ALEXANDRA ZAMBÀ
Date parole al vostro dolore se volete che il
vostro cuore non si spezzi.
Shakespeare
Silenzio dirupo
dove i ricordi si agglomerano in una matassa di cui non ho il filo.
Nel frastuono continuo delle notizie che ci attraversano ogni giorno – guerre, omicidi, scandali, violenze reiterate fino all’assuefazione – Sillabario del silenzio irrompe come una fenditura netta. Non informa: espone. Non commenta: scava. È un libro che costringe a rallentare, a fermarsi, a sostare in un luogo che la cultura dominante preferisce evitare.
Scritto da Monica Guerra, Ksenja Laginja, Cinzia Marulli, Marta Parisi, Silvia Rosa, Laura Scaramozzino, Anna Tabbia, Sillabario del silenzio è un’opera corale che raccoglie voci di scrittrici affermate chiamate a misurarsi con un nucleo comune: l’infanzia violata. Abusi sessuali, violenze psicologiche, sopraffazioni affettive, tradimenti del legame primario, vissuti quasi sempre all’interno dello spazio domestico, là dove la protezione dovrebbe essere garantita e invece si rovescia nel suo opposto.
Il silenzio evocato dal titolo non è un vuoto, ma una presenza costante e ingombrante. È il vero protagonista del libro. Un silenzio stratificato, imposto, interiorizzato; un silenzio che non nasce dall’assenza di parole, ma dalla loro impossibilità. È la forma che assume la ferita quando non trova un linguaggio condivisibile. È la materia con cui queste scrittrici lavorano, scavando su una superficie di significati offuscata, segnata da strappi, bruciature, crepe, come nelle tele di Alberto Burri, dove la lacerazione diventa forma e la distruzione si converte in atto espressivo. Questo sillabario non è un abbecedario rassicurante. Non insegna a leggere il mondo così com’è, ma a rinominarlo. Attraverso un metodo sillabico, frammentario, ostinato, tenta di ricostruire una lingua spezzata, di restituire nominabilità a ciò che l’ha perduta. Ogni lettera è un varco, ogni parola un tentativo di sottrarre l’esperienza infantile alla sua condanna muta. In questo senso, il libro non racconta soltanto singole storie, ma denuncia un problema sociale, culturale e politico profondamente radicato: la violenza sistemica esercitata sulle bambine e normalizzata dal silenzio degli adulti. Pur basandosi su esperienze autentiche, le autrici filtrano il reale attraverso lo strumento letterario, evitando la mera cronaca. Offrono introspezione, densità emotiva, riflessione. Il focus non è sull’evento in sé, ma sulla personalità trasformata dal trauma, sul corpo che ricorda, sulla lingua che fatica a dire.
Partendo dal dato incontrovertibile che la violenza contro le bambine è diffusa, trasversale, presente in ogni contesto sociale e geografico, il testo costruisce una riflessione stratificata. Gli abusi fisici e psicologici, la manipolazione affettiva, la svalutazione costante vengono restituiti attraverso un linguaggio che non cerca l’effetto, ma la precisione emotiva. Le brevi lettere che compongono il libro assumono così una densità multidimensionale: parlano al corpo, alla memoria, all’inconscio del lettore, invitandolo a entrare nel mondo sommerso del terrore infantile, là dove la supremazia dei ‘grandi’ diventa legge non detta.
La scrittura è lo strumento centrale di questa operazione. Uno scandaglio doloroso e sensibilissimo, un mezzo di conoscenza, un’esplorazione radicale dell’interiorità. Attraverso la scrittura, il sé può emergere dalle zone d’ombra; le emozioni rimosse, taciute o negate trovano finalmente una forma. Il mondo dei bambini, spesso percepito come semplice o trasparente, si rivela qui nella sua complessità indecifrabile, segnato da contraddizioni che nessuno ha aiutato a nominare.
Le storie di madri e figlie che attraversano il libro sono intrise di una violenza spesso tacita, ma pervasiva. Oscillano tra brutalità e rassegnazione, tra desiderio di protezione e tradimento del legame. Il rapporto madre-figlia emerge come uno spazio ambivalente, carico di tensioni irrisolte, dove l’amore convive con l’incapacità di vedere, di ascoltare, di intervenire. Scrive Ksenja Laginja: Così spezzata a metà, in quel mare è iniziato tutto, un gioco di tensioni tra sospesi e sottesi, che ci ha animato come marionette. E ancora, nel dialogo silenzioso con la madre: Il mio essere, simile per certi versi al tuo, e la distanza feroce che intercorre tra due anime e due corpi può estendersi per così tanto tempo, con una misura pari agli anni luce. Qui la frattura non è solo biografica, ma ontologica: una separazione che attraversa il tempo e continua a produrre effetti.
