Intervista a Gabriella Mongardi

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GABRIELLA VERGARI (a cura)

Aveva proprio gli occhi di un’aquila. Mi parve un momento straordinario: lì, davanti a me, c’era l’erede dei grandi poeti spagnoli del passato – il superbo Herrera, il nostalgico e struggente Fray Luis, il mistico Juan de la Cruz, l’oscuro e impenetrabile Góngora. Lui era l’ultimo di quella stirpe, e calcava degnamente le orme dei suoi predecessori. Nel mio cuore risuonava stranamente il dolce, splendido canto della lirica più famosa di Don Calisto.
Ero intimidito. Per fortuna mi ero preparato una frase di saluto: «Maestro, per uno straniero come me è un grandissimo onore conoscere un poeta così illustre».
Un guizzo divertito attraversò i suoi occhi penetranti, e per un istante un sorriso incurvò gli angoli della bocca severa.
«Non sono un poeta, señor, ma un mercante di spazzole. Ha preso un abbaglio, don Calisto vive qui accanto».
Avevo sbagliato indirizzo.

Diversamente da quel che accade al protagonista dello splendido racconto Il Poeta, di Somerset Maugham (1874-1965), sono certa di non sbagliarmi affatto e di trovarmi di fronte a un’autrice doc, alla quale mi piacerebbe proprio chiedere di illustrare il suo rapporto con la poesia, sì da farci entrare un po’ nel cuore del suo “atelier” creativo.

Comincio col dire che non conoscevo quel pungente racconto di Somerset Maugham, ma faccio mia la risposta del mercante di spazzole: «Non sono un poeta, señor, ma un mercante di spazzole. Ha preso un abbaglio». O, se preferisci, ti rispondo con le parole di Sergio Corazzini: Io non sono un poeta. / Io non sono che un piccolo fanciullo che piange… Un poeta è senz’altro qualcuno che ha custodito dentro di sé lo sguardo e la voce del bambino, ma io direi anche: un poeta è una viola d’amore, non suona se non entra in risonanza. In risonanza con la poesia innanzitutto, con la natura, con la vita…  Poeta comunque è uno che non sa di esserlo, e ha bisogno che gli altri – i lettori – glielo rivelino. Il titolo di poeta è come il nostro nome: sono gli altri che ce lo danno…

Kaukokaipuu: secondo l’Atlante delle emozioni umane si tratterebbe di un termine finlandese, usato per indicare la nostalgia di un posto in cui non siamo mai stati, come se a volte volessimo trovarci ovunque, tranne che dove siamo. Spesso va anche in coppia con il desiderio di scomparire. Ti capita mai di provarlo e di renderlo nei tuoi intensi versi?
E in genere la tua poesia è l’equivalente di “Una stanza per sé” di woolfiana memoria, di uno spazio assolutamente intimo e privato o, al contrario, l’espressione di una voce che si leva, alta, a sottolineare la sua presenza nel mondo?

Sì, il titolo del mio libretto, Nella stanza segreta, allude alla “stanza tutta per sé” della Woolf, al “laboratorio” nascosto agli occhi di tutti in cui nasce la poesia. E questo “luogo” lo porto sempre con me. Se la nostalgia, il sentimento di una “mancanza”, è alla base di tutta la poesia, la mia non è però nostalgia di un posto in cui non sono mai stata – perché le mie poesie sono abitate dalle montagne, che per così dire le “saturano”, cancellando il rimpianto di altri spazi. Come ha giustamente evidenziato la critica Yvonne Fracassetti, la montagna, con la sua “doppia e ineluttabile natura che unisce grandezza e debolezza, bellezza e impassibilità, vicinanza e lontananza penetra nell’animo del poeta, contamina il suo sguardo, tinge la sua vita del colore degli opposti, le infonde il senso dell’incertezza e insieme dell’essenzialità dei contrari”. Non avrei scritto un solo verso senza le Alpi Liguri, le montagne ai cui piedi vivo…

Nella direi addirittura “appassionata”  Prefazione di Remigio Bertolino, si cita l’affermazione di Rilke, secondo la quale l’opera, per essere autentica, deve nascere da necessità. La pensi così anche tu? Ovvero, dall’enthusiasmòs  o invasamento divino della tradizione più antica, alla negazione montaliana di una parola che mondi possa aprire, da dove e come nasce, in te, l’ispirazione?

