Una voce unica e indipendente nella poesia araba

Dizza Castle

Il poeta iracheno Salah Niazi

(SILVIA PIO, a cura)

CERCANDO CASA

Stavo cercando casa
La zona tediosa con rumori ripugnanti
Lunghe e scure erano le gallerie del mio mal di testa

D’improvviso un giovane passero
Posato nel mezzo della strada
I bordi del becco ancora gialli
come vernice fresca
Si girava, beccava polvere, saltellava
Forse per la prima volta
Il becco e le gambe, come fiammiferi, messi alla prova
Com’era fiero della sua prima autonomia
Le sue ali fremevano
Come una giovane pianta nel sole freddo dell’inverno
Inebriato dalla sua prima esperienza
Trilla come una campana

Un’auto marrone scuro si avvicinava
Confuso le volò basso davanti
Fu lanciato in aria
Tre metri più in alto dell’automobile
Cadde come senza ali
Come un batuffolo di cotone piccolo e senza bocca

Nel mio palmo, sta rigido
Il suo corpo ancora caldo
Soffici le sue piume
Gli occhi aperti sono come due semi di sesamo.
Non trovo nessun sudario adatto ad avvolgerlo
Nessuna tomba per seppellirlo

Dentro una busta nuova, l’ho sigillato
Colla punta della lingua, senza indirizzo
L’ho posato solenne e silente sull’erba

Stavo soltanto cercando casa
La zona era tediosa, con rumori ripugnanti
Lunghe e scure erano le gallerie del mio mal di testa

***

DI RITORNO DALLA GUERRA

Fuori dalla caserma
Dei tipi stanno in attesa apprensivi
Come nell’ora del corno da caccia.

La guerra è finita,
I sopravvissuti ritornano
In lontananza, i camion militari si iniziano a vedere,
I fucili vengono alzati orizzontali
Sopra le teste dei soldati
Come se stessero galleggiando fino al collo
Questo ciò che resta di quelli sani come pesci.
Le giacche sono senza spalline,
Le uniformi senza bottoni
Con le braccia come remi in un fiume in secca
Armeggiando tra un’onda arida e l’altra
Urlando Noè, Noè, Noè
Ciò che resta di quelli sani come pesci

In una simile adunata
Non si piangono arti perduti,
Basta qualsiasi brandello di persona
Essere ancora vivi è la cosa importante
Gli arti perduti non sono una preoccupazione.

Ogni soldato nei camion che si avvicinano
Viene contato come vivo e morto – allo stesso tempo.
Vivo e morto allo stesso tempo
Incertezza e certezza
Vita e morte
Sono ora intrecciate

Fra un attimo la verità verrà rivelata
I morti saranno morti per sempre,
E i vivi saranno in parte viventi

I momenti critici, senza dubbio, sono devastanti
Possono salvare, oppure uccidere, in un secondo
Come un lampo ti coglie, senza che te ne accorga
Come un’inondazione non ti dà tempo
Di raccogliere le tue cose
Metterti addosso i vestiti per coprirti

In queste adunate
Gioia e dolore saranno presto due cose separate
E l’egoismo si manifesterà
come il più potente elemento della natura umana.

Allora guarda
È come una barca colpita
Una donna che cerca suo figlio
È come una barca colpita
Poco più in là un abbraccio
Tanto forte
Che nessuno li potrà mai separare

Festa e funerale
Sono due alberi accostati
I loro rami si intrecciano
Ma come sono diversi.

(Traduzione di Silvia Pio)

***

LA TORRE DI DIZA

(La Torre di Diza è il nome di un villaggio popolato da secoli dai Curdi. Questo villaggio fu colpito dal regime di Saddam Hussein con armi chimiche nel marzo del 1989. Il poeta Salah Niazi, residente a Londra, saputa tale notizia scrisse questa poesia).

