Il Reno, da barriera a cerniera

Il Reno a Colonia

Il Reno a Colonia

GABRIELLA MONGARDI

Un viaggio lungo il Reno, tra Francia e Germania, è l’occasione per toccare con mano la fondamentale importanza del trattato di Schengen e l’assurdità di riproporre confini interni oggi in Europa.
Aveva visto giusto Victor Hugo quando nel 1849, al Congresso della Pace di Parigi, aveva proclamato: «Verrà un giorno in cui anche a voi cadranno le armi di mano! Verrà un giorno in cui la guerra vi parrà altrettanto assurda e impossibile tra Parigi e Londra, tra Pietroburgo e Berlino, tra Vienna e Torino quanto sarebbe impossibile e vi sembrerebbe assurda oggi tra Rouen e Amiens, tra Boston e Filadelfia. Verrà un giorno in cui voi Francia, voi Russia, voi Italia, voi Inghilterra, voi Germania, voi tutte, nazioni del continente, senza perdere le vostre qualità distinte e la vostra gloriosa individualità, vi fonderete strettamente in un’unità superiore e costituirete la fraternità europea, esattamente come la Normandia, la Bretagna, la Borgogna, la Lorena, l’Alsazia, tutte le nostre province si sono fuse nella Francia. Verrà un giorno in cui non vi saranno altri campi di battaglia all’infuori dei mercati aperti al commercio e degli spiriti aperti alle idee. Verrà un giorno in cui le palle di cannone e le bombe saranno sostituite dai voti, dal suffragio universale dei popoli, dal reale arbitraggio di un grande senato sovrano che sarà per l’Europa ciò che il parlamento è per l’Inghilterra, ciò che la dieta è per la Germania, ciò che l’assemblea legislativa è per la Francia. Verrà un giorno in cui si vedranno questi due immensi gruppi, gli Stati Uniti d’America, gli Stati Uniti d’Europa posti in faccia l’uno dell’altro, tendersi la mano al di sopra dei mari, scambiarsi i loro prodotti, il loro commercio, la loro industria, le loro arti, i loro talenti, dissodare il globo, colonizzare i deserti, migliorare la creazione sotto lo sguardo del Creatore».

Questo testo si può leggere a Strasburgo, al Musée historique de la ville de Strasbourg, che offre un panorama completo della città nel corso di otto secoli, dalla metà del XIII sec. alla metà del XX, da quando era città libera all’interno del Sacro Romano Impero Germanico a quando si è consegnata al Re di Francia Luigi XIV, dall’annessione al Reich tedesco nel 1870 alla tragedia delle due guerre mondiali con i loro pesanti segni sui destini individuali: da ultimo, l’imposizione del francese come lingua ufficiale dopo che, nel 1947, il Reno è di nuovo diventato frontiera nazionale. Ma è tutta l’Alsazia, con la sua toponomastica tedesca pronunciata alla francese (Haguenau, Lutterbach, Ostheim, Sessenheim ecc.), a denunciare l’arbitrarietà di tale frontiera, oggi finalmente svanita grazie all’Unione Europea. Oggi nel Duomo di Strasburgo, capolavoro del gotico francese, si può assistere alla celebrazione di una messa in cui per la Liturgia della Parola si usano entrambe le lingue moderne e il Credo è cantato in latino; oggi a Strasburgo si riunisce in seduta plenaria il Parlamento Europeo, e vi hanno sede la Corte europea dei Diritti dell’Uomo e il Consiglio dell’Europa; oggi, tra Francia e Germania, in 170 km. ci sono sette ponti sul Reno, su cui si passa liberamente, senza nessun controllo doganale.

All’incirca all’altezza di Karlsruhe, il Reno diventa tutto tedesco: i Land Rheinland-Pfalz, Saarland e Nord-Rhein-Westfalen si estendono alla sua sinistra, lasciando sulla destra Baden-Wüttenberg e Hessen. Nella prospettiva di Hugo, la cosa non dovrebbe fare molta differenza rispetto a prima: si tratta semplicemente di regioni europee in cui a volte si parlano lingue diverse, a volte no… e il Reno è sempre più “cerniera”.
Scriveva sempre Victor Hugo, dopo i suoi viaggi sul Reno nel 1839 e 1840: «Il Reno è un fiume aristocratico, repubblicano, imperiale, degno di appartenere sia alla Francia che alla Germania. L’intera storia europea, considerata nei suoi due grandi aspetti, si legge in questo fiume di guerrieri e pensatori, in questa fantastica onda che spinge la Francia all’azione, in questo mormorio profondo, che induce la Germania a sognare». E un secolo dopo il pittore Max Ernst aggiunge: «Qui si incrociano le più significative correnti culturali europee: primi influssi mediterranei, regionalismi occidentali, inclinazione orientale all’occulto, mitologia nordica, imperativi categorici prussiani».

