Bellezza e verità: il sogno grafico di Ossi Czinner

Milano, piazza del Duomo con don Chisciotte

Milano, piazza del Duomo con don Chisciotte

CARLO CARLUCCI

A Carlo Cocolin, amico impareggiabile dell’artista

Truth is beauty and beauty is truth aveva sintetizzato John Keats nei suoi afflati. Poi a macchia d’olio il ciò che è utile e che produce denaro… e quindi la guerra franco prussiana, la fine dell’Impero asburgico, la prima guerra mondiale, l’alba di un’era nuova con la rivoluzione russa che poi si mutò in tramonto e infine la seconda guerra mondiale, il suo Olocausto, le morti, le distruzioni.

Ossi proveniva da genitori appartenenti al grande impero asburgico; il padre era un banchiere ungherese, la madre viennese e lei, nata a Vienna, era un’adolescente quando la famiglia approdò in quel di Trieste, unico porto sul Mediterraneo del già fu Impero. Il binomio intercambiabile di Keats, bellezza e verità si accampava malissimo sulle rovine fumanti dell’Europa e già Goethe aveva precorso i tempi percependo tutta l’instabilità e precarietà poco prima di morire (quasi 10 anni dopo che Keats venisse rapito alla sua giovinezza) e cito così a braccio da una sua ultima lettera: …quanto mi sono sforzato di delineare con la mia arte, nel corso della mia vita, mi appare ora come un relitto su una sponda di fiume, sommerso a poco da lambenti e limacciose acque, perché oramai un vivere distruttore per un commercio distruttore si sta impadronendo del mondo…

Goethe era pervenuto a queste sconsolate conclusioni da vecchio e naturalmente senza poter prevedere il destino della Germania (guerra franco prussiana, I guerra mondiale, avvento di Hitler e II guerra mondiale). Destino irrimediabile che invece, in una sua lettera, un Rimbaud poco più che adolescente aveva implacabilmente previsto. Keats invece nel suo intatto fulgore di giovane poeta era consapevole di essere sottratto (con la morte precoce alla pari con Shelley) a qualsiasi decadimento e di dover affermare un ineludibile, in qualche modo portato della poesia.

La formula beauty is truth rimane eternamente sorta di monito al mondo degli umani, rinnovandosi sempre, in tempi travagliati, come anelito e speranza. Ossi Czinner ne fece un blasone che l’accompagnò nel corso della sua lunga e non facile vita e che le permise di mantenersi intatta anche negli ultimi dolorosissimi anni. E che cosa poteva mai fare en artiste la giovane Ossi costretta a maturare la sua giovinezza tra orrori e macerie fumanti di un’Europa giunta probabilmente alla fine della sua lunga parabola? Il suo secolo, il secolo breve e atroce, lei Ossi lo aveva efficacemente sintetizzato come il secolo di Kafka, ovvero come il precursore dei miti oppressivi, delle istituzioni atroci, della solitudine violentata che una società come la nostra, strutturata sulla tecnologia rende sempre più manifesta. Oggi un tempo infausto e greve ha stretto l’uomo col suo pugno di ferro, e il dolore lo costringe a interessarsi e a dire cose che gli erano state sempre estranee.

In quanto figlia del suo tempo e per di più con la mobile reattività e la particolare sensibilità nervosa del suo ruolo, la Czinner non poteva e non voleva sottrarsi a quanto gravava attorno a lei, tuttavia opponendo al tutto un grande, impregiudicato, in contro tendenza eppure

Ha scritto un grande poeta latinoamericano, Carlos Martinez Rivas in una sorta di esergo-conclusione a una sua poesia (che nel titolo riporta TODO ES MATERIA PARA LA POESIA):

Perché i problemi non sono umani, sono /meccanici. Uno stratagemma, trucco, industriosità del Principe/ di questo Mondo per farti morire da solo. Per/ farti morire per niente per il niente con nessuno. / Tutto è materia per il Poema – eccetto/ questo Nemico: i Problemi”.

Certo una provocazione fra le tante con le quali Rivas ha ritmato la sua vita. Prendiamo un Picasso, un artista geniale che ha improntato nel male e nel bene il secolo breve. Ma il suo Guernica che rappresenterebbe dei primi bombardamenti sulla popolazione civile rimane, per chi scrive, un quadro brutto

Quel ma con il quale la Czinner sentiva di avversare, di contrastare una schiacciante negatività che non le avrebbe lasciato vie di fuga, la induceva a rifiutare le soluzioni di un fideismo scontato e altre alternative tutto sommato di comodo (marxismo, pacifismo etc.).