Le sette autrici entrano nell’ambiente alieno della solitudine e della vergogna delle bambine che furono intrappolate. Non lo osservano dall’esterno: lo abitano. Cercano di dare senso alla violenza, senza mai semplificarla. E arrivano, inevitabilmente, alla scrittura come ultimo spazio possibile di restituzione. La loro è una denuncia dello strapotere degli adulti sulla fragilità infantile. Le storie trascinano il lettore dentro la complessità degli abusi: la realtà raccontata è difficile da com-prendere e ancora più difficile da metabolizzare, tanto è sconcertante, tanto è incompatibile con l’immagine idealizzata dell’infanzia. La tessitura del libro affronta un groviglio di stati d’animo generati da insulti, minacce, sarcasmo offensivo, svalutazione costante, manipolazione e discredito. Le donne-bambine entrano nella camera oscura del silenzio: una dimensione che rimbomba di angoscia e scava nel disagio profondo del vivere. La loro polifonia si manifesta in un corpus di particolari strazianti, alla ricerca di un codice che renda comunicabile l’inimmaginabile. Scrive Marta Parisi: Non so quando sono caduta per la prima volta nel silenzio-dirupo, i ricordi si agglomerano in una matassa di cui non ho il filo. E nel dialogo interiore con la nonna aggiunge: A volte rimango così sola nel mio grumo, sovrastata da tutte le parole che non ho detto, da farmi io stessa dirupo. Qui il silenzio non è più solo contesto: diventa identità.
Scrive Silvia Rosa: La lingua mi era stata strappata, messa in un vasetto d’oblio, ma era viva e continuava a crescere…. La lingua mutilata, esiliata, torna come corpo estraneo, si nutre di rabbia, si moltiplica fino a diventare parola affilata. Il linguaggio stesso porta i segni della violenza subita.
Il senso di colpa che attraversa il testo, l’idea di essere mostruosa, inconsistente, sbagliata, non è prodotto da una colpevolizzazione esplicita, ma dal silenzio stesso. In assenza di riconoscimento, la bambina deduce di essere la causa di ciò che accade. Judith Butler parlerebbe di una responsabilizzazione forzata del soggetto vulnerabile: il peso di un ordine simbolico fallimentare viene interiorizzato da chi ne subisce le conseguenze.
Cinzia Marulli con la voce della bambina che fu, restituisce la vergogna interiorizzata: Caro Diario, se ti scrivo adesso è perché devo dirti un segreto brutto, che non posso raccontare a nessuno. (…) Cielo, se lo sapesse papà mio, troppa vergogna, troppa vergogna. Oh, che dolore!
Le narrazioni passano dalla prima alla terza persona, spesso si sdoppiano. La bambina del racconto si riflette in due figure antitetiche che si rincorrono o si osservano a distanza, come attraverso uno specchio incrinato. È la rappresentazione della scissione identitaria, della dissociazione come strategia di sopravvivenza. Una presenza viva e insieme inafferrabile, che richiama il perturbante freudiano.
Anna Tabbia racconta una normalità famigliare attraversata dalla paura e dall’angoscia, mentre la bambina osserva il mondo dal davanzale del suo silenzio. Tocca il tasto della “normalità” famigliare di genitori che le vogliono bene, ma rivela anche il volto di una mamma umorale piena di paure e fantasmi che la tengono prigioniera: Intrappolata qui dentro come la mosca nella plafoniera di plastica, pensavo all’altra settimana quando siamo scappati tutti e tre in auto per sfuggire a chi voleva rapirmi e per rifugiarci nel Veneto…
Laura Scaramozzino costruisce un legame con un personaggio dei cartoni animati, unico depositario possibile dei segreti: Sai, Conan, se fossi più coraggiosa, anche a me piacerebbe viaggiare. Però, ho sempre tanta paura. Paura che lei, mia mamma, mi aspetti sulla soglia di casa con la faccia scura e il battipanni in mano. Lei non vuole crescere per non entrare nel mondo degli adulti dove vivono persone mostruose e rivela: Non credo che il futuro sia un bel posto.
Monica Guerra abita, senza un seme di bene, atmosfere oniriche e inquietanti come nei quadri metafisici di Giorgio de Chirico che nascono dalla combinazione di elementi in cui scene apparentemente normali si trasformano in immagini misteriose e destabilizzanti. Scrive: ma una sera dopo tanti anni ho disegnato il mare sotto il grande letto, onde pacate sopra i miei gorghi dove l’azzurro ha preso il posto del cemento. (…) E questa lettera a singhiozzo è solo una macchia unta su un foglio, non conosce le parole per dire: basta, aiuto, salvezza. Per dire i pugni che mi hai dato in pieno volto ogni volta che qualcosa all’improvviso, ogni volta che un oggetto è fuori posto.
L’abuso prospera dove la bambina è “peso piuma”. Dove è educata a non disturbare, a non occupare spazio, a non esigere attenzione. La bambina buona, obbediente, silenziosa è il terreno perfetto: non perché sia più fragile, ma perché è stata allenata a non credere che ciò che sente meriti risposta. Così il male non ha bisogno di minacce esplicite. Basta un richiamo al carattere, alla reputazione, al decoro familiare, al fatto che il “ci si può dimenticare di lei” rappresenti la virtù di ogni brava bambina.
