Quella voglia di vivere che non c’è più

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CLAUDIO SOTTOCORNOLA

“Quella voglia, la voglia di vivere/quella voglia che c’era allora/chissà dov’è?/chissà dov’è?” (V. Rossi-T. Ferro, 1989)

Per il celebre teologo protestante Rudolf Bultmann, che constata la difficoltà del mondo contemporaneo a credere nell’antropologia evangelica, attraversata da una concezione quasi animistica del rapporto fra natura e trascendenza, appare necessaria una scelta di demitizzazione che sfrondi i contenuti neotestamentari da ogni residuo mitologico, per salvare l’esperienza autentica della fede. Karl Jaspers, grande psichiatra e filosofo novecentesco, ritiene invece impossibile demitizzare senza distruggere, e pertanto legittima quale unica forma di demitizzazione il recupero del significato originario del mito, che il popolo avvicinerà nella forma letteralistica, lasciando a una élite di “illuminati” di decodificarlo come traccia o codice di accesso alla trascendenza pura. Quel che teologia e filosofia intravedono nella problematica relativa all’esegesi biblica però, come ambito di avvicinamento all’esperienza spirituale, può tranquillamente essere oggi esteso alla condizione globale dell’uomo contemporaneo nella sua dimensione esistenziale.

Una scienza che si è fatta sempre di più quantificazione e riproduzione di fenomeni, una tecnica che soddisfa i bisogni degli uomini e che ne suscita di sempre nuovi moltiplicandoli all’infinito, un consumismo frenetico che cerca libertà nell’appropriazione delle merci, un sistema economico che fa del mercato il vertice della vita associata, e un lavoro che alla produzione di valore economico appare totalmente subordinato, sono tutte condizioni che sembrano univocamente indicare quello che il sociologo e filosofo Max Weber definiva come il disincantamento o disincanto del mondo, a indicare il prevalere della razionalità scientifica su ogni altra spiegazione del mondo, in particolare di ordine spirituale. Tale approccio avrebbe infatti favorito un processo di algida razionalizzazione nell’interpretazione e organizzazione della vita stessa, dalla ricerca scientifica all’amministrazione dello stato, dall’economia all’organizzazione del lavoro. L’abbandono del riferimento a ogni trascendenza nella spiegazione del reale viene inoltre evidenziato dalla crescente scristianizzazione e secolarizzazione della nostra civiltà, che ha portato con sé una drammatica crisi di portata epocale circa valori condivisi, senso di appartenenza, prospettive escatologiche.

Proprio Max Weber aveva però sostenuto che “in un’organizzazione sociale in cui gli individui vengono sempre più deprivati della loro soggettività, del sacro e di tutto ciò che non può essere calcolato, l’amore si presenta come una possibilità di ritrovare un significato delle loro esistenze”. Inoltre: “Qui sta la grande intuizione di Weber: mettere in relazione l’esperienza della modernità con la formazione di un immaginario prodotto dalle pratiche della contemporaneità, ma che trascina con sé il desiderio di assoluto, del mistico che sembrava invece spazzato via per sempre. Nelle sue riflessioni sull’amore Weber mette in luce la dialettica incantamento-disincanto. L’amore dunque come forma d’incantamento nel disincanto del mondo (D. D’Andrea, E. Donaggio, E. Pulcini e G. Turnaturi [a cura di], “Felicità italiane. Un campionario filosofico”, Bologna, Il Mulino, 2016).

Il mito dell’amore costituisce allora, soprattutto entro una postmodernità liquida e anomica, l’unico link verso la perduta trascendenza, l’unica occasione di salvezza, l’unico possibile riscatto. Ma risucchiato entro la spirale edonistica e materialistica corrente, e partecipe della sua essenza nichilistica, esso diviene mobile ed evanescente esperienza destinata troppo spesso a dissolversi alle prime luci dell’alba, magari dopo una serata in discoteca e una intimità troppo affrettata per essere autentica. Anche il mito dell’amore allora attraversa una sua forma di demitizzazione, trasformandosi metamorficamente in violenza, cinismo, consumo, indifferenza. Dal cinema ove esso trionfa come amore romantico, ma anche come tradimento, ambivalente intreccio, rinascita, alle cronache rosa e nere che pullulano di amori esibiti come eterni, e consumati sulla pubblica piazza mediatica nel breve volgere di un’estate, ma anche di efferati omicidi – e soprattutto femminicidi – perpetrati da ex-mariti, ex-compagni, ex-fidanzati. L’amore, come unico mito di trascendenza, diviene troppo spesso una soffocante prigione dell’immanenza.

Eppure, se tutto sembra riconducibile ad una mancanza di senso di appartenenza, ecco che anche le più diverse manifestazioni di declino e degrado possono ascriversi al prevalere di quel paradigma tecnicistico ed efficientistico che raffreddando di valore e di significato compiuto la vita umana, sia nella forma individuale che associata, generano indifferenza e cinismo verso attitudini come la gentilezza, la compassione, la partecipazione, la condivisione e la solidarietà. Questo è il vero problema dell’uomo di oggi. Posto che egli assuma un atteggiamento operativo e pragmatico verso il reale, egli vedrà solo bisogni da soddisfare e, anche quando li interpreti in un’ottica altruistica, lo farà entro una accezione di fatto materialistica e tecnica, atta a individuare modalità di risposta a sollecitazioni tangibili, trasformando anche le istanze spirituali in istanze meramente psicologiche, cui rispondere, per esempio, con una semplice terapia più che con la prossimità del cuore.

