Il Buon Pastore

Il Buon Pastore III sec. d.C.

Il Buon Pastore III sec. d.C.

PAOLO LAMBERTI

Le recenti elezioni papali hanno presentato un tourbillon di pastorali (dichiarazioni), pastorali (bastoni), pastorali (cure), tutte sgorganti dall’immagine del Buon Pastore.
Nei Vangeli sono due i passi che mostrano Gesù nelle vesti del buon pastore: nel caso della narrazione sulla pecorella smarrita, si tratta di una parabola presente nei sinottici, salvo Marco, sia pure in contesti diversi, Lc. 15,3-7 e Mt. 18,12-14, nonché nell’apocrifo vangelo di Tommaso, 107. La trattazione del Buon Pastore appare, in forma ampia, in Gv. 10,1-21, una pericope la cui natura è oggetto di discussione; dato che parabole in Giovanni non ne compaiono, la si può intendere come una metafora.
Entrambi i passi danno origine ad una tradizione iconografica già molto presente alle origini del Cristianesimo, e continuata sino ad oggi; una popolarità che agli inizi sfrutta un tema artistico presente nel mondo ellenistico, il Kriophoros, in origine una figura commemorante il sacrificio di un ariete, poi identificata principalmente con Hermes Kriophoros, ma anche con Apollo. Un tema non solo greco-romano, basti ricordare Krishna nelle vesti di pastore.
I precedenti ebraici dell’immagine sono numerosi, dall’Esodo ai Profeti ai Salmi, tutti unificati dall’identificazione del pastore in Dio e delle pecore nel popolo ebraico, sia nell’aspirazione a pascoli tranquilli che nelle immagini dei Profeti, i quali narrano di greggi disperse e bisognose di aiuto; il punto di partenza è poi certamente Abele, “pastore di greggi”, simbolo di sacrificio e caro a Dio, figura che verrà traslata su Cristo.
Attraverso i secoli questa metaforizzazione del ruolo del pastore si può ricondurre alle origini dell’allevamento come attività distinta dall’agricoltura; non sempre le due tecniche sono praticate dalle stesse popolazioni: di norma civiltà agricole lasciavano spazi minori all’allevamento, mentre nascevano gruppi di pastori in cui l’allevamento sostituiva quasi completamente l’agricoltura, dando origine a culture di tipo nomadico, che si spostavano di solito su percorsi prefissati collocati in aree marginali per la crescita delle coltivazioni.
Il pastoralismo ebraico ha le sue origini nella crisi della “globalizzazione” dell’età del Bronzo; i secoli centrali del II millennio a.e.v. vedono nel Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale la presenza di grandi istituzioni statali legate da fitti rapporti diplomatici, da alleanze e rivalità politico-militari e da vasti rapporti commerciali: si pensi al relitto ritrovato sui fondali di Uluburun (Turchia), della fine del XIV sec. a.e.v., con merci egiziane, mediorientali, egee. Tale situazione conosce un netto cambiamento in senso peggiorativo nel XIII sec. a.e.v., con la scomparsa di Hittiti e Minoico-micenei, l’indebolimento delle potenze mesopotamiche ed egizia e il tramonto delle grandi città commerciali dell’area siriana.
Come sempre i momenti di crisi offrono nuove opportunità per chi stava ai margini, come succede alle piccole città cananee della costa tra Gaza e Turchia, che emergeranno con il termine greco di Fenicia; un fenomeno di etnogenesi avviene anche tra le popolazioni pastorali che vivevano intorno al Giordano e al Mar Morto, che integrano, piuttosto con le cattive che con le buone a dar retta alla Bibbia, le piccole città cananee, dando origine agli Ebrei e ai loro stati nell’area oggi di Israele. Il nuovo popolo mantiene però una forte tradizione pastorale, di qui la sua identificazione di Abele come il personaggio “buono”.
Storicamente le popolazioni pastorali normalmente vivono ai margini, sono considerate pericolose e disprezzate dai più organizzati stati a base agricola; però a volte, o per l’indebolirsi delle strutture statali o di solito per cambiamenti climatici che favoriscono il moltiplicarsi prima delle mandrie poi dei pastori stessi, queste popolazioni sfruttano la loro mobilità e il numero per divenire minacce o spesso per sottomettere le civiltà stanziali: quindi dietro Abele si affacciano i volti di Attila, Tamerlano, Gengis Khan, Shaka Zulu, o degli Hurriti, dei Berberi e così elencando. E al povero Caino tocca la sorte dei coolies cinesi sottomessi dai Manciù, o dei russi asserviti dai Mongoli, o dei contadini dell’ex impero romano tributari delle tribù ungare, arabe o turche.
L’immagine del Buon Pastore appare quindi non così rassicurante: nella metafora di Giovanni si intravvede la durezza di chi considera “ladri e briganti” tutti coloro che non si identificano nel pastore; e se la pecorella smarrita può offrire motivo di consolazione, rimane il dubbio sulla saggezza del pastore e su cosa succeda alle 99 pecore lasciate sole. Magari in qualche frammento di papiro comparirà una versione più completa della parabola in cui arrivano i lupi e ne massacrano una cinquantina, mentre le superstiti all’arrivo del buon pastore con la sua pecorella smarrita lo scaraventano con l’animale nel burrone più vicino. Da ho poimḗn ho kalós (il pastore buono) a ho poimḗn ho nēpios (il pastore sciocco).
La Chiesa da millenni si identifica con il buon pastore; ma il buon pastore si cura delle pecore perché prima le munge, poi le tosa e infine le macella. Come volevasi dimostrare…