Vincere l’odio

KISS1
LORENZO BARBERIS

Solitamente, quando si conclude il Festival di Sanremo, è luogo comune affermare che “Sanremo fa pena, si salva solo la canzone di Elio”. A questo giro, invece, la canzone di Elio non è piaciuta alla maggioranza delle persone che conosco e frequento, nella realtà e nel virtuale. Elio stesso ne appare consapevole, nel finale:

Cantando questa canzone brutta
brutta da cantare se vuoi
sarà pure brutta però a me mi piace
canzone brutta
sarà capitato anche a voi
di avere una canzone in testa
Brutta

Una canzone che, come afferma in parlato dopo il finale, si salverebbe con il messaggio, ovvio fin dal titolo:

E il messaggio che noi qui vogliam comunicar con questi ritornelli è:
Vincere l’odio.

“Vincere l’odio”, rovesciamento letterale di quel “Perdere l’amore” di Ranieri che aveva vinto il Sanremo del 1988, agli sgoccioli della “seconda età dell’oro” degli anni ’80. Ma, ovviamente, anche nel senso di “sconfiggere l’omofobia”, che è il tema portante trasversale di questo Sanremo, per via della concomitanza con il dibattito sulla legge Cirinnà.

Quasi tutti i cantanti hanno sfilato sul palco con tanto di coccarde arcobaleno declinate in vari modi, e gli Elii non sono stati da meno apparendo tutti in un elegante completo rosa alla prima apparizione (alla seconda, mascherati da Kiss).

Al tempo stesso, un sostegno alla causa “arcobaleno” e una parodia del cantante sanremese-tipo, col suo impegno anti-omofobico d’ordinanza. Sembrano passati secoli da “Luca era gay” di Povia (efficacemente parodizzato da Elio, del resto).

L’elemento che rende la canzone “brutta” è il suo fondere cinque ritornelli diversi (uno è quello conclusivo, già citato, che riconosce la bruttezza dell’esperimento). Cinque temi musicali diversi, cinque temi diversi anche sotto il profilo del testo, collegato in modo rocambolesco dalla corrispondenza tra ultima e prima parola di ogni strofa).
I.

Se mi guardi con quel sguardo dentro agli occhi
io ti sfido a innamorarmi di te
ma due occhi per sguardarsi sono pochi
per amarci ce ne vuole almeno tre

Femminiello che vivi a Napoli
coi problemi presenti a Napoli
femminiello di una metropoli sul mare chiaro
femminiello ma quanti ostacoli
nel tuo cuore disperso a Napoli
per fortuna che poi c’è il Napoli
al San Paolo di Napoli, San Paolo…

II.

San Paolo, San Paolo, convertitoti nei pressi di Damasco
San Paolo, San Paolo, quante lettere scrivevi tu
San Paolo, San Paolo, ebreo ellenizzato di Tarso
San Paolo, San Paolo, per fortuna che il Signore ti è apparso
perché tu perseguitavi i cristiani
e giustamente lui ti ha detto stop.

III.

Sto partendo con il treno per andare a Kathmandu
dove ti sei trasferita per fondare una tv
che trasmette televendite di vini calabresi
che in Nepal vanno forte ma li fanno a Kathmandu
quanto è bella la Calabria, quanto che sei bella tu

IV.

Tubero che mediti tranquillo sotto terra
finché c’è una mano nerboruta che ti afferra
tu dici “No no no”, poi dici “Forse forse forse”
poi ti lasci prendere
e ti abbandoni a questo mio pelapatate
accompagnato dal tuo amico topinambur

Topinamburbera, sedicente burbera
chi l’avrebbe detto, nascondevi un cuore d’oro
sotto a quei 90 chili di burbera
non cambiare mai burbera
energumena, accarezzami lo stesso

*

Ovviamente, appare prevalente il solito sarcasmo proprio del gruppo, declinato nel consueto tono surreale e demenziale. Nella prima strofa il tema dell’omosessualità è declinato nello stile della canzone lacrimevole e napulitana, ma lo stadio del San Paolo permette, con un salto brusco, di passare alla parte più demenziale, una strofa su San Paolo dal ritmo allegro e scoppiettante, che chiaramente ironizza tra le righe sui “nuovi inquisitori” (non ricordo di una satira religiosa così esplicita a Sanremo). La terza strofa è quella che inquadro meno, ma si ritorna al tema dell’amore eterosessuale sempre con un ritmo sul frenetico andante; e si torna a un ritmo più lento e romantico col finale, con la dichiarazione d’amore per la patata (“ti abbandoni a questo mio pelapatate / accompagnato dal tuo amico topinambur”) è ovviamente ironica (e la parte più assolutamente demenziale del testo).

Insomma, una “canzone brutta”, ma che almeno ha il merito di costituire una “variazione sul tema” in grado di riscuotere dal consueto torpore sanremese (dove ovviamente non manca, qua e là, qualche altra canzone interessante), con un po’ di sperimentazione sulla struttura (come la “canzone mononota” dell’anno precedente, in altra direzione) e un appoggio alla causa del momento un minimo più ironico e meno scontato.

Anche se, in quanto a profonde liriche dedicate al tema da Elio, sono lontani i tempi dello splendore di liriche come “Il vitello dai piedi di balsa”, questo è chiaro.