Tutto normale prima che leggessi il giornale della mattina
Le strade sembrano passaggi congelati in una cartina.
Anche il miracolo ora è in ritardo,
È in ritardo da molti anni. Nessuno si cura più di esso.
Stanotte mi sono chiuso dentro,
Mi son chiesto quale importanza ha un miracolo adesso,
E mi sono addormentato come caduto in un abisso scuro
Tutto normale prima che mi sedessi al caffè
e leggessi il giornale
Al tè mancava il gusto dei parenti lontani
E al pane mancavano la morbidezza del campo o
il calore delle mani che amano
Perché anche gli alberi sembravano stanchi di essere in piedi…
I volti dei bambini contratti
Come se stessero ricordando una lezione sfuggita alla memoria
I dialoghi dei passanti brevi come una condoglianza.

Le dicerie hanno perso il loro ardore e non c’è più quell’originalità pungente:
Erano l’unica nostra grazia
Un bell’annunzio per un certo verso.
Ma ora le dicerie si somigliano
I nostri giorni si somigliano
Nella società servile
tutte le cose finiscono per somigliarsi.

La cosa che più uccide è la somiglianza
Fa del movimento un’inerzia
Come onde di un’acqua stagnante.
Stanotte mi sono chiuso dentro,
Mi son chiesto quale importanza ha il miracolo adesso,
Anche le dicerie hanno perso il loro ardore
l’originalità pungente.
Capezzolo impietrito. Era l’unica nostra grazia
Ha smesso di muoversi e di offrire latte.

Elettrodomestici. Annuncio della scopa “Hoover”
Agenzia di assicurazione con neon rosso
Debiti facili da pagare
Un caffè italiano pieno di vapore e di canzoni
Una strada vuota da ogni eccezione
Cose del tutto normali
Non so se disconosco oppure rassicuro i miei pensieri bollenti.

Fossero le cose semplici.
Fossero rimaste tali. Da dentro come dal di fuori
Un mero vivere sul margine.
Stanotte mi sono chiuso dentro
Cosa cambierebbe un miracolo, mi son chiesto.

Metà del tuo bambino è nelle tue mani
L’altra metà è tra le mascelle di un mostro
Cosa fare? Il miracolo è in ritardo adesso.

La luce del mattino ha spruzzato la mia porta
Come la pioggia con le piante secche
Tutto normale prima che sedessi al caffè.

No so dove si trovi il villaggio di Diza
Non ho mai visto nemmeno una persona che viene di là
Neppure in fotografia.
Perché è stata chiamato Torre?
La sua storia doveva essere costellata da guerre e assedi
Il giornale dice cento mila
centotrenta mila esseri umani
Tirati per i capelli fuori dalle case
Colpiti sui denti con i calci dei fucili.
Un amico appena fuggito mi ha detto
Ero come un cieco minacciato di essere ucciso
Correva in ogni direzione
le sue orecchie in un vortice.

Come consolare un cieco minacciato di essere ucciso?

I soldati hanno preso posto per colpire con munizioni vere
Un occhio chiuso ed un occhio imbottito di bersagli
Hanno chiuso le strade con filo spinato
Centotrenta mila, in pigiama
Nei camion color cachi
Centotrentamila urla tappate
Divieto di mangiare, di bere e di andare in bagno
Quanti bambini adesso se la sono fatta addosso per la paura?
Quante vecchie col collo piegato per sempre?

Le sirene e le radio senza fili si sono messe in funzione
I camion tuonano e vibrano come se fossero acque vulcaniche
I caschi d’acciaio sono stretti sulle mascelle
Un occhio chiuso ed un occhio imbottito di bersagli
Poi, nemmeno una lavagna, una bambola viene salvata nel villaggio di Diza.

Cosa dissero le case alla dinamite?
Cosa dissero le scuole all’artiglieria pesante?
Cosa disse il minareto al missile terra- terra?
Cosa disse l’altalena al comandante delle operazioni militari?
Perché le montagne non lanciano le loro rocce e combattono?
Bloccano infine le strade
Cosa aspetta il Giorno del Giudizio?

Le motociclette precedono le lunghe file di camion
Aprono il corteo funebre della Torre di Diza
Senza che se ne veda la fine.

(Traduzione di Mousa Al Khamissi e Mahmoud Hafiane)

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Salah Niazi è uno dei pionieri della poesia araba irachena. La sua opera, pur rimanendo nella tradizione araba, riflette anche l’influenza della poesia moderna europea. I temi trattati sono tratti da fonti sia irachene che inglesi e spaziano dalla guerra e l’esilio alla passione e la vecchiaia e dimostrano una spiccata capacità di sostenere poemi anche molto lunghi.