Feci conoscenza con la pittrice alla Galleria Tornabuoni, grazie all’amicizia che avevo col titolare, Piero Fornaciai, persona dai modi affabili e squisiti. Oggi la galleria trasferitasi in Borgo S. Jacopo ha preso il nome di famiglia, Galleria Fornaciai ed è, scomparso il fondatore, nelle mani di Fabio, il figlio il quale fino agli ultimi anni mantenne i contatti con la pittrice.

Ossi Czinner accanto ad una sua scultura

Ossi Czinner accanto ad una sua scultura – Archivio Czinner

Mi colpì nella di lei impeccabile, rigorosa e sognante grafica, un che di fiabesco e misterioso. L’impronta univoca, inconfondibile che l’artista tendeva a dare nelle sue aeree, quasi diafane prospettive era cercare di catturare quel che emanava da piazze storiche e artistiche, una sorta di rappresentazione che via via mutava col mutamento di prospettiva visuale. Piazza Santo Spirito a Firenze per esempio è stata ritratta da diverse angolature atte a cogliere i multiformi accordi prospettici.

Si era benissimo accorta Ossi che la rigidità delle stampe dal Cinquecento all’Ottocento era stata una pura (e secolare) convenzione, mentre il suo secolo, ovvero il secolo breve o secolo delle metamorfosi, aveva aperto le dighe a una piena inarrestabile dalle asimmetrie dei volti di Picasso, a Bacon, con i terribili corpi decomposti, dalle allucinazioni di Nolde… Insomma, aperte le cataratte del caos, nella dissoluzione, nelle paratie saltate sotto l’irrefrenabile, con le varie merdes d’artiste la giovane pittrice avvertì profondo, egemone e contro corrente il richiamo della giovinezza sempiterna di Keats, quel truth is beauty, beauty is truth che, già al suo formularsi si era posto in contrasto netto con le desolate conclusioni del vecchio Goethe.

La vita non è stata particolarmente generosa, lo abbiamo detto, con l’artista e i suoi ultimi anni furono travagliati e complicati oltretutto da vicende legali legate alla sua casa, una Villa Palladiana in quel di Saciletto di Ruda presso Udine. Villa a suo tempo splendida e che, dopo l’acquisto nel 1970 da parte di Ossi, aveva ospitato mostre di grafica da Picasso a De Chirico, tanto per fare dei nomi. E questo era un altro aspetto della personalità della Czinner, il suo segno distintivo: la generosità, l’elargire sempre a piene mani, avulsa sempre dai calcoli meschini tipici di questa misera età del profitto.

Saciletto – Villa Antonini. Foto A. Miceu

Saciletto – Villa Antonini. Foto A. Miceu

Cessate le battaglie legali, confinata nella Villa di Saciletto irrimediabilmente, affidata alle pessime mani di malevole badanti, glaciali e senza scrupoli, Ossi Czinner finalmente se ne è andata. I suoi lasciti? Dalla manciata d’anni del suo addio al mondo, con la sua sofferta casa di Saciletto depredata, ecco che a poco a poco tutto sta cominciando a prendere volto. Le sue virtù umanissime delle quali oggi si avverte la totale penuria, il non aver ricercato mai con i poveri e consueti, triti e tristi mezzi di promuovere la sua arte, la sua altissima e sempre evanescente e perdurante poesia.

In un suo scritto, col suo fervido humour, Ossi riportava l’aneddoto di Byron, il quale spazientito, intimava al complicato Coleridge che gli spiegasse la sua spiegazione… Una chiave di volta che ci permette di introdurci nel mondo incantato e inverosimilmente vero delle sue rappresentazioni del senza tempo.

due non irraggianti soli, verdi, un astro forse la luna e l’altro, indistinguibile, quello del giorno… un rosone di chiesa che irrompe in alto nel quale si affaccia il capricorno zodiacale e, sempre in alto che sia la luna o il sole un diminutivo serpente alato… sotto, alla base del sogno, in uno squarcio di quell’aria cielo a sostenere i due piccoli astri verdi irrompe la Palermo del chiostro arabo, la debita torre del muezzin, le due tonde cupole ad Allah, a proteggere la successivamente convertita cristiana chiesa… (ho tentato con il corsivo di riprodurre certi lampi).

