13. Coping: far fronte

Andrea Appiani, ritratto di Giulia Beccaria e suo figlio

Andrea Appiani, ritratto di Giulia Beccaria e suo figlio

DINA TORTOROLI

Leggere le emozioni altrui può essere veramente uno strumento conoscitivo potente, ma ci si deve impegnare nell’osservazione scrupolosa delle circostanze in cui esse vengono manifestate.
A uno spettatore distaccato, Giulia Beccaria e Alessandro Manzoni che versano lacrime insieme sembrano intenti a condividere empaticamente un medesimo stato emotivo; e potrebbe veramente essere così, dal momento che, perdendo Carlo Imbonati, hanno entrambi “tutto perduto”.
Ma a chi desidera riconoscere gli autentici stati d’animo, la Psicologia del pianto – per quanto ancora agli esordi – insegna che le lacrime di Giulia non hanno la medesima funzione di quelle di Alessandro, perché sono la manifestazione di una diversa sofferenza: lui preda di una situazione traumatica irrisolta, lei intenta a elaborare un lutto.
Sappiamo che l’iniziale ribellione della Beccaria alla perdita subìta era stata talmente impressionante da indurre Sophie de Condorcet a suggerire l’unico mezzo che  avrebbe permesso a quella forsennata di immaginare non del tutto perduta la presenza fisica di Carlo: farne imbalsamare la salma (ed è attestato il fatto che Giulia soltanto da quel momento chiamerà “amica” la Condorcet).
Altre lettere, oltre a quelle già citate, e una serie di documenti di diversa natura ci permettono di intravvedere le fasi intermedie del processo di elaborazione del lutto, fino a quella risolutiva, che coincide con l’arrivo del figlio a Parigi.

Nell’Introduzione dell’epistolario della Beccaria, curato da Grazia Maria Griffini Rosnati leggiamo:
«Quanto alle esigenze pratiche che la scomparsa di Carlo richiedeva venissero risolte senza indugio, Giulia dimostra, pur nella sua disperazione, di non mancare di quelle lucide capacità decisionali che faranno di lei, anche in seguito, una gentildonna sempre attenta, sia pure a volte per necessità, alle questioni finanziarie.
Nell’Archivio domestico di Brusuglio (Coll. XIV, Fasc. 2) è conservato tutto il materiale relativo al decesso di Carlo in una cartelletta sulla quale Giulia aveva scritto di suo pugno: “Testamento e carte attinenti cioè Liste e altro del funerale ecc. di Carlo Imbonati” in cui si trovano, insieme ad altro materiale, la copia di una dichiarazione di proprietà del contenuto dell’appartamento di Place Vandôme, l’autenticazione della firma e identità di Giulia Beccaria per l’apertura del testamento Imbonati, ricevute e note spese per l’imbalsamazione con il conto relativo della Farmacia Boullay, le spese per la tomba alla Maisonnette, quelle funerarie e per il trasporto a Meulan, nonché il ringraziamento del sindaco di Meulan per le elemosine elargite ai suoi poveri. In margine alla letterina del curato della chiesa di Saint Philippe du Roul, in cui si dà ricevuta del pagamento per un servizio funebre celebrato il 21 marzo – cioè sette giorni dopo il decesso avvenuto il 15 marzo – “pour le répos de l’âme de Jean Charles Imbonati, décedé dans la petite Rue verte” Giulia scrive “Ricevute del Curato di Roul per l’affare Imbonati – L. 360”» (“Col core sulla penna” Lettere 1791-1841, Centro Nazionale Studi Manzoniani, Milano, 2001, p. XXIV).
La locuzione “ecc.”, accanto al sostantivo “funerale” e l’espressione “per l’affare Imbonati” non possono passare inosservate.
Avendo presente l’intera parabola della vita di Giulia, la mia reazione è fulminea: penso che, forse, non fu dettata soltanto dal dolore e dal risentimento la sentenza, emessa da Marie Mariton, la madre di Enrichetta Blondel, allorché (il 18 giugno 1810) scrisse alla figlia: «Penso che tu capirai bene che tua suocera non dovrà mai più capitarmi davanti sotto qualsiasi forma, giacché le sa assumere tutte».