Furono i Romani, nel primo secolo a. C., a portarvi i “primi influssi mediterranei”: nel 58 a.C. Cesare sconfisse nei pressi dell’attuale Ottmarsheim in Alsazia gli Svevi capeggiati da Ariovisto, facendo del Reno la frontiera fra la “civiltà” e i “barbari”, e i Romani rimasero circa 500 anni lungo il fiume, combatterono e commerciarono, fondarono città come Colonia, Bonn, Coblenza, Magonza, vi portarono il diritto, la cultura, l’arte, gli anfiteatri, le terme, le fogne, gli acquedotti e… il vino. La coltivazione della vite sulle colline che si specchiano nel Reno tra Koblenz e Bingen/Rüdesheim (oggi sito Unesco “Oberes Mittelrheintal”) fu introdotta dai Romani…

Come si legge nel libro Alles fließt. Der Rhein. Eine Reise, Bilder, Geshichten, di Elke Heidenreich con fotografie di Tom Krausz, il leggendario “oro del Reno”, il tesoro dei Nibelunghi appartenuto a Sigfrido e a cui Wagner ha dedicato la sua grandiosa tetralogia “L’anello dei Nibelunghi”, ha un duplice significato. Sul piano materiale, è costituito dai tesori archeologici di epoca romana che in parte ancora  giacciono sul fondo del Reno: monete, oggetti metallici, calici, gioielli e altri reperti di valore che riempiono i musei e raccontano di tutto ciò che è stato trasportato sul Reno; su un piano immateriale, è la funzione di via di comunicazione e perciò di collegamento fra i popoli che il Reno ha sempre esercitato. In età romantica, il poeta Heirich Dippel dà un’interpretazione tutta particolare dell’oro del Reno nella poesia Das Herz am Rhein (1858): per lui, è il cuore d’oro di una ragazza, che abita in una casa sul Reno. Oggi, potrebbe anche essere il fatto che la media valle del Reno Superiore è stata inserita tra i siti tutelati dall’Unesco come “patrimonio dell’umanità”.

A Worms la saga medievale dei Nibelunghi è ampiamente ricordata, e dal 2001 c’è addirittura un museo dedicato a essa, ma già dal 1932 in riva al Reno c’è un monumento a Hagen, l’eroe “cattivo” della storia. A ben guardare, tante città lungo il Reno sono un monumento al “lato cattivo della Storia”: qui più che altrove, nei centri storici si notano ancora – e si noteranno sempre – i “peccati della ricostruzione” dopo i bombardamenti subiti nell’ultima guerra, e ci si domanda quale assurda follia collettiva, quale pulsione di morte abbia scatenato quella fratricida guerra europea – e il Reno diventa quasi la cicatrice di una ferita che solo l’Unione Europea è riuscita a rimarginare.

Come ovunque in Europa, ma più che altrove per merito della potente simbologia dei grandi fiumi, un viaggio lungo il Reno non è solo un viaggio nello spazio, ma anche nel tempo: è un viaggio in un paesaggio profondamente modellato dall’uomo e dalla sua storia, ma non interamente antropico, artificiale, proprio grazie alla presenza del fiume, che con la sua voce continua a ricordarci la Natura, la Wilderness irriducibilmente “altra” da noi.
È questo il significato sotterraneo della leggenda di Loreley, come la canta il poeta
Heinrich Heine facendola sua:
«Non so perché son così triste, / non so perché una favola / di ere remote non vuole / uscirmi di  mente. / L’aria è fresca all’imbrunire, /il Reno scorre tranquillo, / la cima del monte scintilla / nella luce del tramonto. // Lassù siede la bellissima ragazza, / una meraviglia lassù: / scintillano i suoi gioielli d’oro, / lei pettina i suoi capelli d’oro, / li pettina con un pettine d’oro / e intanto canta; / e il suo canto ha una struggente, / intensa melodia. // Il marinaio nella piccola barca / è afferrato da selvaggio dolore, / non guarda le rocce e gli scogli, / guarda solo in alto lassù. / Io credo che alla fine le onde / sommergano barca e marinaio / e questo ha col suo canto / causato la Loreley».
Lo splendore della Natura ci affascina, ci fa dimenticare il suo volto di Gorgone – ma dallo schianto contro le rocce, dal naufragio finale nulla ci può scampare.

Oggi in alto, sulla rupe della Loreley, nel punto in cui la valle si stringe nel territorio di Sankt Goarshausen, c’è un attrezzatissimo centro visitatori, e una statua della ninfa adorna la terrazza panoramica del Biergarten “Loreley” – sicuramente un punto d’incontro, una cerniera, non una barriera…

Il Reno visto dalla rupe della Loreley

Il Reno visto dalla rupe della Loreley