La casa sul mare

Che cosa siamo che cosa non siamo

GIANLUCA MASSIMINI.

Era giunta così, anche stavolta, per lei, l’ora dei saluti e dei rimpianti. Il tempo a sua disposizione era finito e presto, volente o nolente, sarebbe ripartita. L’indomani, di primo mattino, sarebbe corsa d’un fiato all’aeroporto e avrebbe messo piede sull’aereo che l’avrebbe condotta lontano e poi chissà, chissà quando l’avrebbero rivista. Per questo, lo sapeva, la casa che l’ospitava cominciava ad affollarsi di gente, di amici e conoscenti, che giungevano fin lì per salutarla. Venivano a trovare lei, che tornava in quel posto dov’era nata ogni tanto, con l’idea di vivere quei giorni pienamente, centellinando i momenti. Incredibilmente, però, lei filava via adesso lungo la strada, noncurante di tutto.

Come presa da una smania o morsa da una febbre, s’affrettava a più non posso lungo un percorso che portava solo lei sapeva dove, con un’idea balzana in testa. Tant’è che chiunque, al vederla mentre passava, le avrebbe chiesto dove andasse e perché mai, poi, proprio oggi che la sua visita era al termine e a casa l’aspettavano i parenti. Ma non sapeva neanche lei perché avesse indugiato tanto; era stata sul punto di farlo più volte, senza mai decidersi davvero. Più semplicemente, d’un tratto, s’era detta ch’era tardi e che doveva fare in fretta e null’altro, allora, aveva avuto importanza.

Sulle prime, impaziente, aveva percorso un sentiero stretto e tortuoso che l’aveva condotta fuori dal paese, verso il promontorio che si allunga sul mare. Erano svaniti così in breve, intorno a lei, case e cortili appena intravisti per lasciare spazio a una rada boscaglia e a grandi campi incolti. La stretta del caldo sembrava in quell’istante farsi più tenue, benché se ne intuisse ancora la vampa che aveva arso i rami e le foglie. E come le piaceva osservare ad occhi pieni il tramonto, il cielo già incendiato e grande, fatto di nuvole vaghe e tinto d’ambra, che sovrastava senza limiti quelle piccole colline brune, appena appena sollevate da terra. E più avanzava, lietamente, e più in lei affioravano i ricordi. Tutto si accendeva di cose passate, di quand’era ragazza, degli amici e degli affetti di un tempo, di quando viveva lì felicemente. Ed ebbe voglia a quel punto di esultare, di cantare per quant’era contenta, ignorando ormai completamente la vita che l’avrebbe attesa l’indomani, ora più che mai lontana. Giunse così, a poco a poco, alla fine della strada, dove si allungavano le ombre, fino alla distesa erbosa sulla quale si stagliavano il fondale azzurro e una casa rossa sul mare.

Si fermò allora, come già in passato, vicino a un canneto, dove il vento soffiava e sparigliava le frasche, e parve a un tratto tentennare, incerta sul da farsi. Scese quindi dall’auto e mosse alcuni passi, fino ad intuire i campi incolti da dietro gli arbusti. Scostò dagli occhi qualche roverella, avanzando lentamente sugli sterpi, tra gli insetti irrequieti di una nera nuvolaglia, mentre il cuore le balzava, e uscì allo scoperto. Ed ecco che si aprì alla vista la grande piana selvaggia e di nuovo quella casa dal profilo familiare, che ritrovò intatta come sempre, e accanto ad essa un albero di mele. E per un po’, anche stavolta, attese. Ferma così, tra le canne che cedevano al vento, delle farfalle svolazzavano tra uno stelo e l’altro, ne osservò la figura minuta dal tetto spiovente, le piccole finestre e la veranda che dava sul mare, e un magone improvviso le sorse dal petto. La fissò ancora, la semplice e dimessa dimora che, sola sul litorale, pareva aspettare chissà cosa, dove le tende svolazzavano e qualcosa accadeva, rivelando all’interno un’ombra che passava. E continuò ad attendere come sempre, come ogni volta. Era solita aspettare anche un’ora, attenta che dalla strada non giungesse nessuno, trasalendo per questo ad ogni piccolo frullo, ad ogni smuovere d’erba, al richiamo di un verdone nel folto. Attendeva che qualcuno uscisse da quelle mura e si mostrasse, che un bimbo mettesse piede fuori dalla porta per giocare sul prato, insieme a un’altra piccola dai modi vivaci. E anche quella sera, a un certo punto, si compì il miracolo: li vide uscire entrambi, esultanti.

Come per incanto, quasi li avesse chiamati, si gettarono di corsa sul prato a rincorrersi e a gridare, nonostante sembrasse fare ancora caldo. L’uno sorvolava il capo dell’altra con un lenzuolo bianco, quella lo seguiva saltellando e ne rideva, lo scostava divertita dal viso, fino a che non cadde, per rialzarsi dopo un istante. Si accostavano, parlavano; tornarono a saltellare come se nulla fosse successo. Poi finalmente comparve lui.

