Ri-trovarsi altrove

poleggi-lussemburgo-la-sera_olio-su-telaMADDALENA POLEGGI

«C’est vraiment comme si je m’étais perdu et qu’on vint tout à coup me donner de mes nouvelles.»
André Breton,  L’amour fou

 

Partire è talvolta un brivido necessario, un viaggio che comincia con uno strappo alla consuetudine, una porta che si chiude sulle stanze di ieri mentre tu conosci altro e, con un po’ di fortuna, incontri te stesso.

A venticinque anni l’irrequietezza giovanile era ormai diventata un pensiero maturo, un’urgenza di altri orizzonti. Un sentimento deciso e scalpitante, irreprimibile, quasi doloroso.
Ci voleva una destinazione e un pretesto, il resto veniva da sé… la partenza mette in movimento. Qualche metro più in là, è già un altro cielo.
Poi vieni travolto da odori, colori e sguardi nuovi. Tu stesso, nei luoghi ancora inesplorati, sei diverso, la tua voce, i tuoi gesti, le tue parole ritrovano una fresca verginità.
Con tutto il mondo di fuori intento a scompigliarti i capelli e strapparti gli abiti vecchi, i fogli bianchi del diario possono pazientare in nuovi cassetti.
La tua storia può attendere di essere narrata mentre cogli la vita.

Ai primi di febbraio, quel piccolo paese continentale mi aveva accolto con severità glaciale.
Meno diciassette. Alla fermata dell’autobus, col viso in ipotermia, riflettevo sull’opportunità di acquistare un colbacco. Limitarsi alle osservazioni meteorologiche sarebbe però far torto a quello staterello distinto e discreto, proiettato nel futuro.
C’erano caffè molto lunghi, donne anziane nelle sale da té con pasticcini raffinati e un Granduca. « Un éclair au chocolat s’il vous plaît », articolavo compunta e felice. Supermercati enormi, cinema grandi con poltrone morbide, strade pedonali pulitissime, parchi cittadini con temibili giochi in legno, spartani e avventurosi. Poi l’ebbrezza di entrare in un negozio e farsi dire buongiorno in una lingua, rispondere in un’altra, pensare in una terza e dirsi ci sono… sono in Europa, nel suo piccolo cuore verde, come dice il cartellone pubblicitario.

In primavera, col disgelo, il paesaggio naturale si era rivelato più accogliente e vario di quanto si potesse sospettare a prima vista. Le foreste esibivano una verdissima capigliatura, gruppetti di vacche e altri quadrupedi disseminati su manti erbosi appena ondulati, mi guardavano placidi andare avanti e indietro sulle mie quattro ruote d’occasione, mentre pascolavano inconsapevoli.
Erano, semplicemente.

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Io facevo, nel senso che ero presa dall’azione, ma ancora non sapevo se e cosa ero.
Proprio quello mi chiedevo, in sordina.
Risolto il problema dell’impiego, assunta seduta stante da una multinazionale, desideravo appagare altri bisogni. Innanzitutto volevo dipingere, forse la mia più vera, intima passione.
Fin da piccola, avevo l’impressione che le cose, le idee, le persone, ma soprattutto le parole mi sussurrassero suadenti: disegnami! In seguito in molti avevano cercato di convincermi che c’erano cose più importanti, più urgenti da imparare.
Adesso il creato ritornava alla carica, con quella natura amena, che s’imprimeva nitida sulla retina dei miei occhi giovani e golosi di sensazioni pittoriche. Le fronde tremolanti nel cielo pieno di nubi, i selciati di ciottoli grigi su e giù per la città vecchia, il ponte rosso affacciato su quella valle profonda con i suoi verdi umidi e tenebrosi, le casette a schiera e quei lampioni che emanavano aloni lattiginosi nella nebbia.

