Altri Natali: 1947

La Pulce

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SILVANO GREGOLI

In Via delle Ripe, per Natale, Gesù Bambino portava sovente delle calze di lana fatte a mano. Exultate! D’inverno tenevano i piedi molto caldi negli scarponi.
Altre volte, da un anno all’altro, portava delle muffole di lana fatte a mano. Jubilate! Niente era più caldo di quelle muffole.
Dopo calze e muffole, a distanza di un anno, veniva quasi sempre la sciarpa di lana, anche lei fatta a mano. Laudate Dominum! Lunga e doppia come un manicotto a vento, proteggeva il collo dei bambini da ogni spiffero.
Finito il triennio, il ciclo ricominciava.

Diciamolo subito: il lato più irritante di quei regali di Natale era la loro leggerezza. I bambini delle Ripe erano tutti d’accordo su quel punto.
La notte tra il 24 e il 25 dicembre i bambini andavano a letto molto tardi: dopo la Messa di mezzanotte. Pochi istanti dopo sognavano tutti che passava un’ombra a deporre un regalo al fondo del letto.
L’indomani, il risveglio era tormentoso. Da una parte tirava il desiderio lancinante dei regali, dall’altra la forza paralizzante del sonno. Quando infine, smagliante, si accendeva la coscienza, erano sempre i piedi a muoversi per primi, quatti quatti, per esplorare la parte inferiore delle coperte nella speranza di incontrare, a metà strada, un pesante ostacolo. Chissà: una biciclettina, o un meccano con la gru, un paio di pattini, un set completo da traforo … O allora un ostacolo leggero, ma leggero e duro insieme, come sono gli oggetti preziosi. Che ne so: un orologio nuovo; una penna stilografica; una grande scatola di colori Giotto; una collezione di biglie di vetro colorato…

Purtroppo in via delle Ripe la realtà si fermava sempre al di qua dell’aspettativa. Giunto verso il fondo del letto, l’alluce percepiva con fastidio una sensazione fin troppo nota. L’oggetto c’era, ma era leggerissimo, e i colpetti che l’alluce gli imprimeva attraverso le coperte, producevano solo l’odiato fruscio della carta da regali che avvolge un piccolo indumento di lana. Un ultimo colpo, stizzoso, lo faceva rotolare a terra senza riguardo.
L’unico elemento di sorpresa era il colore della lana. Quasi sempre beige.

Ma un anno…

Quell’anno, prima di Natale erano apparse le Pulci. La prima Pulce l’avevo vista in Sede e mi aveva subito incantato. C’era qualcosa di magico in quel tondino di plastica colorata che, sotto la pressione della barretta oblunga, spiccava un balzo sul piano del tavolo e andava a cadere sopra un tondino avverso, catturandolo. Se sul tavolo c’era un panno, i balzi della Pulce diventavano prodigiosi e l’impulso iniziale poteva essere calibrato alla perfezione.

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In Sede venivano anche dei bambini ricchi. Le scatole delle loro Pulci erano enormi e contenevano decine di Pulci multiformi, di tutti i colori, di spessore diverso e di diversa elasticità. Ce n’erano di tonde e di ellittiche, di esagonali e di ottogonali. Ne avevano una per ogni situazione e la loro superiorità tecnologica li portava sovente a stravincere sulle ruvide Pulci dei bambini poveri, fatte in una bachelite che le faceva saltare in modo goffo e disordinato.

In via delle Ripe, dall’altra parte della strada, venti-trenta metri sotto casa nostra e subito a monte del Bar Augustus, c’era un tabaccaio con una vetrinetta coperta da un panno verde. Verso il 15 di dicembre era apparsa al centro del panno una scatoletta di plastica gialla. Anche da lontano si capiva subito che la scatoletta era un contenitore di Pulci, che la si poteva tenere bene in mano, che la qualità delle Pulci doveva essere discreta e che il proprietario non avrebbe fatto brutta figura. Vicino alla scatola spiccava un cartoncino: 50 lire.
L’avevo guardata e riguardata: il prezzo mi sembrava accessibile. L’indomani, per andare a scuola, avevo subito attraversato la strada. La Pulce era sempre là: un lampo giallo eclatante sul verde biliardo della vetrina. I bordi della scatola, tondeggianti, sembravano fatti apposta per farla scivolare nelle tasche del bambino che ne sarebbe diventato proprietario.

