Le confessioni di Natale

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FRANCO RUSSO.

Sì, lo so, le confessioni sono di Pasqua ma temo di non farcela ad aspettare. Intanto confesso di essere un anziano signore di buona educazione, di buona famiglia, di buoni studi, di buona salute, di buoni sentimenti e di buona vita. Non sono gay, non sono donna, non sono povero, non sono vegano, sono solo un po’ più scuro e un po’ immigrato a causa di ascendenze calabresi, non sono cattolico, non sono ateo, non sono un rom: insomma, non sono un sacco di cose. E, quindi, per questo mio non essere questo o quello sono sempre degli altri, dei colpevoli, dei responsabili. Come ho già scritto sono di buoni sentimenti e, avendo frequentato il liceo classico, ho anche imparato a dubitare di verità preconfezionate, a rifuggire dagli schieramenti, a chiedermi come ripartire ragioni e torti, a non credere a quasi niente. Insomma sono un laico laico, laicissimo che gioca continuamente tra stoici, epicurei e scettici. Per di più sono di buoni sentimenti e tendo sempre a schierarmi con i più deboli: ho tenuto per Ettore ed i Troiani, per i Galli, per la Scozia, per i Maori, per i Pellerossa, per Sandokan. Per fortuna, tifando per la Juve, qualche volta ho anche vinto. Dicevo dei buoni sentimenti ed apro una parentesi approfittando di un cinquantenario appena festeggiato.

A novembre del 1967 frequentavo il terzo anno della facoltà di lettere, a Torino, Palazzo Campana. Facevo scuola a Sampeyre e un paio di pomeriggi alla settimana e tutto il mercoledì, giorno libero, mi trasferivo a Torino per frequentare. Ho, quindi, potuto vivere, direttamente – e innamorarmene un po’ – i primissimi tempi della contestazione alla facoltà di Lettere ma, più ancora, a Giurisprudenza. Il fiammifero che ha acceso prima Torino e poi il resto d’Italia ed anche d’Europa è stato sfregato lì. Prima che in altri posti. Allora l’università era davvero un postaccio ed i professori, peraltro, di solito, autorevoli figure di studiosi – penso a Getto, Lana, Pareyson, Allara e Grosso, ma anche ai più giovani Vattimo e Barberi Squarotti  – erano dei veri dittatori ed esercitavano il potere, alle lezioni ed agli esami, senza nessun pudore. Molti stampavano le loro dispense – alla libreria Giappichelli – e gli studenti erano, praticamente, costretti ad acquistarle per poter sostenere gli esami. Oggi sarebbe una grave scorrettezza e, forse, addirittura un reato. Questo e molto altro giustificò la rivolta. Ma un povero studentello provinciale come me ci mise una settimana a capire che le cosiddette assemblee erano pilotate da otto o dieci figli e figlie di papà che giocavano a fare la rivoluzione e arringavano i compagni dopo aver gettato, con disprezzo, la pelliccia e la borsa firmata (comprate con i soldi di papà) sul pavimento  e che dalle macerie dell’università sarebbero comunque usciti vincitori e con la poltrona assicurata – come è successo – in giornaloni, case editrici, cattedre universitarie. Mentre i fessacchiotti – come me – sarebbero usciti dall’università, ammesso di riuscire a laurearsi, un po’ più ignoranti e senza l’unica carta che un “povero” può giocarsi nel mondo dei “ricchi”: essere più bravo. Ed evito di sottolineare come da questo giochino rivoluzionario nacque il terrorismo che provocò tante vittime. Mi limito a dire che la crisi della scuola italiana, che gode di ottima salute, la crisi, non la scuola, nasce proprio di là, dal mitico ’68 o 67 a Torino. Spiace che un tapino come me ci abbia messo una settimana a capire tutto mentre autorevoli amici, dopo cinquant’anni, non hanno ancora capito.

Questa digressione per sottolineare che, già a vent’anni, se c’era una causa persa, mi attraeva. Ma veniamo al dannato oggi ed al perché continui a sentirmi sconfitto. Non sono razzista, né maschilista – qualche volta fingo per provocare – né sessista, né carnivoro, né violento, né intollerante. E tutte le volte che succede qualcosa provo a capire perché è successa, chi l’ha provocata e, di solito, sto anima e corpo con la vittima. Ma, in questi mesi o anni mi sta capitando una cosa che mi ha indotto a fermarmi ed a riflettere se, per caso, invecchiando io sia diventato un altro. Se la vittima è donna, o gay, o immigrato o vegano o rom io – che non sono niente di tutto questo – mi sento, solo per questo fatto, messo in stato di accusa e non parteggio subito per la vittima. Come prima facevo sempre. È come se la vittima avesse bisogno di nemici per accentuare, ancora di più, il torto subito. Una qualunque aggressione nei confronti di un soggetto appartenente ad una delle categorie sopraddette diventa, nel racconto dei protagonisti ma anche di molta stampa, i maschi brutti e cattivi contro una donna, i normosessuali (non so come dire per non fare alterare nessuno) contro il mondo omo o trans, i bianchi contro i colorati, voi contro i rom, le bistecche alla fiorentina contro i piselli. Detto che considero tutte le violenze, le prepotenze e le intolleranze insopportabili e degne di esecrazione e, se porta, delle pene più severe, sono fortemente a disagio a sentirmi sempre in stato di accusa perché sono degli altri, perché mi ritrovo sempre nel voi. E tutta la retorica delle anime belle che sollecitano a passare dall’io al noi, dall’avere all’essere produce come effetto perverso io ma anche noi contro voi.

E allora sogno – a Natale si può – che Gesù Bambino o Babbo Natale o Santa Klaus mi porti un mondo in cui di fronte ad ogni violenza o intolleranza subita da una persona – ma anche da un animale – si processi il colpevole e tutti, al di la del genere, del colore della pelle, della nazionalità e delle preferenze sessuali e gastronomiche possano solidarizzare con la vittima e condannare il colpevole. Senza trasformare ogni esecrabile episodio in una guerra mondiale.

Ma so che non succederà anche perché, come scriveva Calvino nel Visconte dimezzato, nulla piace agli uomini quanto avere dei nemici e poi vedere se sono proprio come ci si immagina. Buon Natale.

(foto di Bruna Bonino)