Come è noto, senza neppure parlarne con i propri familiari, Enrichetta aveva abiurato la religione calvinista, e Marie Mariton aveva ritenuto la Beccaria colpevole di aver plagiato la nuora, poco più che adolescente, inducendola altresì a mettere i genitori davanti al fatto compiuto.
Per capire a fondo lo sdegno di entrambi e la loro certezza di essere vittime di un vero e proprio tradimento, basta leggere la convenzione matrimoniale, sottoscritta da Alessandro nel 1808: «Si dichiara espressamente che al caso premorisse il marito, sia facoltativo alla moglie di fare educare i figli in quel modo che più le piacerà».
La noncuranza nei confronti della confessione religiosa in cui educare i figli è palese persino nel modo disdicevole con cui essa viene espressa.
Ma torniamo al 1805 e alla “forma” assunta da Giulia, all’arrivo di Alessandro.
Gli studiosi della mente dedicano molta attenzione ai comportamenti messi in atto dagli individui nell’affrontare il lutto. Li definiscono  “strategie di coping”.
Facendo ricorso alle teorie di tre di loro, particolarmente  celebri, è facile accorgersi che Giulia Beccaria riesce ad attivare una straordinaria “antifragilità” (Taleb), “si illude di assumere aspetti comportamentali tipici della persona perduta” (Bowlby) e ottiene che “un’altra figura prenda il posto del defunto” (Freud).
Infatti, lei si convince di riuscire a “mettere il piede sulle orme dell’Imbonati”, trasferendo ad Alessandro l’eredità “altra” che Carlo le ha lasciato.
Calcola che, “imitandolo”, cioè facendo proprie le conoscenze, le idee, i progetti dell’Imbonati, Alessandro potrà riuscire a vincere l’indifferenza dei Francesi, avrà la brillante “carriera” poetica, pronosticata da Vincenzo Monti, e sarà felice.
Perciò  – senza interruzione e in un crescendo che lo sbalordisce – trasferisce sul figlio tutte le sue premure.
Attutisce così il proprio dolore, creandosi una nuova possibilità di vivere pienamente la propria vita, ma non sa prevedere le disastrose conseguenze dei suoi interventi: non li sa valutare correttamente, non vede (o non vuole vedere?) che sta attentando all’identità personale di Alessandro, sta azzerando la sua autostima.
Vale la pena di aprire una parentesi, per conoscerla un poco di più.
Il 7 giugno 1780,  Pietro Verri scrive al Fratello Alessandro:
«[Giulia] ora avrà 19 anni; è una giovine sana, sensibile, d’un carattere vivo e impettuoso, figura proporzionata e robusta; immaginati come ella soffra il lungo carcere di S. Paolo».
E il 20 gennaio 1771:
«Beccaria ha finalmente cavata dal monastero di S. Paolo la sua primogenita Giulia che è una giovine amabile. Ora che l’hanno fatta impazzire col lungo soggiorno fra quelle stranissime donne si meraviglia suo padre di trovarla corredata di opinioni poco ragionevoli. Il fondo però è buono e con pco si potrà liberarla dalle idee di farsi cappuccina, da quelle del purissimo sangue nobile ecc.ecc.».
Le “Memorie” dell’abate Giuseppe Compagnoni confermano le sagaci previsioni del Verri:
«Non tacerò però di te, amabile e cara donna Giulia Beccaria che in Milano mi avevi usata molto cordial gentilezza, e che altrettanta me ne usasti a Parigi ove lietamente passai molte sere teco conversando e coll’ottimo Imbonati».
Giuseppe Compagnoni riteneva addirittura che Giulia «sarebbe stata per la sua cultura, per il giusto criterio, per la forza di sentire e per l’altezza d’animo la nostra Staël, se avesse avuto minore modestia».
