Auspicando la fine del patriarcato

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SILVIA PAPI
Nella primavera 2015 è uscita la quinta edizione del reportage di viaggio dell’argentino Ricardo Coler, Il regno delle donne, per quelli delle Edizioni Nottetempo. Occuparmi di questo libro mi offre la possibilità di sviluppare una riflessione che credo utile. Importante non è tanto quello che io andrò a dire ma l’argomento in sé, che spero possa, su queste pagine, trovare in futuro ulteriori sviluppi.
Nella provincia cinese dello Yunnan, territorio assai vasto che arriva fino ai confini col Vietnam, il Laos e la Birmania, sulle sponde del lago Lugu, in una località chiamata Loshui, si è sviluppata la più pura delle società matriarcali, quella dei Mosuo, una delle poche tuttora esistenti, che neanche l’omologazione comunista di Mao Tse-tung riuscì a sradicare.

lago Lugu

lago Lugu

Il libro in questione documenta la quotidianità di queste genti, l’applicazione nella pratica di tutti i giorni del loro stile di vita. Durante la sua permanenza, ospite nelle case Mosuo, l’autore cerca di superare la riservatezza cinese, si interroga e pone domande, lasciando tuttavia al lettore la possibilità di usare il suo resoconto di viaggio come opportunità per pensieri che ci coinvolgono più da vicino.
Infatti la riflessione che vorrei iniziare riguarda le possibilità di trasformazione del patriarcato come necessità sottesa a qualsiasi sforzo di cambiamento sociale e politico realmente efficace si voglia provare a compiere: la conditio sine qua non.
Guardare come funziona una società matriarcale che, per quanto sperduta sui monti della Cina, sta in piedi e si autogoverna in maniera soddisfacente per la sua popolazione di entrambi i sessi, sta a dimostrare innanzi tutto una cosa molto semplice: il patriarcato non è l’unico modo possibile su cui instaurare gli equilibri nelle relazioni. Senza voler copiare nessuno, ritengo però stimolante guardare alle diversità come mezzo per spostare quelle forme mentali e abitudini che si ritengono intoccabili.

Mosuo uno

Cercherò di raccontare qualcosa sui Mosuo per poi riprendere il filo del discorso.
Questa popolazione è originaria del Tibet ed emigrò nella zona di Loshui poco prima dell’era cristiana. Base del loro sostentamento economico è il lavoro nei campi, quindi agricoltura e allevamento. Commerciano con i villaggi vicini e con la città di Lijiang, che dista dodici ore di autobus. Dato il clima molto rigido per diversi mesi qualsiasi attività produttiva viene sospesa a causa della neve.
E’ importante sottolineare che il matriarcato non è un patriarcato al contrario, le donne non sono al comando utilizzando gli stessi sistemi degli uomini e una pratica non da poco come l’uso della violenza tra i Mosuo, ad esempio, è sostanzialmente sconosciuta.
Scrive Coler: tra i Mosuo nessuna donna ha bisogno di affrancarsi dalla sua condizione, perché sono e sono state libere da sempre. Tutto ciò che accade nella società matriarcale è frutto di una cultura in cui la dimensione femminile si impone senza restrizioni da parte dei maschi.

