contraffazione.
E se si considera che il Carme fu immediatamente pubblicato, mentre il poemetto del Monti era inedito, questo gesto di Manzoni infittisce le ombre sugli enigmatici Versi per l’Imbonati e crea un nuovo problema spinoso.