Ho un’intuizione confusa – confessa a un certo punto la pittrice – che si stia compiendo come un gioco di prestigio che ha rovesciato il reale, l’ha vuotato di storia e quindi di contenutoche tende a sottrarre alle cose il loro senso umano per imporgli in sua vece un’insignificanza umana… ma un po’ più avanti, rivolta all’ipotetico spettatore delle sue visioni… continuerò a comunicare a te il mio fanciullesco entusiasmo e interesse alla vita con la modestia ironica che è pur sempre il solo e decente rapporto che l’artista può avere con il mondo…

La rappresentazione della chiesa di San Miniato, contigua al Piazzale Michelangelo, è esemplarmente perfetta nella visione di Ossi: i moduli architettonici, la scalinata, il cromatismo dei marmi di ascendenza araba nelle moschee e, successivamente e felicemente, innestato dai pisani nei marmi delle chiese cristiane e rapidamente esteso alle chiese di Firenze, primo Giotto col suo campanile…

Firenze, San Miniato – collez. F. Fornaciai

Firenze, San Miniato – collez. F. Fornaciai

Un cancello si apre sulla scalinata con i due simboli, sole e luna ai lati della chiesa… Rappresentazioni come sottratte ad un io narrante purchessia, dentro il concavo catino di uno spazio racchiuso, databile per architetture ma oramai irradianti dentro un fiabesco senza tempo.

La splendida, romana Piazza Navona mostra in primo piano un gatto che si stira. Era stata la piazza delle Naumachie della Roma antica.

Il lastricato di pietra è avulso, ogni geometria prospettica falsata. Le pareti dei contornanti palazzi sulla destra sono sostituite da un profluvio determinato e confuso di offuscanti tetti confinati in un angolo. Fino alla sua scomparsa nel 2014 Ossi ha conservato l’ineludibile anelito a quella gioia (di Mère [1]) una gioia che è forza, che è perseveranza, che è in definitiva supremo coraggio. Mère aveva aggiunto che possedere cioè mantenere questa gioia era molto più difficile che non abbandonare tutto per scapparsene via.

Roma, Piazza Navona, collez. F. Fornaciai

Roma, Piazza Navona, collez. F. Fornaciai

Richiedeva un eroismo infinitamente più grande ma era l’unico modo per vincere. Per analogia mi pare che, stando ai risultati espressivi, che gli aspetti gioiosi e tutt’altro che frivoli e ancor meno superficiali, di Ossi si avvicinino molto a quella gioia di ardua conquista di Mère.

La circolare perfezione dell’astro o dei due luna/sole e la pianta-pennello, il cipresso che pinta appunto fondali, paesaggio e architetture dall’inarrivabile perfezione, si presentano, qua e là, come imprescindibili archetipi.

A Parigi Ossi enuclea sorta di topos emblematico, a sé stante, unico: Place des Vosges, la più antica piazza della Ville Lumière, dalla splendida, fruibile, vivibilissima geometria. Uno spazio incastonato dentro un’armonia architettonica e urbanistica che ritaglia sapientemente un illuminante spazio clarté.

Ossi qui isola, ritaglia a suo modo la perfezione dell’esistente, lasciando monco il fianco destro. Ombreggiando in primo piano alcuni palazzi che contornano la piazza impareggiabile. Avulsa la dimezzata geometria dell’aiuola centrale e sullo sfondo un veleggiante astroluna.

Il 2001 fatidico col quale si apriva il secolo XXI è visto, nella rappresentazione della pittrice, su uno sfondo bianco un primate scimpanzé che si allontana desolato e lui l’uomo clava delle caverne (assai poco invero si è progredito da allora, jet compresi) col piede sinistro su un cervellotico meccanico marchingegno. Delle sue due mani, una appunto regge la clava e l’altra a coprirsi il volto, come a dire: che ho mai fatto…? Queste le magnifiche sorti e progressive che ci stavano attendendo? L’allegoria potrebbe anche essere nella sua tipologia scontata non vi fosse la qualità del segno grafico e quindi la resa in termini di immagini. Dopo lunghe conversazioni con Adriana Miceu[2] improvvisamente Ossi di lassù – con il suo sorrisetto – e proprio alla luce della pandemia globale che il mondo oggi sta vivendo – mi ha obbligato ad eliminare lo scontato: l’homo tecnologicus, mi si passi, è ancora l’uomo delle caverne. E la correzione al mio io saputello mi viene fatta proprio da una donna artista oltre ogni dire. Così, ricredutomi, ecco che Adriana, sempre con suo tono sommesso, mi fa osservare che quelle enigmatiche piazze deserte, solo animate da uno o due gatti (divinità egizie…) non sarebbero precorritrici di quel pandemico, stratosferico, attuale e irreale silenzio?