Avevo risposto a un annuncio e cominciato a prendere lezioni di acquerello con un professore privato, Jelena, giovane artista e insegnante. Grazie ai suoi consigli, insieme a un gruppetto sparuto di aspiranti acquerelliste, avevo tratteggiato paesaggi verdeggianti, disegnato farfalle in punta di pennello, osservato con gli occhi socchiusi la natura generosa e bucolica della campagna lussemburghese. Cercavo di cogliere i volumi nello spazio, distillare il ritmo più intimo delle cose, studiare le tonalità e i contrasti di luce e trovare un gesto capace di restituire la mia verità.
“L’art c’est l’homme ajouté à la nature” scriveva Van Gogh.
La natura di quelle contrade si prestava ai miei primi esperimenti, non troppo selvaggia, ma sufficientemente variegata ed esotica per una genovese espatriata, a mille chilometri dal suo mare. Nel pollaio mi ero divertita molto, le galline sono più facili da disegnare dei cavalli e allo stesso tempo hanno una loro bellezza. Si muovono a scatti come in un balletto sincronizzato e la loro sagoma in controluce sullo sfondo di paglia emana una poesia domestica eppure commovente.

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Lo studio degli animali aveva prodotto schizzi dapprima impacciati e poi sempre più svelti, il movimento obbligandomi a cogliere l’essenziale, liberandomi da manierismi o esitazioni. Avevo sviluppato un certo gusto per lo schizzo rapido e monocromo, che aiuta a disfarsi del superfluo.
Spesso sceglievo d’intingere il pennello in due soli colori, l’ocra o il terra di Siena e il blu oltremare. Un contrasto caldo-freddo favorevole per concentrarsi sui chiaroscuri, le tonalità e i valori relativi, schivando il pericolo della soverchiante ricchezza del mondo a colori, che frastorna e inganna il pittore alle prime armi con la sua musica barocca impossibile da governare.
Occasionalmente anche la mia insegnante era materia di studio, la sua sagoma col cappello di paglia si staglia ancora, aggraziata, contro la staccionata e i campi appena suggeriti in uno schizzo blu monocromo sopravvissuto al tempo, appena un po’ ondulato e ingiallito.
Jelena non era dogmatica né scolastica, non partiva dal principio, ma sapeva suggerire nuove prospettive, proponeva esperimenti utili a osservare in modo più sottile e personale il soggetto, a testare vari stili e procedimenti. Provocava con intelligenza e non dava troppe risposte, lasciava spazio.

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A mio modo, mi tormentavo anch’io sulla questione fondamentale: “Je suis peintre ou je ne suis pas peintre?”. C’erano movimenti interiori ed esigenze inconfutabili. Mi svegliavo in piena notte con la voglia di dipingere. Istanti di puro piacere creativo capaci di cancellare qualsiasi altro bisogno o percezione. Poi c’era il dubbio, la frustrazione per i primi risultati monchi o troppo volubili. Le aspirazioni erano tessuto intimo, una certa consapevolezza si faceva strada, ma quali metodi adottare, come trovare la perseveranza, l’ostinazione, l’umiltà e la determinazione necessari?
Decisa a imparare il mestiere, cercavo una scuola d’arte per sviluppare tecniche, metodo e magari ottenere un diploma riconosciuto. Ciononostante le mie vere motivazioni artistiche erano di natura molto intima, quasi segreta. Amare, vivere disegnando mi appariva un bel programma.
Gli artisti che frequentavo prendevano molto seriamente le considerazioni pratiche e materiali.
Mi facevano pensare alle lettere di Van Gogh al fratello, commoventi e disperate. Nel suo caso si trattava di scegliere fra mangiare o acquistare tubetti di colori. Lui finiva quasi sempre col dipingere digiunando. Tale era il suo fervore, il suo amore per l’arte. Capivo bene questo bisogno di sentirsi legittimi, di sentirsi pittori a tutti gli effetti. Per chiunque faccia dell’arte il proprio mezzo di sussistenza, essere riconosciuti non è un capriccio dell’ego, ma la sola speranza di poter continuare a esprimersi. Chissà quante porte in faccia li avevano spinti a essere così pragmatici e inflessibili sull’argomento.

