Sulla personale di Samir Aletti a Mondovì.

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FULVIA GIACOSA

Ho conosciuto Samir Aletti sui banchi del liceo artistico, quando vi insegnavo storia dell’arte non molti anni fa. Visto con gli occhi di un docente, Samir era un ragazzo di poche parole, rapito dai propri pensieri; eppure ti accorgevi che, dietro quel suo apparente ritirarsi in un mondo tutto suo, c’era curiosità vera per ciò che si andava dicendo. Avevo la sensazione che riuscisse a stare con i piedi su due sentieri diversi ma non distinti, tra i quali si aprivano inaspettati collegamenti.

Poi il tempo è passato, l’ho perso di vista ed ora mi ritrovo a scrivere delle sue realizzazioni: gradevole sorpresa.

Samir è nato in una famiglia di artisti che vive sulle colline di Sale San Giovanni dove ha recuperato Casa Camorini con intelligenza e sensibilità, casa-studio-galleria, luogo d’arte e di vita per i suoi componenti: papà Daniele è artista poliedrico ma, come la mamma Daniela, coltiva soprattutto la scultura utilizzando le pietre locali. Samir è un po’ nomade, ma i legami con la casa comune sono profondi, soprattutto perché qui regna un clima di pace e di operosa libertà: e, nel mondo schizofrenico di oggi, è cosa assai rara.

Ma veniamo a questo giovanissimo artista.

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I suoi inizi sono vicini all’ “arte urbana”, come quando ha partecipato alla riqualificazione dello scalone che collega i quartieri Breo e Altipiano di Mondovì con un murale che richiama immagini-simbolo della città e tematiche del nostro tempo, un intervento memore delle opere di Bansky, forse il più noto dei writers mondiali.

Tuttavia per Aletti l’etichetta di writer, o street artist che dir si voglia, sta stretta, come tutte le etichette artistiche che, oggi più che mai, sono rischiose perché spesso fondate su troppo facili e superficiali raggruppamenti, quando non addirittura funzionali a operazioni mercantilistiche.

Da questa prima esperienza egli ha tratto spunti anche per le opere realizzate “in studio”, trasportabili nei cosiddetti “luoghi deputati”, come nella presente occasione. Una conseguenza è, ad esempio, l’adesione ad una figurazione palese, comprensibile, dalla comunicatività immediata. Quel carattere di democraticità dell’arte che ha caratterizzato la street art e prima ancora, pur con tutti i distinguo necessari, l’arte pop si ritrova nelle opere che intendono “dire se stesse”. Le sue immagini stanno sul versante opposto a qualsivoglia venatura concettualistica che ha spesso finito di allontanare l’arte dalla gente comune e chiuderla in uno spazio rarefatto e autoreferenziale.

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Samir fugge sia il soliloquio esistenziale sia le insidie dell’oggettualità troppo spinta; egli fa pittura parlando della pittura stessa, dei suoi strumenti, tecniche, modalità. Le sue opere sono “dichiarative”, nel senso che gli interessa mostrarci come la mette in essere. Usa le bombolette spray per dipingere le bombolette stesse con cui circoscrive il suo fare contemporaneo (“Biggie Smalls“, “Cans” , “Cans Two” e ”NY Fat”), proprio come -  se mi è consentito un paragone d’antan – gli impressionisti usavano i nuovi colori in tubetto per ricavare, ed esaltare, una tecnica innovativa.

Sperimenta acrilici, pennelli, spatole, pennarelli; indaga a 360° le potenzialità dei colori, dei tratti, delle composizioni; mescola figurazione ad astrazione, anche se questa è rara e comunque derivata dall’esperienza del writing (come la scritta su cui incolla i tappi delle bombolette in “Skinny Green”); riprende vecchie fotografie combinandole col linguaggio contemporaneo quasi fumettistico, facile e diretto (come quella del treno che nel 1895 ha sfondato la facciata della stazione parigina, in “Gare de Montparnasse” o quella di grevi palazzi milanesi ravvivati dal disegno colorato di un tram, in “Milan in yellow”); gioca col dinamismo delle forme, ricordandosi forse dei nostri futuristi, in nome di una vitesse quanto mai odierna; personalizza l’eredità dei graffitisti e la grafica degli album musicali quando cita i grandi miti del suono.

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Da ogni lavoro sprigiona una verginità comunicativa, sposata ad una tecnica rapida ma in realtà accuratamente assimilata e perfezionata, che attrae e conquista. Pur nell’attenzione ad un presente pieno di contraddizioni, Samir evita eccessi provocatori e la sua arte si presenta gioiosa, fiduciosa nelle sue potenzialità.

Quell’armonia tra esseri umani e natura che respira nella casa di Sale San Giovanni, diventa armonia tra vita e arte, tant’è che a questa non manca una eloquenza pacata con tocchi di eleganza coloristica. In tal senso, se guardiamo alle recenti esperienze di arte urbana, Samir è vicino più a quelle francesi ed italiane dalla sottile ironia che non a quelle statunitensi degli anni ottanta, protestatarie e anarchiche, spesso collettive. Ciò spiega anche la scelta di un fare prevalentemente individuale, l’uso di supporti diversi dal “muro”, una – per ora ancora assai discreta – apertura a lasciar entrare pezzi di storia personale tra le pieghe delle cose comuni.

INFO. La mostra, inaugurata sabato 20 maggio, è visitabile fino al 23 giugno con orari: giov/ven. ore 15-18, sab/dom. ore 9-18. La mostra è allestita nell’Antico Palazzo di Città, in via Giolitti 1 a Mondovì Piazza. Per informazioni: 0174-40389.

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(QUI la presentazione della mostra da parte di Lorenzo Barberis)