Ossi quando la muove l’estro non teme di avventurarsi nel cosiddetto allegorico, tuttavia l’ineccepibile resa formale del suo lavoro, l’intensità e nello stesso tempo l’equilibrio delle componenti del quadro, autorizza ogni accostamento allo stesso modo in cui le influenze neoplatoniche nella Firenze del Savonarola determinarono il Botticelli allegorico.

Nulla vieta che anche la Czinner possa sconfinare, come nell’opera in questione, in rappresentazioni scopertamente simboliche o allegoriche (il primate uomo con clava e marchingegno meccanico allato), essendo proprio l’alta qualità del segno che la distanzia rendendo nulle eventuali piatte o scontate conclusioni.

Homo tecnologicus – Archivio Czinner

Homo tecnologicus – Archivio Czinner

Si tratta in definitiva di un segno, il suo, di grande, meditato, decantato e rattenuto splendore, una grafica che attende approfondite esplorazioni volte sia a decifrare, sia a illustrare, sia a decodificare, sia anche ad individuare tutte le sottese, molteplici implicazioni: vedi ad esempio la serigrafia nella quale l’artista, mutuando dalle iconografie degli ex-voto ci rappresenta in alto le due figure dei patroni d’Italia, Santa Caterina e San Francesco, poi un puntolino di sole nero dentro un cielo grigiastro sul colonnato di S. Pietro e il debito obelisco dentro un pensoso, quanto inane, helpless, votivo atteggiarsi

E non vorrei limitare e limitarmi alle piazze storiche, a quella lettura in controluce dell’immenso patrimonio di storia e di arte accumulato, stratificato, sedimentato nelle pietre delle piazze e delle statue. Ossi aveva percorso altre direzioni legate al simbolico, varie altre direzioni come in quell’affastellarsi di marmi romani emblematicamente posti a rappresentare che cosa? Lo svuotarsi della Storia? Dentro un contornante grigio. E in alto a sinistra quasi un pallino rosso magenta, il sole in proporzione diminutiva. E le fronteggianti rovine sorvegliate da un gatto de Roma che volge la sua testa all’indietro, verso lo spettatore e a destra l’occhieggiante, lillipuziana luna, dentro un ritaglio di stuoie mentre sottostante, in basso, un trombone in ottone avvolto dalle fiamme.

E vi è tutto uno stuolo di composizioni avulse dal contesto delle piazze storiche. E me ne rendo conto solo ora, come l’artista avesse disseminato sommessamente delle chiavi interpretative affinché magari un amico…

A me aveva fornito tutta una serie di grandi foto a colori dei suoi quadri che sul retro recavano un titolo, quello della composizione appunto, sperando di provocare il mio intervento.

Ossi cara il destino ha voluto che compissi il mio dovere e ottemperassi al tuo desiderio soltanto ora. Quanto ancora mi resta da dire per concludere questa postuma introduzione continuerò parlando con te in tutta dimestichezza.

La tua amica di Saciletto mi ha detto della presenza, negli ultimi anni dolorosi e complicati della tua vita, di Carlo Cocolin, un vicino di casa e di quanto lui sia stato importante per la tua sopravvivenza. Un segno tangibile della Provvidenza che soccorre.

Mi rimane, ma forse è difficile da formulare, da spiegare il come e perché tu ti sei difesa e protetta col blasone del poeta inglese eternamente giovane, quel beauty is truth che é poi la chiave di volta di tutto il tuo lungo, areo, indicibile operare e di una verità tanto semplice quanto decisiva al concludersi di un’epoca, la guerra più vasta e terribile che mai sia apparsa sulla terra. Nell’Europa devastata accanto alla necessaria ricostruzione faticosa di case, ponti, strade vi doveva essere la ricerca di una nuova identità o forma di stare al mondo, anzi non accanto ma in certo modo di gran lunga prioritaria nei destini di un’Europa sconvolta dalle radici.

