Ariosto, 500 anni dopo…

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LUDOVICO ARIOSTO.

1 Le donne antique hanno mirabil cose
fatto ne l’arme e ne le sacre muse;
e di lor opre belle e gloriose
Gran lume in tutto il mondo si diffuse.
Arpalice e Camilla son famose,
perché in battaglia erano esperte ed use;
Safo e Corinna, perché furon dotte,
splendono illustri, e mai non veggon notte.

2 Le donne son venute in eccellenza
Di ciascun’arte ove hanno posto cura;
e qualunque all’istorie abbia avvertenza,
ne sente ancor la fama non oscura.
Se ’l mondo n’è gran tempo stato senza,
non però sempre il mal influsso dura;
e forse ascosi han lor debiti onori
l’invidia o il non saper degli scrittori.

3 Ben mi par di veder ch’al secol nostro
tanta virtù fra belle donne emerga,
che può dare opra a carte ed ad inchiostro,
perché nei futuri anni si disperga,
e perché, odiose lingue, il mal dir vostro
con vostra eterna infamia si sommerga:
e le lor lode appariranno in guisa,
che di gran lunga avanzeran Marfisa.

[…]

10 Al tempo che tornar dopo anni venti
da Troia i Greci (che durò l’assedio
dieci, e dieci altri da contrari venti
furo agitati in mar con troppo tedio),
trovar che le lor donne agli tormenti
di tanta assenza avean preso rimedio:
tutte s’avean gioveni amanti eletti,
per non si raffreddar sole nei letti.

11 Le case lor trovaro i Greci piene
de l’altrui figli; e per parer commune
perdonano alle mogli, che san bene
che tanto non potean viver digiune:
ma ai figli degli adulteri conviene
altrove procacciarsi altre fortune;
che tolerar non vogliono i mariti
che più alle spese lor sieno notriti.

12 Sono altri esposti, altri tenuti occulti
da le lor madri e sostenuti in vita.
In vane squadre quei ch’erano adulti
feron, chi qua chi là, tutti partita.
Per altri l’arme son, per altri culti
gli studi e l’arti; altri la terra trita;
serve altri in corte; altri è guardian di gregge,
come piace a colei che qua giù regge.

13 Partì fra gli altri un giovinetto, figlio
di Clitemnestra, la crudel regina,
di diciotto anni, fresco come un giglio,
o rosa colta allor di su la spina.
Questi, armato un suo legno, a dar di piglio
si pose e a depredar per la marina
in compagnia di cento giovinetti
del tempo suo, per tutta Grecia eletti.

14 I Cretesi, in quel tempo che cacciato
il crudo Idomeneo del regno aveano,
e per assicurarsi il nuovo stato,
d’uomini e d’arme adunazion faceano;
fero con bon stipendio lor soldato
Falanto (così al giovine diceano),
e lui con tutti quei che seco avea,
poser per guardia alla città Dictea.

15 Fra cento alme città ch’erano in Creta,
Dictea più ricca e più piacevol era,
di belle donne ed amorose lieta,
lieta di giochi da matino a sera:
e com’era ogni tempo consueta
d’accarezzar la gente forestiera,
fe’ a costor sì, che molto non rimase
a fargli anco signor de le lor case.

16 Eran gioveni tutti e belli affatto
(che ’l fior di Grecia avea Falanto eletto):
sì ch’alle belle donne, al primo tratto
che v’apparir, trassero i cor del petto.
Poi che non men che belli, ancora in fatto
si dimostrar buoni e gagliardi al letto,
si fero ad esse in pochi dì sì grati,
che sopra ogn’altro ben n’erano amati.

17 Finita che d’accordo è poi la guerra
per cui stato Falanto era condutto,
e lo stipendio militar si serra,
sì che non v’hanno i gioveni più frutto,
e per questo lasciar voglion la terra;
fan le donne di Creta maggior lutto,
e per ciò versan più dirotti pianti,
che se i lor padri avesson morti avanti.

18 Da le lor donne i gioveni assai foro,
ciascun per sé, di rimaner pregati:
né volendo restare, esse con loro
n’andar, lasciando e padri e figli e frati,
di ricche gemme e di gran summa d’oro
avendo i lor dimestici spogliati;
che la pratica fu tanto secreta,
che non sentì la fuga uomo di Creta.

19 Sì fu propizio il vento, sì fu l’ora
commoda, che Falanto a fuggir colse,
che molte miglia erano usciti fuora,
quando del danno suo Creta si dolse.
Poi questa spiaggia, inabitata allora,
trascorsi per fortuna li raccolse.
Qui si posaro, e qui sicuri tutti
meglio del furto lor videro i frutti.

20 Questa lor fu per dieci giorni stanza
di piaceri amorosi tutta piena.
Ma come spesso avvien, che l’abondanza
seco in cor giovenil fastidio mena,
tutti d’accordo fur di restar sanza
femine, e liberarsi di tal pena;
che non è soma da portar sì grave,
come aver donna, quando a noia s’have.

21 Essi che di guadagno e di rapine
eran bramosi, e di dispendio parchi,
vider ch’a pascer tante concubine,
d’altro che d’aste avean bisogno e d’archi:
sì che sole lasciar qui le meschine,
e se n’andar di lor ricchezze carchi
là dove in Puglia in ripa al mar poi sento
ch’edificar la terra di Tarento.