Dall’Imbonati, Giulia aveva dunque  imparato tanto.
Purtroppo, però, nel 1805-1806, valutando le avverse circostanze, era indotta a evitare di prendere in considerazione la questione dell’identità personale, nonostante essa sia davvero “uno dei problemi più carichi di senso per la nostra vita che la filosofia abbia mai architettato”.
Preferiva illudersi di avere Alessandro solidale, mentre invece nella mente di lui stava prendendo forma un pericoloso dissidio.
Leggendo la lettera a Pagani, in cui lui condannava lo zelo crudele dei genitori dell’infelice Arese e, più in generale, degli aristocratici milanesi, non è difficile accorgersi che, in verità, doveva avere soprattutto presente sua madre, davvero colpevole di essersi impadronita della sua anima, di volersene prendere cura, di volergli cacciare in corpo la maniera di pensare di un altro, impedendogli di disporre di sé, e di tutto quello che era in lui, a suo piacimento.
Alessandro sentiva dunque inibita la propria volontà, e rimpiangeva gli amici milanesi, ai quali chiedeva insistentemente di fargli almeno sentire la loro presenza, con lettere esaustive.
Dopo un lungo periodo (gli psicologi lo definiscono “latenza”) compariranno – è universalmente noto – sintomi persistenti di ansia, attacchi di panico, fobia sociale e la cosiddetta “crisi del ‘17”: un “renversement total” della situazione, che avrebbe potuto essere evitato, se Giulia non avesse creduto bene il male.
È una delle iatture dell’umanità credere bene il male, ed è una passione dalla quale pare che nessuno sia totalmente esente.
A me viene in mente la “carità disinteressata” di Donna Prassede, la “signora Consorte” di Don Ferrante:
«Con una energia singolare Donna Prassede profondeva pareri e correzioni a quelli che volevano e ancor più a quelli che dovevano sentirla e per quanto dipendeva da lei non avrebbe lasciato deviar nessuno d’un punto dalla retta via. Perché, a dire il vero, questa smania di dominio non nasceva in lei da alcuna vista interessata; era puro desiderio del bene; ma il bene ella lo intendeva a suo modo, lo discerneva immediatamente in qualunque alternativa, in qualunque complicazione di casi le si fosse affacciata da esaminare e quando una volta aveva veduto e detto che quello era il bene, non era possibile ch’ella cangiasse di parere; e per farlo riuscire predicava ed operava fintanto che avesse ottenuto l’intento, o la cosa fosse divenuta impossibile […]» (Fermo e Lucia, Tomo III, Capitolo IX,  pp. 432-433).
Per il bene di Alessandro, e instradarlo sulla retta via, Giulia gli mette a disposizione l’eredità “altra”, lasciatale da Carlo: biblioteca, archivio, scritti giovanili, composti al Clementino (sonetti, inni sacri, osservazioni morali, “difese” di filosofia e teologia, sollecitati dai docenti, e testi prodotti per la Colonia Arcadica), poi le opere della maturità, rivolte ai lettori di ogni ceto sociale, dato che tutti gli uomini hanno la capacità di detestare il male e di amare il perfezionamento dell’animo.
Mi pare opportuno citare ancora una volta l’opera del Padre Paltrinieri, dedicata ai Clementinisti illustri, per dire che l’“Ordine in cui erano distribuiti” comprendeva dodici “Classi” (I. Sovrani; II. Principi della S. Romana Chiesa; III. Dogi di diverse Repubbliche; IV. Vice-Re, Ambasciatori, e primj Ministri di Stato; V. Marescialli, Ammiragli e Generali d’Armata; VI. Altri che nel Ministero, e nella Milizia ebbero gradi distinti; VII. Patriarchi, Vescovi e Prelati della Corte Romana; VIII. Letterati e Scrittori; IX. Magistrati, Togati, Cavalieri d’insigni Ordini, ed altri distinti per qualche genere di lode; X. Religiosi Somaschi che possono meritare considerazione oltre quelli dei quali si parla in altre Classi; XI. Giovinetti di molte virtù morti in Collegio o poco dopo; XII Morti in concetto di Santità) e che Carlo Imbonati era inserito nell’ottava, Letterati e Scrittori.