Tu alla tua maniera incarnasti (predestinata? DNA? altro da?) quel cuore dell’Europa oramai al tramonto. Il tuo essere era votato per cause e concause al vivere en artiste senza preconcetti di sorta seguendo, e fino all’ultimo, come possono testimoniare i pochi cari amici degli ultimi anni.

Ti era stato dato come ambiente, alias liquido amniotico, il paese della Bellezza, l’Italia. Scegliesti Roma eterna come dimora e poi nel 1970 la Villa Palladiana a Saciletto dove pensavi l’Accoglienza per l’arte, dove avevi incominciato con le grandi mostre grafiche.

Ma eri ubiqua, sempre instancabile, divorata da quell’ansia sottile e febbrile il cui sintomo erano le sigarette fumate fino all’ultimo in quantità abnorme. Erano la spia di un’ansia segreta, l’ansia dell’inesausto ricercare restava.

Fu un delicatissimo equilibrio interno quello che ti permise di intravedere il tuo ruolo e quindi il tuo destino e quindi l’ubi consistam ma soprattutto il quo modo consistam.

E dunque incominciasti a testimoniare, nella virulenta epoca della ricostruzione post bellica, di una bellezza oramai relegata nel senza tempo. Ed era proprio quel blasone, quel binomio reversibile, truth is beauty, che in maniera inesausta, imprescindibile non accennava, anzi non poteva esaurirsi.

Quel beauty is truth ti ha accompagnato fino all’ultimo, fino agli ultimi gesti di dare colore alle litografie con l’aiuto di Carlo, il magico Puk, figlio dell’agricoltore poeta, messoti accanto dal fato nel tuo irraggiante e sconfinato esilio di Saciletto.

Contro ogni tendenza, contro ogni evenienza, ogni pressione, ogni pulsione, ogni credo (perché tutti i credo appartenevano in qualche modo e in qualche misura ma inderogabilmente al passato) ti volgevi a quella gioia cui si accennava, assolutamente certa che beauty is truth. Quell’angelo ventenne che fu Keats, senza alcuna iattanza mai, si era accorto della pochezza del cristianesimo bigotto che definiva la vita una valle di lacrime. Macché valle e valle di lacrime, obiettava, ma la vita è preziosa proprio in quanto… è il luogo ove fare anima…

Adriana Miceu l’amica degli ultimi anni di reclusione a Saciletto mi conferma che c’è sempre qualcuno che tutte le sere, ai gatti rimasti orfani e che si ritrovano ancor oggi davanti alla tua porta (scassinata per depredare) provvedono a portargli del cibo. Sai anche quel grande poeta che era o che è, poi che la poesia vera è fuori del tempo, Carlos Martinez Rivas diceva a proposito dei suoi adorati gatti: …ti fanno compagnia senza toglierti la solitudine…

Dunque Ossi le tue povere e indifese, innocenti creature come vedi sono sotto protezione. Quanto al tuo lascito artistico e morale è tempo e pochi amici che se ne stanno incaricando…

Le opere di Ossi Czinner, che vengono qui presentate, sono un campionario sufficientemente vasto, un sommario riepilogo, un ventaglio di quella inesauribile, inclaudicabile, continuamente rinnovata fonte di energia creativa cui l’artista attingeva.

Carlo, l’amico prezioso dei suoi ultimi, dolorosi anni, testimonia come, a più riprese fosse costretto ad aiutarla, non solo portandole la legna per dare una parvenza di tepore al suo ghiacciato abbandono dentro la sua depredata dimora, ma lui stesso aiutandola a colorare in qualche modo quelle irripetibili serigrafie.

Si tratta di sequenze che danno testimonianza di come e di quanto Ossi abbia caparbiamente, tenacemente resistito e lottato, fino allo stremo delle sue forze come vuole la consuetudine lessicale, sia per difendere lo splendore della Villa (ora spogliata di ogni suppellettile e in completo abbandono e decadenza), sia per dare testimonianza au bout du suffle, fino all’ultimo respiro del suo purissimo anelito.