22 Le donne, che si videro tradite
dai loro amanti in che più fede aveano,
restar per alcun dì sì sbigottite,
che statue immote in lito al mar pareano.
Visto poi che da gridi e da infinite
lacrime alcun profitto non traeano,
a pensar cominciaro e ad aver cura
come aiutarsi in tanta lor sciagura.

[…]

28 Come turbar l’aria sentiano, armate
le femine correan su la marina,
da l’implacabile Orontea guidate,
che diè lor legge e si fe’ lor regina:
e de le navi ai liti lor cacciate
faceano incendi orribili e rapina,
uom non lasciando vivo, che novella
dar ne potesse o in questa parte o in quella.

29 Così solinghe vissero qualch’anno
aspre nimiche del sesso virile:
ma conobbero poi, che ’l proprio danno
procaccierian, se non mutavan stile;
che se di lor propagine non fanno,
sarà lor legge in breve irrita e vile,
e mancherà con l’infecondo regno,
dove di farla eterna era il disegno.

30 Sì che, temprando il suo rigore un poco
scelsero, in spazio di quattro anni interi,
di quanti capitaro in questo loco
dieci belli e gagliardi cavallieri,
che per durar ne l’amoroso gioco
contr’esse cento fosser buon guerrieri.
Esse in tutto eran cento; e statuito
ad ogni lor decina fu un marito.

31 Prima ne fur decapitati molti
che riusciro al paragon mal forti.
Or questi dieci a buona pruova tolti,
del letto e del governo ebbon consorti;
facendo lor giurar che, se più colti
altri uomini verriano in questi porti,
essi sarian che, spenta ogni pietade,
li porriano ugualmente a fil di spade.
[…]

36 Dopo molt’anni alle ripe omicide
a dar venne di capo un giovinetto,
la cui stirpe scendea dal buono Alcide,
di gran valor ne l’arme, Elbanio detto.
Qui preso fu, ch’a pena se n’avide,
come quel che venìa senza sospetto;
e con gran guardia in stretta parte chiuso,
con gli altri era serbato al crudel uso.

37 Di viso era costui bello e giocondo,
e di maniere e di costumi ornato,
e di parlar sì dolce e sì facondo,
ch’un aspe volentier l’avria ascoltato:
sì che, come di cosa rara al mondo,
de l’esser suo fu tosto rapportato
ad Alessandra figlia d’Orontea,
che di molt’anni grave anco vivea.

[…]

55 L’aver Elbanio di bellezza il vanto
sopra ogni cavallier che fosse al mondo,
fu nei cor de le giovani di tanto,
ch’erano in quel consiglio, e di tal pondo,
che ’l parer de le vecchie andò da canto,
che con Artemia volean far secondo
l’ordine antiquo; né lontan fu molto
ad esser per favore Elbanio assolto.

56 Di perdonargli in somma fu concluso,
ma poi che la decina avesse spento,
e che ne l’altro assalto fosse ad uso
di diece donne buono, e non di cento.
Di carcer l’altro giorno fu dischiuso;
e avuto arme e cavallo a suo talento,
contra dieci guerrier, solo, si mise,
e l’uno appresso all’altro in piazza uccise.

57 Fu la notte seguente a prova messo
contra diece donzelle ignudo e solo,
dove ebbe all’ardir suo sì buon successo,
che fece il saggio di tutto lo stuolo.
E questo gli acquistò tal grazia appresso
ad Orontea, che l’ebbe per figliuolo;
e gli diede Alessandra e l’altre nove
con ch’avea fatto le notturne prove.

58 E lo lasciò con Alessandra bella,
che poi diè nome a questa terra, erede,
con patto, ch’a servare egli abbia quella
legge, ed ogn’altro che da lui succede:
che ciascun che già mai sua fiera stella
farà qui por lo sventurato piede,
elegger possa, o in sacrificio darsi,
o con dieci guerrier, solo, provarsi.

59 E se gli avvien che ’l dì gli uomini uccida,
la notte con le femine si provi;
e quando in questo ancor tanto gli arrida
la sorte sua, che vincitor si trovi,
sia del femineo stuol principe e guida,
e la decina a scelta sua rinovi,
con la qual regni, fin ch’un altro arrivi,
che sia più forte, e lui di vita privi.

Orlando Furioso, canto XX, passim

Margutte, per festeggiare il mezzo millennio di vita dell’Orlando Furioso, ne propone un canto poco noto, in quanto costituisce una digressione rispetto ai tre filoni principali della trama del poema: la guerra tra cristiani e saraceni, l’amore di Orlando per Angelica, l’amore tra Ruggiero e Bradamante e, per di più, una digressione su un tema sempre imbarazzante: le donne e il loro diritto all’autodeterminazione…

Nelle prime tre ottave, come sempre all’inizio dei canti, l’autore interviene in prima persona a commentare l’episodio (il cui racconto inizia già nel canto XIX) inserendo un suo elogio delle donne – forse per prendere le distanze dalla misoginia del cavaliere che racconta, in flash-back, la storia di questo strano regno, dove il potere è in mani femminili…