Purezza

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GABRIELLA VERGARI.
Per come la vedo io, chiunque sia stato, l’ha fatta troppo facile.
Sì, davvero troppo facile.
S’è messo lì, (tanto, penso io, che aveva da perdere?) e Zac!, mi ha dato vita.
Vita …, si fa per dire.
E magari si sarà anche compiaciuto con se stesso: è sempre confortante sapersi mentalmente propositivi.
Il magnifico, magico, potente momento della Creazione.
Lo stupore della Creazione, che ti fa rivale di Dio.
La bellezza della Creazione: un attimo prima non c’era e un attimo dopo, eccola.
Forse non subito piena, magari solo un accenno, un invito che baluginando nella lattescenza diafana dei suoi contorni poi pian piano si delinea.
Oppure già matura come un frutto che ti coli denso di sapore in gola.
O forse destinata a passare per le successive metamorfosi degli stadi evolutivi, prima di svolazzare leggera come una farfalla via dalla crisalide.
Insomma, per non farla tanto lunga, una cosa così.
Gran risultato davvero.
Esisto ma non sono. Bell’affare! Mica da tutti, nossignore, mica roba d’ogni giorno. Non so chi ci abbia guadagnato in quest’affare, io non di certo.
Dunque, vediamo un po’ di ricapitolare. Il “chiunque” di cui sopra si mette lì, o forse non ci si è neanche messo, gli è capitato per caso – il che da una parte sarebbe anche peggio perché non sono tanto certo che mi piaccia riconoscermi come l’esito d’ un semplice, involontario accidente – e zac! prendo vita. Sì, va bene, ma come? Dove sto esattamente? Di questo, il “ chiunque” non si è proprio curato. Sono quindi un’idea ? Ma in genere le idee non hanno né sagoma né colore, né sono poi tutte allo stesso modo universali. Io invece, non faccio per vantarmi, sono diffusamente ed ampiamente noto a varie latitudini. Si sa ad esempio che sono un quadrupede, che ho il muso allungato come una sorta di cavallo o di camoscio, che ho una coda fluente, un unico lungo corno al centro della fronte, e soprattutto che sono invariabilmente, irrinunciabilmente, ineluttabilmente bianco ( anche se alcune varianti recenti mi propongono come azzurro, giallo crema, ecrù e via di questo passo). Ma – e qui mi piacerebbe proprio dire la mia — dove sono le mie ossa? e la mia carne? ed il mio sangue? in una parola tutto quello che mi permetterebbe di sentire la vita e rendermene partecipe?
Ecco, io credo di rappresentare un bisogno, un ideale, un’icona. Comunque un prezzo molto alto da pagare, che imprigiona quel po’ di esistenza concessomi in un asfissiante ed imperativo “ tu devi”. Per esempio non conosco infanzia: lo “zac” che mi ha generato non ne ha evidentemente contemplato la possibilità, così me ne resta uno struggente rimpianto, o forse solo una grande curiosità, e comunque avverto il mio essere adulto come monco di essenziali fasi di crescita ed evoluzione. E che dire dell’ adolescenza, o dell’amore o chessò io della riproduzione, del contatto coi miei simili, o del mio cibo, del mio sonno… Niente di niente. Nessuno si è curato del problema o ha pensato che, già che c’era, avrebbe potuto rendere il suo parto mentale un po’ più dettagliato, più rifinito, magari completarlo con l’apporto di qualche specificazione aggiuntiva o più particolareggiata. Magari anche solo una specificazione di sesso. Invece, manco a dirlo, esisto esclusivamente al maschile. Anche per questo, solita storia: il “chiunque” di cui sopra non ha immaginato esemplari femminili della mia specie. E se qualcuno già sorride pensando alla beatitudine della mia condizione, pensi un po’ anche a quanto possa essere monotono e riduttivo avere a che fare soltanto con altri se stessi: niente sesso, niente figli, niente litigi ma neanche innamoramenti, fremiti e passioni. Appunto, come dicevo prima, niente di niente.
A questo punto qualche intelligentone obietterà che la bella notizia è che non posso morire. Giustissimo! Visto che non sono mai nato (ma senza alcun dubbio esisto!), non posso nemmeno “defungere”. Eppure mi chiedo che senso abbia prolungare all’infinito un’esistenza che non sia anche una… vita. Capisco che la profondità di tali sottigliezze possa procurare l’emicrania ma è l’eccezionalità della mia condizione a giustificarla.
Così popolo immaginari collettivi, aggirandomi tra bestiari medievali e mitologie, arazzi ed altre meraviglie d’arte, sempre altero, sempre nobile, sempre modello d’ ispirazione e ricerca. Solo, inesorabilmente, irrimediabilmente, definitivamente solo.
Come dite? Vi pare che non sia poi così tanto solo e che pure l’ippogrifo, il drago, e persino il topolino dei denti o le renne di Babbo Natale condividano in qualche modo la mia stessa sorte? Niente di più falso! A parte che loro entrano spesso nell’universo della fiaba, sono o molto amati o molto odiati, ma sempre comunque chiamati ad instaurare rapporti affettivi intensi e sentimentali, (laddove ad esempio mi si insegue, mi si cerca, mi si ammira ma non mi si ama realmente), nessuno è vincolato alla purezza come me: questo bianco oppressivo e comprimente che mi sta addosso dall’origine e da cui non posso in nessun modo liberarmi. Un segno d’assoluto ed assoluto che non ammette macchie d’alcun tipo e che mi impone invariabilmente lo stesso copione comportamentale, non mi consente crisi. Un punto di non ritorno che mi blocca in una dimensione immutabile, priva d’esperienza, d’incertezze, d’errori. Ma – vorrei chiedere al “chiunque” – che valore ha una purezza che resti coerente con se stessa senza la possibilità di mettersi alla prova, di scegliersi ad ogni momento, magari accogliendo il nero per poi rifiutarlo o respingerlo? Figuriamoci, troppo complicato, forse anche troppo contorto! Ma tant’è, mi sento sempre più stanco ed annoiato di questa condizione-non-condizione. E tuttavia, come ne esco? Come mi tiro fuori da quello che per me è divenuto un incubo ma per molti, tanti altri resta un simbolo, una sublimazione certo, ma così straordinariamente prodiga di tanta forza e speranza? Come si può insomma, come si “uccide” il mito?

Da Species. Bestiario del terzo millennio, Boemi editore, Catania 2012