Non lo vedeva bene, a causa della distanza, ma doveva essere ancora giovane, o così voleva che fosse. Si avvicinava a loro con le mani in tasca, sorrideva probabilmente a quei bambini che gli correvano incontro, che gli saltavano addosso, ora chino sulle gambe. Osservò quell’uomo dai modi spicci che abbracciava i figli e li baciava, li accarezzava sulla testa, dicendo loro qualcosa, ma che di certo l’ignorava, dopo tutto quel tempo.

Era stato infatti in un giorno d’estate, tanti anni prima, in gioventù, che i due si erano conosciuti e per mesi poi si erano amati. La vita, prima triste e noiosa e senza molte prospettive, le era parsa all’improvviso entusiasmante,ed ogni cosa per lei non era stata più la stessa. In poco tempo, grazie a lui, era rinata e tra giochi e risa sincere si era dischiusa sotto il sole d’agosto come un fiore che sboccia dal bocciolo, e la dolcezza di un ragazzo onesto le era bastata. Niente più l’aveva angustiata, né l’aveva annoiata, ma aveva avuto solo voglia di vivere e d’essere felice, tanto da sperare che tutto potesse restare così per sempre.

E ricordò quante volte, ancor oggi, nell’impossibilità di sottrarsi ai compiti e agli impegni di una vita lontana, durante quelle giornate grigie e senza senso che non finivano mai come d’inverno, era solita tornare con la mente a quella strada assolata e a quella casa posta sul mare, per mettersi in breve il cuore in pace. Quando non era contenta o qualcosa non andava, lontana migliaia di chilometri, dall’altra parte del mare, pensava a lui, ai suoi occhi neri e adorabili e al viso glabro, allo sguardo sincero, quando tutto andava meglio; trovava a quel modo un motivo per resistere. Ristette così a pensare ancora per qualche istante.

E immaginava come sarebbe potuto essere se fosse andata altrimenti, poneva mente a quella casa e a quella famiglia che sarebbero potute essere tutto ciò che lei ora voleva e non aveva, per lo meno non come avrebbe voluto che fossero. Come le dispiaceva esser partita e vivere lontana, lei che non avrebbe chiesto di più alla vita se non una casa e una famiglia e vedere crescere i figli con l’uomo che si ama. Ecco, si disse, cosa aveva perduto…

Cominciò poi, anche stavolta, a farsi tardi. La sera, inesorabile, iniziò a scendere in fretta e ogni cosa ad imbrunire. I bambini giocavano insieme a rincorrersi sul prato ma il sole, ormai dietro le colline, illuminava di uno strenuo barbaglio solo qualche nuvola, quasi a dire che tutto, anche quel giorno, finiva per sempre.

Guardò allora per un’ultima volta quel posto, dove le canne si agitavano al vento. Non aveva granché da attendere ormai, poiché il tempo a sua disposizione era svanito, né sapeva se ne avrebbe avuto in futuro. Chissà quando avrebbe potuto rivederli, a quel punto si chiese. Qualche fringuello ingenuo si posava su un ramo in attesa di riprendere il volo. Uno stuolo di tordi festanti s’involò dapprima a giro sul campo, poco distante, e poi più in largo, quasi a cercare una nuova meta, un nuovo prato che potesse ospitarli. Una nave minuta e illuminata passava piano in lontananza, sulla distesa del mare. Nel buio della sera, che ora incombeva, udiva ancora le voci e gli schiamazzi dei bimbi, ne intuiva le ombre. Ci rivedremo chissà fra quanti anni, mormorò di nuovo tra sé. E qualche lacrima cominciò a ingombrarle gli occhi.

Poi decise che era tempo di porre fine a quella follia che le era venuta in mente. E così, con il cuore franco e gli occhi sazi, non sapeva per quanto, tornò a braccio, a poco a poco, tra le fronde, e ripartì. Anche questa volta, si disse, quel voto d’amore segreto ai più, ch’era da sciogliere, era stato sciolto.

 

 

 

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La casa sul mare è l’ultimo racconto di Che cosa siamo, che cosa non siamo. Come altri suoi racconti usciti su rivista negli ultimi anni (Versante RipidoParadiso degli OrchiCritica ImpuraFralerighe ecc.), anche quelli presenti nel libro indagano i legami e la vita di coppia odierni, ponendo l’attenzione sull’attuale ridefinizione dei ruoli, sulla crisi dei rapporti e dell’istituzione matrimoniale. Protagonista di quest’età di mutamenti è la donna, sempre più padrona del proprio destino e interlocutrice di un uomo in crisi.

Gianluca Massimini, nato a Pescara nel 1974, dopo gli studi universitari ha svolto varie attività, vivendo per qualche anno a Bologna e successivamente a Vicenza, città nella quale risiede tuttora. Ha pubblicato molti racconti su rivista e le raccolte Eravamo insieme (2010, ebook Narcissus) e Che cosa siamo, che cosa non siamo (2015, Lampi di Stampa). Al momento sta portando avanti l’indagine sul racconto

#LoStatutoDelRacconto, con interviste a scrittori, critici, editor (http://emergenzascrittura.it/)

www.gianlucamassimini.it