E quando l’abuso avviene accanto all’amore – una nonna che rimbocca le coperte, una benedizione sussurrata, una casa che protegge – la bambina viene costretta a un’operazione impossibile: deve tenere insieme il sacro e lo sporco, la cura e la violenza, senza strumenti per separarli. Non può accusare senza distruggere tutto ciò che ama. Allora interiorizza. Si fa dirupo lei stessa. Trasforma il corpo in un luogo da abbandonare, da anestetizzare, da rendere invisibile.
L’abuso alle bambine non ruba solo l’infanzia. Ruba il diritto alla domanda. Nel testo la domanda “mi vuoi bene?” è centrale, perché è la domanda che nessuno ha saputo ascoltare. Le bambine abusate non chiedono vendetta, chiedono riconoscimento. Vogliono sapere se è possibile essere amate senza condizioni, se esistono anche quando non sono comode, anche quando parlano. Per questo tante sopravvivono con un senso di colpa senza colpa. Pensano di essere mostruose, inconsistenti, sbagliate. Non perché l’abuso lo dica esplicitamente, ma perché il silenzio intorno lo conferma. Il mondo, tacendo, sembra dire: se fosse davvero successo qualcosa, qualcuno se ne sarebbe accorto. E allora la bambina conclude che il problema deve essere lei. Inoltre, l’abuso sessuale sulle bambine non può essere letto come una devianza individuale o un evento eccezionale. I femminismi contemporanei e i trauma studies mostrano come esso si inscriva in un ordine simbolico che lo rende possibile e spesso irrappresentabile nel momento in cui accade. L’abuso non viola solo un corpo: produce soggettività segnate dal silenzio, dalla scissione, dall’invisibilità. Michel Foucault ha mostrato come il potere operi attraverso dispositivi che stabiliscono ciò che può essere detto, visto e riconosciuto. In questa prospettiva, il silenzio che circonda l’abuso infantile non è una semplice omissione, ma un effetto del potere. Il corpo della bambina non è privo di parola: è collocato in una zona in cui il discorso non è autorizzato. Butler ha sottolineato che non tutte le vite sono ugualmente riconosciute come degne di lutto, di parola, di protezione. Il corpo della bambina, educato alla discrezione e al non-ingombro, è un corpo la cui esperienza fatica a essere riconosciuta come sapere. Questa precarietà ontologica rende l’abuso più facilmente ignorabile. La famiglia, come hanno mostrato i femminismi, non è sempre uno spazio protettivo. Può funzionare come istituzione disciplinare, fondata sulla sacra-lizzazione dei legami di sangue e sul rispetto dell’autorità adulta. Come scrive Adrienne Rich, parlare significherebbe non solo denunciare una violenza, ma minare l’intero ordine affettivo da cui la bambina dipende. E Judith Herman ricorda che il trauma nasce dal fallimento della testimonianza. Quando l’esperienza non trova un testimone affidabile, resta incorporata. La dissociazione, lungi dall’essere una patologia, è una strategia di sopravvivenza. Il senso di colpa che molte sopravvissute riportano non deriva da una colpa reale, ma dall’interiorizzazione del silenzio. In questo contesto, la presa di parola in età adulta assume una valenza politica. Raccontare non significa semplicemente guarire, ma disattivare il dispositivo che ha reso possibile l’abuso. Ogni atto di enunciazione rompe il regime di omertà che ha portato all’essere invisibili.
Per tutte queste ragioni, Le storie di Sillabario del Silenzio hanno un valore letterario, etico e sociale profondo. Non cercano la spettacolarizzazione del dolore, ma la sua restituzione responsabile, capace di trasformare l’esperienza singola in memoria collettiva, interrogano i limiti della rappresentazione e sperimentano forme narrative capaci di avvicinarsi all’inenarrabile, aprendo nuove possibilità espressive, educano all’empatia e alla responsabilità. In questo senso, la letteratura non si limita a raccontare il mondo: contribuisce a costruire una coscienza etica.
Dare parola al silenzio è un atto di riparazione.
Il mito di Ifigenia in Aulide di Euripide illumina questa dinamica: la bambina sacrificata in nome dell’ordine collettivo, esclusa dalla decisione ma inclusa nel prezzo da pagare. Dice Ifigenia al padre tanto amato: Se l’ordine reclama sangue, io sarò silenzio. È la tragedia di chi giustifica il sistema che intanto la distrugge.
Ma il silenzio non è vuoto. È un luogo abitato da voci che hanno imparato a restare immobili per non farsi spezzare del tutto, da bambine che hanno smesso di chiedere, perché nessuno sapeva rispondere. Questo libro non restituisce ciò che è stato sottratto loro, ma attraverso uno sguardo accogliente tiene accesa una luce minima, necessaria, nel punto esatto in cui il mondo ha voltato la testa. Finché una parola rimane, finché qualcuno accetta di ascoltare senza voltarsi, nessun silenzio è perduto.