Quando, infine, il giovane Manzoni, “aspirante poeta” (Marta Boneschi), – la testa ridondante del sentire elevato e generoso dell’Imbonati – riesce a mettere in carta 242 versi per immortalare “cotanto esemplo”, Didot, il più rinomato stampatore di Parigi, viene incaricato di realizzare cento copie non venali del componimento.
Ogni personalità influente della cerchia frequentata dall’Imbonati lo riceverà in dono e potrà infine apprezzare il nipote di Cesare Beccaria, fino ad allora lasciato per i fatti suoi.
In verità, Alessandro apprende dai Francesi che il nonno Beccaria merita di essere particolarmente amato come riformatore; si ammanta di quel cognome, ma si rivela  refrattario alla “causa dell’umanità” a un punto tale che finisce per banalizzarla.
Lo dimostrano  molto chiaramente le confidenze fatte a Claude Fauriel:
« A Claudio Fauriel. 9 febbraio 1806.
La cognizione ch’io sapeva aver voi delle italiane lettere fu in me cagione di timore nel presentarvi que’ miei versi [In morte di Carlo Imbonati]: ed è questa stessa ragione che mi rende più lusinghievole l’accoglienza che ad essi avete fatta. Dopo la soddisfazione di aver reso un omaggio qual ch’ei si sia alla memoria di un uomo, ch’io venero come virtuosissimo, a cui son grato come all’angelo tutelare di mia madre, e ad uno che tanto mi amò; dopo la soddisfazione di aver fatto a questa mia dolce madre ed amica quello che gli poteva far di più grato, la vostra lettera è il più gran piacere che quei versi m’abbiano procurato. […] Io credo che la meditazione di ciò che è e di ciò che dovrebbe essere, e l’acerbo sentimento che nasce da questo contrasto, io credo che questo meditare e questo sentire sieno le sorgenti delle migliori opere sì in verso che in prosa dei nostri tempi […]. Per nostra sventura, lo stato dell’Italia divisa in frammenti, la pigrizia e l’ignoranza quasi generale hanno posta tanta distanza tra la lingua parlata e la scritta, che questa può dirsi quasi lingua morta. Ed è perciò che gli scrittori non possono produrre l’effetto che eglino (m’intendo i buoni) si propongono, d’erudire cioè la moltitudine, di farla invaghire del bello e dell’utile, e di rendere in questo modo le cose un po’ più come dovrebbono essere. Quindi è che i bei versi del Giorno  non hanno corretti nell’universale i nostri torti costumi più di quello che i bei versi della Georgica di Virgilio migliorino la nostra agricoltura. Vi confesso ch’io veggo con piacere misto d’invidia il popolo di Parigi intendere ed applaudire alle commedie di Molière. Ma dovendo gli scrittori italiani assolutamente disperare di un effetto immediato, il Parini non ha fatto che perfezionare di più l’intelletto di quei pochi che lo leggono e l’intendono, fra i quali non v’è alcuno di quelli che egli si è proposto di correggere; ha trovato delle belle immagini; ha detto delle verità: ed io son persuaso che una qualunque verità pubblicata contribuisca sempre ad illuminare e riordinare un tal poco il caos delle nozioni dell’universale, che sono il principio delle azioni dell’universale».
A Giulia non poteva sfuggire l’aspetto paradossale della situazione, ma “la volontà ha sul credere una influenza, che  non è stata mai ben meditata, e che importerebbe di ben meditare”, e lei era disposta a non lasciare nulla di intentato.
