„Lübeck, fremde Heimat“: Thomas Mann e Lubecca

Mann a Lubecca nel 1953

GABRIELLA MONGARDI.

“Lubecca, patria straniera”: la scritta campeggia al di sopra della foto che ritrae lo scrittore lubecchese Thomas Mann con la moglie, nel 1953, davanti alle rovine della casa in cui ha ambientato molte pagine del suo primo, celeberrimo romanzo I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia.

Siamo a Lubecca, nel museo Buddenbrookhaus, aperto agli inizi degli anni ’90 per ricordare la famiglia Mann, una straordinaria famiglia di scrittori, e in particolare il premio Nobel per la letteratura Thomas. Il pannello, l’ultimo della sezione “Congedi” della mostra permanente dedicata alle vicende biografiche di Thomas Mann e dei suoi, spiega il dolore, il disorientamento, lo straniamento provato dai Mann quando, dopo la guerra  e l’esilio negli Stati Uniti, tornarono in una Germania distrutta, che non era più la loro patria: il figlio Klaus confessa di aver trovato una realtà peggiore delle sue peggiori aspettative, e il padre afferma che la cosa più spaventosa di quella Germania non sono le macerie materiali, ma quelle morali…

In realtà, quella scritta si carica di un significato ancor più profondo se la si riferisce al rapporto dello scrittore con la sua città natale, Lubecca, e più in generale al rapporto tra letteratura e realtà.

Thomas Mann era infatti nato a Lubecca, la città anseatica di antiche tradizioni commerciali sul mar Baltico, nel 1875, in una ricca famiglia di commercianti in granaglie. Dopo la morte del padre la società commerciale fu liquidata e la famiglia nel 1893 si trasferì a Monaco. Tre anni dopo Thomas Mann partì per l’Italia con il fratello Heinrich, soggiornandovi un anno e mezzo, soprattutto a Roma e a Palestrina, e proprio in Italia, sollecitato dall’editore Fischer che stava per pubblicare il suo primo volume di racconti, iniziò la stesura de I Buddenbrook, il romanzo di Lubecca, in cui Mann tratteggia la parabola discendente di una famiglia di commercianti che nell’arco di quattro generazioni passa dal lusso alla decadenza, costruendo una struttura sostanzialmente a piramide, con una base gremita di personaggi che via via scompaiono, fino a quando anche l’ultimo erede, il piccolo Hanno, riposerà «là, ai margini del boschetto, sotto la croce di marmo e lo stemma di famiglia»[1].

Anche se il nome della città «dai frontoni a cuspide»[2] non compare mai nel testo, non c’è una strada, una piazza, una località della città-del-romanzo che non si possa localizzare a Lubecca, e proprio al centro del romanzo sta la casa al numero 4 della Mengstrasse, dove la famiglia dei nonni paterni di Mann abitava alla metà del XIX secolo.

Il museo Buddenbrookhaus a Lubecca

Il museo Buddenbrookhaus a Lubecca

Così la ricorda il premio Nobel: «La mia infanzia è stata coccolata e felice. Con quattro fratelli sono cresciuto in un palazzo elegante, che mio padre aveva costruito per sé e per i suoi, e ho goduto di una seconda casa, nella vecchia casa di famiglia del Settecento, quella con il motto Dominus providebit sul frontone rococò, dove la mia nonna paterna abitava sola e che oggi, come ‘Casa Buddenbrook’, è oggetto della curiosità degli stranieri».

Mann, che nel 1926 definirà Lubecca una “forma di vita spirituale”[3], riferendosi ad una scrittrice lubecchese, Ida Boy-Ed, con cui era in stretti rapporti epistolari, ne parla invece con una certa ostilità: «Io ero interiormente al suo fianco – contro Lubecca, la Lubecca piccolo-borghese di un tempo nella quale, eccetto due o tre persone che sapevano che cos’è la letteratura, si considerava lo “scrivere” qualcosa di altamente stupefacente e sospetto, se non esplicitamente ‘spassoso’». La contraddizione è  l’inevitabile suggello di un rapporto sostanzialmente conflittuale e ossimorico, in cui il risentimento era reciproco: se l’autore non perdona l’ “incompetenza letteraria” dei suoi concittadini, questi a loro volta non gradirono affatto il modo ironico e distaccato con cui si videro rappresentati nel romanzo (i librai, sottobanco, offrivano un elenco dei modelli reali dei personaggi).

Così, quando nel 1901, dopo cinque anni di lavoro, l’opera venne pubblicata in un’edizione in due tomi, venne subito accolta molto favorevolmente dalla critica, mentre solo lentamente conquistò l’apprezzamento del pubblico. Infatti solo con l’edizione economica del 1903 in volume unico il romanzo cominciò a vendere: 35.000 copie nel 1905, oltre 100.000 nel 1920, per raggiungere il milione di copie quando nel 1929 Thomas Mann ricevette il premio Nobel. Nel 1932 lo scrittore poteva affermare: «Il mio libro più popolare in Germania sono senza dubbio I Buddebrook, e può darsi che, nella mia terra, il mio nome rimarrà sempre preferibilmente associato a quest’opera».