A Gesù Bambino non credevo più. Seppur tardivamente i miei amici erano infine riusciti a scuotermi dalla mia dabbenaggine senza risparmiarmi le beffe. Ora sapevo, purtroppo, che il mio Gesù Bambino, quello che dovevo a ogni costo cercare di ingraziarmi per ottenere la Pulce della vetrina, era un essere ostinato e poco incline alle fantasie. L’anno prima mi aveva portato la sciarpa di lana beige; quell’anno mi sarebbero toccate le calze di lana dello stesso colore. Da un po’ di tempo, infatti, vedevo mia nonna lavorare di ferri e d’uncinetto.
A ogni buon conto, in classe cercavo sempre di essere attentissimo, tenendo costantemente “le mani in seconda”, come si diceva a quei tempi per significare entrambe le mani dietro la schiena. Se il maestro, poi, rivolgeva una domanda alla classe la prima mano ad alzarsi era la mia. Volevo entrare nel periodo di Natale con una pagella impeccabile.
Anche in casa tenevo un comportamento da manuale. Prima di cena, portavo con alacrità i pentolini del latte al domicilio dei vari clienti che abitavano tutti nei rioni più tetri e più scuri della Mondovì vecchia. Ritornando con i pentolini vuoti risalivo via Ripe sul marciapiede del Bar Augustus e mi fermavo incantato davanti alla vetrina della Pulce. Con la coda dell’occhio cercavo di capire se mia madre mi vedesse, dal suo posto di lavoro in bottega. Mi vedeva, sicuramente, perché io vedevo lei. Ma non faceva il nesso, o forse non voleva farlo.
In cucina, aspettando la cena, studiavo con ostentazione, a volte borbottando la poesia che dovevo imparare a memoria. Ogni espediente era buono par far sì che il Gesù Bambino da cui dipendeva la mia Pulce risolvesse finalmente l’equazione: bambino buono + bambino studioso + bambino servizievole + bambino sovente con il naso contro la vetrina del tabacchino + Pulce esposta + più prezzo modico = forte desiderio di un regalo di Natale leggero ma duro, con dentro la Pulce.

Il Natale si avvicinava e la sera andavo in San Pietro a cantare Regem venturum Dominum venite adoremus. Dopo cena, nella vetrina ancora aperta ma senza luce, si vedeva la Pulce riposare acquattata nel vago chiarore che proveniva dalla strada. Era quello un momento di grande pace. Il tabaccaio era chiuso e nessuno, fino all’indomani, me l’avrebbe comprata. Passandole davanti le lanciavo uno sguardo tenero, quasi paterno.
Si era così arrivati alla vigilia di Natale. La sera prima, a cena, avevo parlato brevemente del nuovo gioco della Pulce, che era molto bello e che si poteva giocare in casa. Avevo anche accennato all’unico esemplare di Pulce delle Ripe: piccolo, discreto, economico e praticamente dall’altra parte della strada. Dando l’impressione di credere ancora in Gesù Bambino, avevo perfino ventilato la possibilità che quell’anno, in via del tutto eccezionale, il Santo Bambino avrebbe potuto portare delle Pulci ai bambini più buoni. L’allusione era caduta in un enigmatico silenzio. Tutto, forse, non era ancora perduto.
La vigilia di Natale, i pentolini li avevo portati sul presto: volevo godere al massimo di quella sera piena di promesse. Veniva giù una neve fradicia e gelida che stentava a fermarsi sul selciato. Tra un lavoretto e l’altro, appena potevo, ma sempre con un sorriso stereotipato in viso, uscivo in strada, attraversavo le Ripe e appoggiavo la fronte alla vetrina. Mia madre non poteva non vedermi: una volta i nostri sguardi si erano anche incrociati.
Verso le sette, ormai notte, avevo visto mio padre scendere dalle Ripe in bicicletta. Mi era passato vicinissimo, in un turbine d’aria e di neve. Quella visione sarebbe potuta diventare un ricordo inquietante. In sella alla sua pesante bicicletta mi era apparso ben più grande del normale, col suo ampio mantello militare, nero, che sbatteva come un’ala contro la fioca luce dei lampioni in un frullo di fiocchi di neve. Ne ho invece un ricordo solenne, come di una fotografia d’altri tempi. L’immagine potrebbe essere quella di un eroe.
Purtroppo non era mio padre il Gesù Bambino che contava, e a nulla sarebbe servito cercare di ottenere da lui una mediazione. A cena non erano mancate le allusioni ai giochi, a quello della Pulce in particolare. Mi era sembrato cogliere un sorriso sibillino sul volto del mio Gesù Bambino famigliare, poco sensibile alle frivolezze.

C’erano anche stati indizi incoraggianti. Alla Messa di mezzanotte avevo cantato particolarmente bene, e non solo il facile Tu scendi dalle stelle, ma anche le difficili antifone gregoriane quali la Descendet dominus sicut pluvia in vellum, la …et colles fluent lac et mel quia veniet prophaeta magnus, e perfino la En clara vox redarguit, obscura quaeque personans.
Verso l’una di notte, sul sagrato della chiesa, avevo notato che la neve, che ora scendeva candida e soffice, conferiva a tutto il creato un aspetto di tenero e santo Natale. Avevo interpretato quel fatto come un presagio favorevole.

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L’indomani mattina mi ero svegliato che faceva ancora buio e avevo subito percepito la presenza di un oggetto ai piedi del mio letto.
L’oggetto emanava un tale senso di leggerezza che mi era venuto un breve capogiro. Senza grandi speranze gli avevo dato con l’alluce due o tre colpetti. L’oggetto aveva emesso il fruscio tipico della carta da regali avvolta intorno a un piccolo indumento di lana. Un ulteriore colpo di piede l’aveva fatto rotolare a terra senza riguardo.
Nel pacchetto, Gesù Bambino aveva messo un paio di calzerotti di lana, fatti a mano.
Beige.

Anche quell’anno.

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