Mi verrebbe da risponderti con le parole di Dante: «Quando / Amor mi spira noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando», se non fosse un inconcepibile peccato di superbia… Ma è così: l’ispirazione per me è una voce che “ditta dentro”, che si alza imperiosa nella mente e obbliga a prendere una penna – o una tastiera – per fissare le parole che dice. E quella voce è sempre la voce di Amore: amore per qualcuno, per qualcosa, per la lingua in cui si scrive, per la poesia. Giustamente Rilke sostiene che l’opera nasce da “necessità”: una necessità interiore, non esteriore. Sono molto contenta che Remigio abbia colto quest’aspetto, nelle mie poesie – e profondamente lusingata.

Quale è il tuo rapporto con le parole? Le scegli per la loro evidenza o corposità rappresentativa o le cogli soprattutto nel loro ritmico fluire all’interno del verso, all’intercapedine tra significato e significante?

Bellissima, la tua “intercapedine tra significante e significato”! Come voleva Heidegger, die Sprache spricht, la lingua parla (ma traducendo in italiano si perde l’allitterazione con figura etimologica che è nel tedesco, e che è molto… poetica). Il mio rapporto con la lingua è di sottomissione: non voglio forzarla con metafore troppo ardite o una sintassi innaturale o enjambement violenti: mi metto in ascolto ed è innanzitutto al ritmo e al suono delle parole che mi abbandono, per costruire versi in cui “nascondermi”. Il poeta è la lastra d’argento dietro lo specchio…

Hai da recente collaborato all’antologia, curata da F. Alaimo e A. Melillo, Il corpo, l’eros, Giuliano Ladolfi Editore. Che tipo di sollecitazioni hai ricevuto da questa nuova sfida intellettuale? E come si coniugano queste due tematiche con le altre del tuo universo poetico?  

Essere coinvolta nell’antologia Il corpo, l’eros  è stato davvero un dono inatteso e insperato della vita, oltre che un grande onore: sono stata scoperta per caso dai due curatori, due poeti profondi e raffinati, che hanno apprezzato le mie poesie e mi hanno invitato a scriverne qualcuna da inserire dell’antologia: ma non ho avuto bisogno di farlo, perché di poesie su quel tema ne avevo già… Nonostante le apparenze, quelle due tematiche non mi sono estranee: diciamo che ho preferito riservarle all’antologia ed escluderle perciò da Nella stanza segreta, in cui ho privilegiato altri temi: la famiglia, la montagna, il tempo, il silenzio, la poesia stessa. Ovviamente io sono una nana in compagnia di giganti, tra quelle pagine, ma l’antologia Il corpo, l’eros  non ha solo un valore letterario, è anche un’importante testimonianza storico-sociale delle trasformazioni relative alla posizione e al ruolo delle donne nella società civile, dopo il Sessantotto: se non ci fosse stata infatti, cinquant’anni anni fa, la rivoluzione nei costumi prodotta dal femminismo, le donne non avrebbero avuto diritto di parola su certi temi, avrebbero continuato a essere “oggetto” e mai “soggetto” del desiderio erotico. Una testimonianza che acquista tanto più valore perché le voci poetiche qui raccolte provengono da tutto il mondo, a costituire un’ideale “repubblica della poesia al femminile”: ed è motivo di grato stupore, per me, esservi inclusa.

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L’antologia Il corpo, l’eros sarà presentata SABATO 21 APRILE alle 16 a Mondovì, presso la libreria Confabula in via S. Agostino, con la partecipazione di Giuliana Bagnasco, Silvia Pio e delle autrici Gabriella Mongardi e Silvia Rosa. 

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Scintilla la distanza
all’orizzonte di neve che amo,
riempie il cielo
e il mare
e lo spazio
tra cielo e mare.

Protegge la distanza
la neve all’orizzonte
e le montagne
e il mare che le guarda
e le ama
da lontano.

(Copertina: particolare di un dipinto di Arnaldo Colombatto.)