Si noti: il ‘romanzo di Lubecca’ è stato scritto dopo che Mann ventunenne aveva lasciato per sempre la sua città, è stato addirittura iniziato lontano dalla Germania, in Italia, come se solo nella lontananza, nella distanza anche linguistica, potessero darsi le condizioni che rendono possibile la creazione di un’opera letteraria superiore: nostalgia e distacco, passione e. prospettiva critica. Perché, anche se nel romanzo confluirono non pochi elementi autobiografici e lo stesso Thomas Mann confessò in seguito che non avrebbe potuto scriverlo se il padre fosse stato ancora in vita, I Buddenbrook non sono una cronaca storico-culturale, ma un gioco letterario altamente artificiale del giovane autore con il modo di scrivere del Naturalismo e del Realismo, ancora popolare ma già contestato negli anni intorno al 1900. L’interesse del giovane scrittore va alla rappresentazione veritiera degli stati d’animo e dell’evoluzione psicologica dei suoi personaggi. Egli delinea paesaggi dell’anima anche là, dove in superficie descrive interni di abitazione, e a volte crea atmosfere a costo di non soddisfare né la verità storica né quella dei fatti, livellando il contrasto tra naturalismo e simbolismo[4] fino ad arrivare alla loro identificazione, nello sforzo di andare oltre la realtà apparente delle cose per attingere con la parola  la loro vera essenza.

E se I Buddenbrook possono anche essere letti come una serie di toccanti, coinvolgenti cronache ‘giornalistiche’ degli eventi, «nascite, battesimi, nozze e amari decessi»[5], che punteggiano la vita di una famiglia, è perché Mann si muove nella “doppia ottica” di cui parla Nietzsche a proposito di Wagner, la cui arte musicale si rivolge nello stesso tempo agli ascoltatori più ingenui e ai più esigenti. Da Wagner Mann deriva direttamente la tecnica modernissima dei Leitmotiv, la ripetizione di parole-chiave o epiteti che diventano un fondamentale elemento di coesione dell’opera, ma in senso più musicale che logico. Della natura ‘musicale’ e simbolica della sua opera l’autore è pienamente consapevole, tanto che nel 1906 afferma: «Se di un evento ho fatto una frase, che cosa ha ancora a che fare con la frase quell’evento?», ribadendo la totale libertà e indipendenza della creazione artistica da vincoli esterni di qualsiasi natura, il suo abitare una sfera di assoluta auto-nomia.

L’idea corrente, che un autore scriva per far giungere al lettore un messaggio, è sbagliata: l’intenzione dell’artista è centripeta, non centrifuga; è diretta a mettere insieme delle parole, non a subordinare le parole al messaggio. Scrive il teorico della letteratura Northrop Frye[6]: « Nella letteratura la direzione finale del significato è interna, perché i testi letterari non pretendono né di descrivere né di asserire; il loro significato si può definire “ipotetico”. In letteratura i problemi di verità o realtà sono subordinati allo scopo primario di creare una struttura di parole fine a se stessa, e il valore segnico dei simboli è subordinato alla loro importanza come struttura di motivi (in senso musicale) connessi tra loro. L’intenzione dell’artista è centripeta, non centrifuga; è diretta a mettere insieme delle parole. […] Il significato interno del modulo verbale concluso in sé è il campo delle reazioni connesse con il piacere, la bellezza e l’interesse». Eppure, proprio perché è sovranamente indipendente dal mondo e dalla vita, la letteratura ce ne offre una conoscenza impareggiabile, ci permette una comprensione, o perlomeno un’intuizione, incomparabilmente profonda perché davvero “vissuta”, vissuta nella dimensione “altra”, ma non per questo meno “vera” e vitale, dell’immaginazione…

Così possiamo ritornare al rapporto tra il romanzo e la città che l’ha ispirato, lasciando all’autore l’ultima parola al riguardo: «Esso (il romanzo) mescolava una metafisica pessimistica a una caratterizzazione satirica (della città) che al primo momento, e non solo al primo, doveva sembrare il contrario dell’amore, della simpatia, della devozione, talmente il contrario che a Lubecca ben pochi osarono contraddire la ripetutissima frase circa l’uccello che imbratta il proprio nido. Forse non osava contraddirla nemmeno lo stesso giovane autore. Per essere sinceri, ciò che gli premeva non era una glorificazione di Lubecca, ma il tentativo di un epos in prosa […]»[7].

Eppure, al lettore d’oggi proprio la città risulta protagonista del romanzo, tanto sono suggestive le atmosfere palpitanti nelle sue pagine, ed è disposto a intraprendere un lungo viaggio per conoscere la città reale, ma è un errore, Lubecca come forma di vita spirituale non esiste più: non cercate nella Lubecca di oggi quella del romanzo, misurereste soltanto l’insania della guerra che ha distrutto la città del passato e – caso direi unico in Germania – la freddezza della ricostruzione, che non ha ricreato nemmeno un lontano, vago simulacro dello spirito della città dei Buddenbrook.


[1] THOMAS MANN, I Buddenbrook, Garzanti, Milano 19894, p. 680

[2] ibid., p.9

[3] cfr. THOMAS MANN, Nobiltà dello spirito e altri saggi, Mondadori, Milano 1997, pp.1423 ss.

[4] cfr. L. MITTNER, Storia della letteratura tedesca III**, tomo primo, Einaudi Torino 1978, pp.1050 ss.

[5] THOMAS MANN, Nobiltà dello spirito e altri saggi, cit., p. 1425

[6] cfr. NORTHROP FRYE, Anatomia della critica, Einaudi, Torino 1969

[7] THOMAS MANN, Nobiltà dello spirito e altri saggi, ibid.