Ci soccorrono le parole di Mirra Alfasa, una donna straordinaria consegnatasi al Presente e al Futuro come Mère: … la cristallizzazione di tutte le speranze e di tutte le aspirazioni dell’uomo, il suo gusto del meraviglioso, dell’eroico, del sublime, la descrizione di tutto quello che vorrebbe essere, di tutto quello che si sforza di divenire.

Nella Verità – dice ancora Mère – il Divino risplende in ogni cosa.

Dice in un suo aforisma Sri Aurobindo (la personalità più autenticamente rivoluzionaria di tutto il secolo breve) che non c’è mai stata, nella mente umana, un’illusione che non nascondesse una verità Ovvero caso e incoerenze non sono che apparenze ingannevoli che non ci permettono di percepire la realtà delle cose. La realtà (della Bellezza) è reale (Ossi) ma la percezione che ne abbiamo è falsa.

Il credo, la testimonianza dell’artista segue implacabilmente, inesorabilmente e, in definitiva, felicemente l’urgenza del suo estro. Prendiamo ad esempio il classico esercizio che si fa alle scuole superiori, un esercizio volto a perfezionare l’elasticità mentale degli alunni ovvero si deve enunciare una tesi, subito dopo il suo esatto contrario e cioè l’antitesi, per poi superare quel dualismo nella cosiddetta sintesi.

In sostanza si tratta di un esercizio diciamo ginnico della mente, una sorta di gioco che da punto di vista ontologico dimostra inequivocabilmente che il ragionare non conduce a nulla (in sé e per sé una mera, non da buttar via, ginnastica mentale, niente di più).

Quando Ossi dovette definire o meglio delimitare l’ambito del suo personalissimo vedere le cose, le modalità con le quali o dalle quali si lasciava guidare (ovvero sorta di bussola interiore) non trovò di meglio che ricorrere all’espressione modestia ironica (vedi catalogo 1993 della Galleria Tornabuoni).

L’accoppiata aggettivo e sostantivo non lasciava vie di fuga (alla semantica dei due termini): modestia potrebbe sconfinare facilmente in un vezzo, ovvero in qualcosa di antitetico non fosse accompagnato dall’ironica. Parafrasando ancora ed evidenziando quanto l’artista intendeva con l’accostamento sostantivo/aggettivo ne deriva lucido distacco & nessuna presunzione.

Mica poco come dichiarazione di intenti e insieme modello di tutta la sua vita.

Rettitudine, sincerità, spontaneità preparano quelle esperienze che ci giungono, ci scaturiscono in forma naturale E riprendo le parole di Mère (che ha seguito, accompagnato e infine continuato da sola l’incommensurabile messo in atto da Sri Aurobindo): … quelle esperienze portano con sé il marchio di un’assoluta autenticità è così importante vivere il poco che sappiamo in tutta sincerità per sapere per esperienza (e non mentalmente), perché vivendo le cose queste diventano parte del nostro essere e della nostra coscienza … Mettere in pratica il poco che si sa è il mezzo più possente per procedere …

E ancora è sufficiente scorrere le sequenze, alcune delle sequenze eternate per accorgersi segno dell’artista in forma per così dire automatica si imprime ovvero viene immediatamente riconosciuto dalla memoria ottica e non solo.

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[1] Blanche Rachel Mirra Alfasa (1878-1973), mistica francese, nota con il nome di Mère, fu seguace e compagna spirituale di Sri Aurobino (1872-1950), filosofo, poeta scrittore e mistico indiano.

[2] Adriana Miceu è una storica locale che ha conosciuto e frequentato assiduamente Ossi quando stava svolgendo le ricerche della storia di Saciletto, il paese in cui sorge la splendida Villa Antonini, acquistata dall’Artista nel 1969. Da allora è nata una bella amicizia, anche se, per problemi di entrambe, le visite col tempo si sono diradate. Adriana è stata chiamata al capezzale di Ossi quando era ormai completamente inferma, abbandonata da tutti, ridotta in miseria e in balia a badanti senza scrupoli. Voleva che Adriana l’aiutasse a segnalare il suo caso alle Assistenti sociali (da lei più volte scacciate) e poter ricevere un’adeguata assistenza a domicilio, poiché aveva il terrore che la portassero in casa di riposo. E così è stato. Ossi è stata accudita scrupolosamente e dopo due mesi ha avuto la grazia di spirare nel suo letto.