È pertanto molto difficile per l’uomo smaliziato di oggi, che concepisce il sapere nell’ottica di un baconiano potere sulle cose stesse, risintonizzarsi con il linguaggio dell’interiorità, riscoprirne la grammatica profonda, familiarizzare con l’intimità di relazioni autentiche, sperimentando la gratuità dell’amicizia e della condivisione, perché una logica tende a seguire il proprio corso e a percorrerlo sino in fondo, e nella nostra civiltà il predominio di una logica scientifico-tecnica tende quasi inerzialmente a condurre verso una spersonalizzazione dei rapporti e ad una loro modulazione prettamente funzionalistica.

Non sarà dunque facile riappropriarsi delle ragioni profonde della propria umanità, ed occorrerà un diuturno sforzo di riscoperta e rimotivazione di quella intelligenza intuitiva, affettiva, empatica, antropologica e sociale, ma io direi – prima ancora –metafisica, che ci mette in rapporto con le anime e le essenze delle cose, con la loro bellezza indecifrabile, con la loro bontà intrinseca, con la verità di cui risplendono insomma, e che costituisce proprio quell’ambito che – in certo qual modo precluso alla scienza – ci si dischiude sommamente nell’arte e nella poesia, nel pensiero critico e nella grande spiritualità, negli affetti più cari e nell’ontologia profonda. Questa intelligenza, cui nessuno sembra più interessato quando elabora test per l’ammissione a delicate professionalità, è in realtà la facoltà precipua che abbiamo da allenare se vogliamo conservare la nostra umanità salvando la nostra civiltà dall’autodissoluzione.

Se l’attuale aumento planetario nell’utilizzo di intelligenza artificiale sta producendo ingenti preoccupazioni per la salvaguardia di posti di lavoro a rischio, ma anche per la conservazione di quelle che sono da sempre prerogative dell’umano stesso, l’antidoto alla disumanizzazione crescente sembra proprio risiedere in una rinnovata attenzione all’hic et nunc della nostra esistenza. Umanizzare la vita non è, come può sembrare, la decisione di un istante, ma comporta un apprendistato, un impegno, un esercizio che si dipana giorno dopo giorno, tanto più difficile quanto le sirene di una tecnologia avvolgente e pervasiva si intrudono continuamente nella nostra vita, con strumenti informatici e digitali che non ci danno tregua, ci seguono dovunque depredandoci non solo dei nostri dati ma anche della nostra intimità.

Osservo spesso passeggiando per le vie del mio quartiere come la maggior parte dei giovani, ma anche molti adulti, che incrocio per strada, camminino con gli occhi fissi sul proprio smartphone o con auricolari o cuffie al volto, e constato come essi stiano perdendo la capacità di ascoltare il rumore della strada, della natura intorno, l’abbaiare di un cane, il suono improvviso delle campane, il soffio del vento o lo zampillare di una fontana, ma soprattutto la possibilità di incrociare lo sguardo o il saluto dell’altro, e di abitare realmente il proprio territorio assimilandone gradualmente una geografia intima e affettiva. Abituati in tal modo sin dalla prima infanzia, le loro intelligenze percettive rischiano di subire una orribile mutilazione: sensibili ai rutilanti richiami fra immagini e suoni del web, esse diverranno cieche, sorde e mute rispetto a quelli dell’essere e della sua recondita bellezza, del suo mistero profondo. Come voleva Heidegger, di fronte al fiume Reno vedranno solo le sue potenziali centrali idroelettriche, ma non coglieranno mai l’arcano delle sue acque.

Personalmente mi sento un po’ come gli indiani d’America sopravvissuti all’epopea del West, depositari cioè di una arcaica sapienza della vita che andava dissolvendosi con loro, di fronte a una civiltà aliena che li avrebbe colonizzati e distrutti. E tuttavia non dispero di trasmettere al vento una parola che giunga da qualche parte, a rendere ancora una volta possibile, per qualcuno, un nuovo inizio.

Il filosofo polacco Leszek Kolakowski affermava che “… è solo per il sacerdozio, per la profezia, per le azioni della fede vivente che la partecipazione umana al sacro si conserva e si rafforza” (“Gesù. Saggio apologetico e scettico”, Le Lettere, 2023), ad indicarci che non v’è alcuna fiducia esistenziale se non negli atti e attraverso gli atti dell’esistenza stessa, che a loro volta producono altra fiducia e altra esistenza, espressioni di una parola che, come quella divina, è prima di tutto prassi, azione efficace, testimonianza trasformatrice del reale in quel luogo salvifico circoscritto dalla luce trasfigurante del mito.

(da Claudio Sottocornola, Quella voglia di vivere che non c’è più, in “Quella voglia di vivere che non c’è più. Emergere dal disincanto postmoderno”, Oltre Edizioni, 2026, versione integrale pp. 50-58)