Colpo di grazia

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GABRIELLA VERGARI
Non c’era stato bisogno di aggiungere altro.
Alfredo si era rivestito in silenzio, riprendendo uno alla volta i pantaloni, la cintura, la camicia, la giacca, dalla poltrona dove li aveva appena un’ora prima poggiati.
Poi si era seduto sulla sponda del letto, ancora sfatto e caldo dei loro umori, per allacciarsi le scarpe.
Teneva la testa ben china, quasi a nascondergliela allo sguardo con la scusa delle stringhe, ma anche così (o proprio così), Adele poteva scorgere quanto a fondo lo avesse ferito.
Con estenuante lentezza si avviò quindi alla porta, guardandosi attorno come a voler imprimere nella memoria ogni più piccolo dettaglio del loft che per circa un anno aveva ospitato i loro incontri settimanali.
Un luogo a metà tra l’oasi e il cerchio magico.
Di cui però adesso lei, Adele, non sentiva quasi nostalgia.
Le dispiaceva forse un po’. Anzi, le dispiaceva di sicuro, e ci aveva provato, altro che.
Ma i suoi problemi di famiglia la stavano ormai soverchiando e lei sapeva di non avere più spazio per altro. Si sentiva davvero prosciugata di ogni residuo brandello d’energia.
Perciò, Alfredo poteva trovarsi ancora lì, davanti a lei, ma già lo avvertiva come un frammento, per quanto piacevole e caro, del passato.
Una sorsata frizzante come il vinello ghiacciato che aveva spesso accompagnato i loro pasti clandestini, in quella trattoria fuori mano, bazzicata per lo più da camionisti.
Il cestino di pane fragrante, già pronto al loro ingresso, sulla tovaglia a quadrettoni larghi e lo sguardo compiacente del cameriere che aveva presto imparato i loro gusti, prima di dileguarsi discreto, subito dopo le ordinazioni.
Sarebbe stato bello, pensò per un attimo, se fosse potuto durare, con la stessa leggerezza con cui avevano cominciato.
Se fossero riusciti ad intendersi con la medesima primordiale sintonia dei loro corpi congiunti, senza dover tener conto di nient’altro.
Se si fossero trovati all’inizio, e non a metà di un percorso che, quanto meno per lei, aveva invece alle spalle mille svolte tortuose e così tanti incroci che le era perfino passata la voglia di contarli.
Ma non sempre la vita va come vorremmo e non sarebbe stato sensato chiamare indietro quell’uomo, ormai prossimo alla porta, perché la portasse in salvo dai draghi fiammeggianti che la stavano assediando da ogni parte.
Lei non era una principessa da fiaba e lui non era soprattutto un eroe senza macchia e senza paura.
Un ruolo inadatto a chiunque non si fosse votato ad un ordine cavalleresco medievale e in ogni caso pesantissimo, che avrebbe presto finito per schiacciarli entrambi, e senza grandi esiti per giunta.
Con la stessa lentezza Alfredo girò la maniglia.
Tra un attimo sarebbe stato fuori.
Dal loft, come dalla sua vita.
Si chiese se non fosse il caso di abbracciarlo, per un’ultima volta, di dirgli qualcosa per lenire la pena, di sfiorarlo con una carezza per non lasciare sedimentare tra loro quell’orribile e orrido vuoto, ma temette di far peggio.
Ferito come si mostrava, l’avrebbe inteso, Alfredo, per un autentico gesto di affetto, o solo per un colpo di grazia?
Pur senza battere, la porta si richiuse con un rumore secco, che la fece suo malgrado sussultare in un tremito improvviso, quasi avesse incrociato delle correnti fredde.
Rimase un attimo così, sospesa.
Poi si rannicchiò sotto il piumone, tirandoselo ben bene fin sopra la testa, e si girò di fianco, come faceva quando voleva prender sonno.
Di lì ad un’ora sarebbe tornata in campo, ma adesso aveva bisogno di riposo.
Un grande, estremo, assoluto bisogno di riposo.

(illustrazione di Franco Blandino)