L’isola che non c’era

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Un’isola misteriosa e sconosciuta è riemersa dalle acque dopo la scomparsa del libro che ne raccontava genesi e mito. Leo, giovane solitario dalla vita ordinaria, dopo un abbandono senza parole da parte dell’amata decide di imbarcarsi dalla costa adriatica alla volta di questa terra inconosciuta. Qui scopre una società fondata sulla giustizia, in cui non esistono furti né malattie. Le impressioni positive, però, lasciano presto spazio alla sensazione che ci sia un inquietante non detto: perché le madri non allevano i propri bambini? Qual è la funzione dell’oscuro Necrolario? Cosa succede nella casamatta di pietra e cristallo nascosta sulla montagna? Prima che l’isola sprofondi di nuovo e grazie all’aiuto di Giorgino e Aldina, innamorati in fuga dalle rigide regole a cui gli abitanti sono costretti, Leo riesce a sfiorare alcuni segreti di questo luogo che resta enigmatico come enigmatica è la vita. Attraverso una scrittura evocativa e ricercata, tra scoperte e zone d’ombra, Leonardo Bonetti orchestra un romanzo filosofico intriso di mistero, una fiaba ricca di simboli nascosti ma percepibili che è metafora del pensiero e dell’ispirazione artistica. L’isola che non c’era è un viaggio fisico e spirituale di cui si fa esperienza per intuizione, tra malie e disillusioni, e mostra il travaglio del processo creativo mettendo in guardia il lettore dal pericoloso incanto dell’immaginazione.

Dalla postfazione di Antonio Prete

Un racconto fantastico che si sottrae agli schemi narrativi del genere fantastico, un racconto utopico che si libera dalla pulsione verso quel nuovo ordine che è proprio delle utopie, un racconto dell’altrove che non si lascia catturare dal fascino dell’esotico. Leonardo Bonetti ha messo in scena una storia che mentre disegna la necessità di rompere con il torpore e le vessazioni e le ineguaglianze di una società chiusa nella ripetizione e nel dominio dell’utile, mostra il limite dell’altra necessità, di quella che vorrebbe edificare un mondo altro: altro nei rapporti, nel paesaggio, nei pensieri. Nello spazio, che si apre tra le due necessità – uno spazio tutto interiore, seguito nel definirsi del personaggio di Leo, nello svolgersi del suo desiderio, nel suo osservare – si distende un’interrogazione, e una ricerca, che è il lettore stesso a dover prendere su di sé, tra i suoi pensieri, collaborando con il divenire degli accadimenti. Un’isola emersa, l’approdo, le quotidiane scoperte, l’imprevisto, l’onda dell’oblio – il prima lasciato nella terra d’origine – i movimenti delle figure che si accampano nel nuovo mondo, che è un nuovo sistema di vivere e di intendere i rapporti, le relazioni affettive, il quotidiano, tutto questo si affida a una lingua che ha il nitore come sua qualità, e segue un movimento stilistico che ha variazioni tonali, scorci visivi, inatteso prender forma di figure sorprendenti. Via via che dinanzi agli occhi del giovane Leo si dischiude l’ignoto e prende figurazione l’enigma, il sogno dell’alterità, dell’edificazione di una società altra, della luminosa mutazione antropologica, si fa opaco. Via via che i rapporti del personaggio tendono alla familiarità, la curiosità si mescola al dubbio, e l’attenzione si flette nella domanda di senso. Il tutto è raccontato con una discrezione che è leggerezza del dire, un dire che sfiora l’allegoria senza cadere nella sua cifra. A un certo punto, appressandosi l’inquietudine del finale – nella sua plumbea rappresentazione del dolore e del male – è come se sui personaggi, sul paesaggio, sui dialoghi, cadesse una luce particolare, la luce dell’apparenza. E il lettore può leggere allora, in questa isola, nel suo mondo, una metafora delle pulsioni che trascorrono nel nostro mondo. Il sentimento della compassione dinanzi al naufragio della speranza è quel che c’è di più umano. Il racconto fantastico si è trasformato in un racconto morale.

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«Quest’isola non c’era. Non compariva nei portolani, immaginosi resoconti redatti dagli equipaggi del secolo decimosesto. Né in seguito nelle descrizioni dei mercanti o degli avventurieri che solcavano il Mediterraneo a loro rischio e pericolo. Né, è ovvio, nei trattati dei cartografi inglesi o spagnoli; mai si lesse di terre che interrompessero quel tratto di mare chiamato della Laga, già crocevia delle correnti tra l’isola di Malta, Lampedusa e Mazara in un luogo pensato, si sarebbe detto, al centro di un triangolo troppo difficile. Niente. Tranne le dicerie. E la certezza, di converso, che l’isola fosse dilagata nove anni prima, nel giro di poche ore. Così che da allora apparve davvero difficile resistere alla tentazione di immaginarla salire dall’abisso tra il mulinare delle correnti.» [...]

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«È dunque dopo tre settimane di viaggio, pressoché invisibile alle vedette maltesi, che il nostro Leo, nei cui confronti nutriamo, è inutile negarlo, la più infinita sollecitudine, avvista finalmente l’isola. Ed è proprio allora che, di fronte agli scogli affioranti sul mare, egli avverte per la prima volta un sentimento sconosciuto, a metà tra l’affetto risorgente e una memoria dimenticata. L’isola esisteva anche prima, va dicendo a sé il nostro Leo, sebbene sia chiaro che nessuno ne mostri consapevolezza. In fondo basta un piccolo sforzo e ciò che appare lontano diventa di nuovo vicino, vivissimo, immortale come una cosa che sembrava persa per sempre. È l’uomo a non avere memoria dell’isola, immagina Leo; mentre l’isola, invece, non fa che attendere un suo pensiero come chi ha vissuto tutta la vita nell’incertezza.» [...]

«Uno stile particolare, una prosa raffinata e poetica, un’inversione di marcia netta nello scenario culturale italiano.»

Il Sole 24 Ore «Una scrittura originale, densa di immagini mirabolanti ed incisive e soprattutto fortemente ritmata.» – Il Messaggero

Leonardo Bonetti è nato a Roma nel 1963. È autore dei romanzi Racconto d’inverno (Premio Nabokov 2009), Racconto di primavera (Premio Carver 2011) e Racconto d’estate (finalista Premio Celano 2013), delle meditazioni in prosa poetica A libro chiuso (Premio Lorenzo Montano 2012), della raccolta di racconti La quercia nella fortezza (2015). È fondatore e leader degli Arpia, gruppo storico della scena musicale underground italiana. Per il cinema ha diretto Donina (2014), Un amore rubato (2016) e Rebeniza (2018).

(a cura di Silvia Rosa)