musuo due

Il matriarcato implica la matrilinearità, cioè la trasmissione del cognome, e la matrilocalità cioè il luogo di residenza, il fatto che si vive per sempre dove risiede la madre. Questa particolarità implica sostanzialmente il fatto che le abitazioni d’origine, quando serve, si ampliano ma non si creano mai nuove case a partire da una coppia. Il matrimonio – trave portante di quante culture? – non è previsto e non se ne comprende la necessità. Quando una ragazza entra nell’età adulta avrà la sua camera all’interno della dimora materna e – se un uomo vorrà frequentarla e se verrà accettato – si sposterà nottetempo, con discrezione, rispettando consuetudini consolidate. Non sarà mai una donna ad andare in casa di un uomo.
Riportando le parole dell’autore: è difficile che una donna Mosuo pensi che il mondo finisca se il suo innamorato la lascia. Certo non le è indifferente, ma non è neppure il centro della sua vita. L’innamorato è qualcuno a cui una donna non affida mai la ragione della propria esistenza.(…) Da queste parti è possibile soltanto essere orfani di madre, per cui ci sarebbe da rimettere in discussione il complesso di Edipo così come è inteso in senso classico, per chiedersi se non sia in realtà un mito da non universalizzare. (…) La società matriarcale ci offre un diverso punto di vista dal quale valutare le possibili conseguenze della perdita di autorità da parte del maschio.(…) In questa comunità, i figli non hanno un padre con cui mettersi in competizione per la madre. La figura maschile più vicina a loro, lo zio, è collocata a un livello gerarchico inferiore e, benché assuma in qualche senso un ruolo paterno, le differenze sono considerevoli.
(…) Il patriarcato non è un tratto essenziale dell’essere umano, e l’esperienza Mosuo sta a indicare che altre possibili forme di strutturazione della società non comportano la sua fine, l’assenza della legge o la disintegrazione di quella che all’interno di tale società è considerata una famiglia. Anzi, nel matriarcato l’istituzione famigliare pare più solida e vitale di quanto non lo sia in Occidente (…) senza bisogno di discorsi morali per sostenerla.
Senza rendercene conto continuiamo a credere i valori della nostra civiltà come universali e difficilmente spingiamo la riflessione fino a considerare quanto essi siano fondanti nel sostenere l’ineguaglianza e l’ingiustizia che ci circonda. E’ cosa buona celebrare la giornata contro la violenza sulle donne, ma se non iniziamo a cercare un modo efficace per scardinare la causa da cui quella violenza prende avvio, come per tutte le violenze, credo che non se ne verrà fuori.
A partire dagli anni ’70 una parte delle donne si è impegnata per comprendere se stessa e le possibilità di migliorare condizioni di vita, lavoro e relazione, tra donne e con gli uomini. In più di quarant’anni si è formata una cultura “femminista” che ha contribuito non poco nel creare crepe – cioè spazi di apertura e libertà – nel pensiero dominante di stampo maschile patriarcale.

Clare Elliott

fotografia di Clare Elliott

Oggi è arrivato il tempo in cui si può guardare a ritroso e riconoscere il cambiamento – epocale e tragico – che circa ottomila/diecimila anni fa vide il patriarcato sostituirsi con violenza alle precedenti culture e religiosità matriarcali femminili: da lì sono partiti antropocentrismo (centralità/superiorità dell’essere umano nella creazione) e androcentrismo (la centralità/ superiorità del maschio umano).
Mi trovo d’accordo con chi afferma che – soprattutto nell’Occidente cristiano e patriarcale – il nuovo paradigma è proprio il femminismo che invita l’umanità – soprattutto nella sua componente maschile – a riscoprire la propria parzialità nel cosmo. Soltanto questa consapevolezza ci può aiutare nel vivere tutte le differenze con convivialità, incominciando proprio dall’uguaglianza tra i generi.
Se vogliamo concorrere alla possibilità di una realizzazione futura di società egualitarie, basate su quelli che vengono chiamati “valori materni”, cioè a dire: pace attraverso la mediazione, non-violenza nella gestione dei conflitti e nelle relazioni, cura e nutrimento di tutto l’esistente; credo sia arrivato il tempo che i maschi facciano la loro parte.
Osservare le società matriarcali ci mostra come in linea di massima queste siano orientate principalmente verso l’appagamento dei bisogni piuttosto che verso il potere da raggiungere. Quindi più realistiche, poiché consapevoli del valore materno maggiormente idoneo al benessere umano (la storia ce lo ha mostrato ampiamente) di quanto non lo sia il patriarcato, il quale tende a sopprimere il femminile in generale e le donne in particolare.
Mi auguro che anche una piccola cosa come la lettura di un libro, grazie al quale si vengono a conoscere stili di vita diametralmente opposti rispetto al nostro, nei quali la serenità la fa da padrone, possa spingerci tutte e tutti, uomini in prima fila, a iniziare il lungo percorso per invertire la rotta. A onor del vero qualcosa è già iniziato, seppure in sordina, da almeno una decina d’anni. Anche se purtroppo si tratta ancora di un fenomeno marginale abbiamo a che fare con un movimento molto interessante, pieno di potenzialità e speranza che ci auguriamo dilaghi velocemente (per saperne di più vedi http://www.maschileplurale.it/).

Leggi le prime pagine di Il regno delle donne

L’articolo è originariamente comparso su A rivista anarchica – marzo 2016 (http://www.arivista.org/)