È nato a Nasiriyeh, nel sud dell’Iraq, nel1935. Ha ottenuto la laurea in Lettere e Letteratura araba all’università di Baghdad. Nel 1954 ha iniziato a lavorare come annunciatore alla radio e televisione di stato e, contemporaneamente a insegnare lingua e letteratura araba nelle scuole secondarie.

Esiliato nel 1964, ha lavorato come annunciatore e Capo dell’unità di cultura araba del servizio BBC in arabo per quasi vent’anni. In quel periodo ha completato il dottorato all’Università di Londra. Ha tenuto conferenze su “L’arte della traduzione” sia al Politecnico di Central London che all’Università di Edimburgo ed è stato a capo dell’Associazione degli accademici arabi nel Regno Unito.

Una volta in pensione dalla BBC, nel 1984 è diventato direttore di Alightirab Al Adabi, una rivista quatrimestrale di scrittori arabi in esilio, fino al 2003. Vive in Gran Bretagna dal 1963.

Salah Niazi ha pubblicato molte opere di letteratura, comprese nove raccolte di poesia e cinque libri di critica. Tra questi, citiamo I meriti poetici dell’Epica di Gilgamesh e Dai soliloqui di Shakespeare. Ha inoltre pubblicato le traduzioni in arabo di Macbeth, Amleto and Re Lear, The Old Capital di Yasunari Kawabata, Il cadetto Winslow di Terence Rattigan e le prime dodici sezioni dell’Ulisse di James Joyce.

Le sue poesie sono state tradotte in molte lingue ed sono presenti, in originale, in tutte le principali antologie di poesia moderna araba (Poesia moderna del mondo arabo di Abdullah al-Udhari, Poesia irachena oggi di Saadi al- Samawi, Poesia araba moderna di A. K. Al-Janabi e Moderne Arabischfe Dichtung di Stefan Weidner.

Due suoi libri di poesia sono usciti in spagnolo: El Viento e La Luna de Bagdad; la poetessa spagnola Ana Julia Conzalez Aswad, ha pubblicato un libretto di poesie dal titolo Salah Niazi y las conciones para pueblos sin palomas.

È uscita di recente una raccolta di traduzioni in francese intitolata Choix de poèmes (link) curata da Jalel El Gharbi. La sua autobiografia è stata pubblicata col titolo A grafted twig in a foreign tree (Un ramo innestato su un albero straniero).

Le poesie qui tradotte appartengono alla raccolta Dizza Castle, un’indimenticabile studio su come la violenza politica può intromettersi nella vita di ogni giorno. È la sua prima raccolta in inglese ed è curata da David Andrew, poeta e amico dell’autore.

«La poesia araba riesce ad evocare e sostenere una atmosfera particolare o… semplicemente descrivere uno stato mentale o una condizione, come i poemi di Salah Niazi [riferito a The Thinker e A Nightmare in the Midday Sun]» – Jareer Abu Haidar, scrittore e critico libanese.

«Salah Niazi è una di quelle voci uniche e indipendenti nell’ambito della poesia araba contemporanea appartenente ad un umanista radicale con una vocazione universale; che riesce a mantenere un senso critico apparentemente calmo nei confronti della storia» – José Miguel Puerta Vilchez, critico e traduttore spagnolo.

Breve intervista a Salah Niazi

Ci parli delle sue ultime attività poetiche
Sono stato ospite d’onore all’Università Al Mannouba di Tunisi e là ho tenuto due declamazioni di poesie. Ho pubblicato una poesia in Long Poem Magazine, e in seguito la redazione mi ha chiesto di leggerla al Barbican a Londra. Il 15 aprile 2015 ho ricevuto un riconoscimento dal Humanitarian Dialogue Establishment di Londra. Farò due reading di poesia a Madrid in seguito ad un riconoscimento ricevuto dal Ministero della Cultura spagnolo.

Che cos’è per lei la poesia?
Per me la poesia è semplicemente come l’acqua per una giovane pianta assetata.