Ero indecisa. Non era solo una questione di metodo o di scuole, si trattava di educare l’anima oltre allo sguardo, non volevo essere “un artista dal cuore freddo e l’anima addormentata”.
Come Kandinskij, credevo nello spirituale nell’arte.
All’epoca ero già molto sensibile alla trama misteriosa e feconda degli incontri. Sentivo che avrei preferito uno scambio significativo sulla pittura con una persona in carne e ossa, già più avanti di me su quel cammino, piuttosto che ritrovarmi di nuovo a scuola, una fra tanti in una classe ordinata, docile all’imbeccata del professore di turno. Il futuro mi avrebbe offerto opportunità… magari presagivo qualcosa o forse le cose capitano quando si vuole. Che poi sarebbe il biblico “chiedi e ti sarà dato” e quante persone si dimenticano o non osano chiedere.

Alcuni anni dopo, poche persone e un certo numero di bottiglie nel mio salotto, mi accingevo al commiato per una nuova partenza. Rivedo il portacenere colmo e le teste scarmigliate. Una svagata euforia e una sincera intimità, l’amicizia colorava la serata di quella tinta morbida, comoda e invitante nonostante l’approssimarsi di un addio.
Mi ricordava l’atmosfera un po’ mistica e sovreccitata di quando da ragazzi d’estate ci riunivamo intorno al fuoco. Immagini di un passato che vive dentro e procura ancora gioia.
Sedere su un sasso la sera intorno a un fuoco che spara schizzi rossi nel cielo stellato, raccontarsi senza pudore, che il buio incoraggia le confidenze, cantare strimpellando uno strumento e scherzare spingendosi spalla a spalla col vicino. Ascoltare il silenzio o i fruscii del prato. Essere parte di un cerchio abbastanza grande da sentirsi al sicuro, ma anche abbastanza piccolo da vedere chiaramente le facce una per una, illuminate a intermittenza dalle lingue di fuoco. Guardare i lineamenti scolpiti dalla luce e gli sguardi fissi, i visi resi più suggestivi e solenni dalla proiezione delle fiamme sullo sfondo nero della notte, quasi trasfigurati. Accorgersi che il buio ci regala l’emozione della luce.

Avrei voluto trasporre sulla carta tutto quello che vibrava nell’aria quella sera, che non era alternanza di forme, ma piuttosto un’energia che si manifestava esuberante, come una danza di molecole che danno ali ai pensieri e ritmo al cuore.
Desideravo estirpare da quel magma una lingua universale, risolvere con la matita l’inesprimibile. Fissare quell’istante evanescente su un supporto meno astratto della mia mente erratica. Come se potessi, in quel modo, gettare un’ancora nell’oceano della vita e godere di un po’ di quiete. Come se potessi far crescere radici in un terreno morbido e accogliente, una terra madre, dove germinare sogni senza paura di cadere nel vuoto, aspirata e agitata dal vortice tetro di pensieri inquieti e ribelli.
« Mentre dipingo, quando ci riesco veramente, mi sembra di essere sopra e sotto, dentro e fuori, piccola e grande, anzi immensa », sussurrai infine. Vidi alcune teste annuire, c’era chi aveva già trovato un perché e chi ancora si cercava nel fondo del bicchiere. Ma sembravano capire, fratelli di spirito… un regalo della vita.
Certe persone sono come minerali preziosi incastonati nella roccia in fondo alla grotta.
I raggi del sole arrivano a malapena a farli brillare, ma un bravo speleologo, armato di vera curiosità, coraggio e perseveranza può scorgerne la bellezza e rispecchiarsi rapito in quei riflessi segreti.

Qualche giorno dopo ripartii al volante della mia utilitaria, un enorme orso di peluche al mio fianco, la strada che mi portava al sole scorreva veloce ai due lati. Guidando, pensavo a come le facce e i paesaggi del quotidiano diventano passato in uno schiocco di dita.
Non è una fuga… piuttosto un cammino.

Un giorno, molti anni dopo, ritrovi gli acquerelli in una vecchia cartella e ti siedi a guardarli, uno per uno. Ripensi allora a quelle emozioni artistiche, a quei minuti lunghi e densi, alle esitazioni e alle prime conquiste… Ripensi ai compagni di viaggio, alle parole che hai ascoltato e a quelle che non hai detto, ma hai disegnato. A tutte le mani che hai stretto, a quelle che hai accarezzato piano sorridendo e a quelle che si muovevano nell’aria per salutarti, mentre tu chiudevi piano il finestrino.

 

QUI la versione francese