La gloria di Alessandro, ai suoi occhi, si delineava probabilmente come un duplice risarcimento, perché anche a lei non era stato dimostrato il gradimento di cui si riteneva degna, persino quando Carlo Imbonati era ancora in vita, come risulta dalla sua lettera al Fauriel, datata Paris 3 thermidor an II [22 luglio 1803]:
«Quand j’ai eu le plaisir de vous voir la derniere fois chez moi, vous me promites de ne pas retourner a la campagne sans me voir de nouveau; vous n’y etes pas venu mon cher M.r Fauriel, vous m’avez privee d’une satisfaction bien douce pour moi et vous m’avez fait manquer l’occasion d’écrire a M.me de Condorcet, vous me direz pourquoi cela? Je vais vous repondre: votre moyen m’etait nécessaire pour lui ecrire car n’ayant recue aucune de ses nouvelles depuis son depart de Paris vous sentez bien qu’il falloit payer d’hardiesse pour lui en demander; mais etant vous même le porteur ou le domandeur cela avoit une autre tournure. Mon cher M.r Fauriel s’il est cruel de n’être pas aimé quand on aime il est aussi bien tourmentant de l’être malgré soi, voila precisement mon cas vis avis de cette femme charmante et unique pour laquelle j’ai et j’aurai toujours la plus vive tendresse car, pour de l’amitié helas! Il faut de la reciprocité! Et je ne peut et  ne doit point la demander; pardonnez moi donc cet epanchement et je vous demande en grace de le tenir en vous même. Je serois au desespoir de causer un moment d’ennui a votre digne et bien digne amie, mes voeux sont pour son bonheur et je crois qu’il sont exaucés. […] Adieu mon cher ami ecrivez moi, oh, ecrivez moi, je vous en prie, mon Dieu! Que je puisse du moins aimer quelqu’un des individus qui composente votre grande ou nombreuse nation. J[Julie] B[Beccaria] I[mbonati]. Imbonati vous prie d’agreer l’assurance qu’il partage avec moi tous mes sentiments pour vous. » (Col core sulla penna, pp. 163-164). (Traduzione letterale del Francese un po’ approssimativo di Giulia: Quando ho avuto il piacere di vedervi l’ultima volta a casa mia, voi mi prometteste di non ritornare in campagna [alla Maisonnette, vicino a Meulan, in cui Fauriel soggiornava spesso, presso la marchesa di Condorcet] senza vedermi di nuovo; voi non ci siete venuto mio caro Signor Fauriel, voi mi avete privato di una soddisfazione molto dolce per me e mi avete fatto mancare l’occasione di scrivere a M.me de Condorcet, voi mi direte perché questo? Vi risponderò: il vostro mezzo mi era necessario per scriverle perché non avendo ricevuto alcuna sua notizia dopo la sua partenza da Parigi capirete bene che sarebbe stata necessaria dell’audacia per domandargliene; ma essendo voi stesso il latore e il richiedente la cosa aveva un’altra piega. Mio caro Signor Fauriel se è crudele non essere amati quando si ama è altrettanto tormentoso esserlo forzatamente, ecco precisamente il mio caso di fronte a questa donna affascinante e unica per la quale io ho e avrò sempre il più vivo affetto perché, per dell’amicizia, ahimé! È necessaria la reciprocità! E io non posso né devo assolutamente domandarla; perdonatemi dunque questo sfogo e vi chiedo in grazia di tenerlo per voi. Mi dispiacerebbe troppo causare fastidio  alla vostra degna, degnissima amica, i miei voti sono a favore della sua felicità e credo che siano esauditi. […] Addio mio caro amico, scrivetemi, oh, scrivetemi, ve ne prego, mio Dio! Che io possa almeno amare qualcuno degli individui che compongono la vostra grande o popolosa nazione. G(iulia) B(eccaria) I(mbonati). Imbonati vi prega di gradire l’assicurazione che egli condivide con me tutti i miei sentimenti per voi.»
Il fatto che Giulia si dica “Beccaria Imbonati” dovrebbe indurci a riflettere sulla “richiesta di stato libero”, sottoscritta da Carlo Imbonati nell’anno 1800, ma ora dobbiamo puntare decisamente i riflettori sul controverso componimento, in morte di quel “padre aggiuntivo” (Giancarlo Vigorelli).