CLAUDIO SOTTOCORNOLA
Terza puntata della pubblicazione in cinque puntate mensili di un Corso elettivo tenuto dall’autore il 18 marzo 2015 nel corso di un’esperienza di Autogestione presso il Liceo Scientifico “L. Mascheroni” (Bergamo), che ha per tema le nuove antropologie delineate da talent, talk, reality televisivi, la cui analisi risulta ancora di stretta attualità.
(III)
3) Quale sia la situazione attuale, con particolare attenzione alle nuove realtà consolidate di talent, reality, talk e alle nuove forme di fruizione televisiva
La fenomenologia della televisione di oggi deve fare i conti con generi e format impensabili nei decenni passati. Fra questi, la diffusione di talent di ogni ordine e tipo (musicali, coreutici, gastronomici, letterari, a tutto tondo, ecc.) segnala una tendenza dalle gigantesche implicazioni antropologiche e sociali. Intanto denuncia l’orientamento di masse (soprattutto fra i giovani), sempre più impressionanti per numero e determinazione, a volersi proporre come performer, e pertanto aventi un’immagine ideale di sé centrata sul carattere di valore, unicità o eccezionalità della propria proposta, che tende a presentarsi come esemplare, anche perché quasi sempre correlata al bisogno di una sua manifestazione pubblica e spettacolare, ma soprattutto mediatica, la cui finalità non è l’espressione e comunicazione in sé considerata, che si potrebbe rivolgere anche ad un contesto più modesto o circoscritto, ma il successo di massa, la popolarità, la visibilità, il potere e, forse, il benessere economico che potrebbe accompagnarlo garantendo una vita facile ed eccessiva.
In tali contesti si coltivano tanti narcisi (tuttavia già adeguatamente predisposti dalle rispettive famiglie e ambienti d’origine, che hanno instillato in essi il senso di una ineffabile unicità), i quali, perdutamente innamorati della propria immagine ideale, sono costretti a svilupparne una versione muscolare nella competizione che li vede scontrarsi con altri semidei, o delicati e presuntuosi avatar, pronti a sfoderare la propria irripetibilità nel canto, nella danza, nella letteratura o nello showbiz in genere. Tristi monadi che simulano stereotipati sorrisi ed energia liofilizzata ad uso di giudici a loro volta narcisi, i quali si divertono ad esercitare un potere che, a servizio di logiche di sistema, ne sancisce tuttavia di per sé il raggiunto carattere di esemplarità in un ambito o competenza (esemplarità del tutto formale e contingente al sistema stesso, s’intende)
Unica logica sembra dunque essere quella performativa, caratterizzata dalla competizione, dal conflitto, dalla eliminazione dell’avversario, e pertanto dalla vittoria del medesimo, entro una antropologia claustrofobica e totalizzante, ove peraltro la modalità secca e binaria della performance dei giudici, a loro volta autentici sovrani e despoti del valore che pretendono di impersonare, significa la indisponibilità del sistema a ipotizzare una messa in discussione delle regole, o una tematizzazione del contesto, una diversa filosofia dell’accadere. Tale modalità dell’espressione artistica e dell’intrattenimento televisivo – come del giudizio di valore sotteso al format del talent – sembra costituire una adeguata rappresentazione del conflitto e della competizione che regnano nella società tardo capitalistica occidentale, ove è lecito lottare per vincere, ma non ridiscutere il contesto, le regole, il senso, riformulandone la domanda. Ecco allora che questi disinvolti giovanotti, queste ragazze libere e disinibite, si rivelano timidi scolaretti, soldatini obbedienti – di più – schiavi destinati alla tratta del successo, per il quale sono disposti a qualsiasi rinuncia in termini di dignità esistenziale e, soprattutto, intellettuale. Ecco perché cantautori, artisti e registi degli anni ’70, in epoca di post ’68, non avrebbero compreso una logica siffatta (avevano appena imparato che “l’obbedienza non è più una virtù”), mentre per i giovani del nuovo millennio che aspirano al successo, o anche solo a un adeguato lavoro, essa diventa un prerequisito. E occorre combattere per dimostrare la propria idoneità ad obbedire, per essere poi investiti del ruolo sacerdotale di rappresentare il sistema che ci ha asserviti. Tali aspiranti divi che paiono la vittoria del sé medesimo, cioè dell’immagine narcisa di sé, sono, semplicemente, la manifestazione policentrica e antropomorfa di quel Grande Medesimo che è il capitale economico-finanziario, a cui nell’attuale fase storica obbedisce il pianeta con i suoi media. Esso ha bisogno del solipsismo del sé, della solitudine del singolo che lotta contro l’altro per la reductio ad unum di cui è espressione un certo effimero divismo, in realtà rassicurante consacrazione e conferma dell’esistente, un ordine mondiale, sociale ed economico, dove i comunicatori sono solo schiavi addomesticati degli amministratori, e questi del grande potere economico-finanziario che li ha asserviti e più spesso generati. Affermare/celebrare/rafforzare il sé medesimo in una lotta di tutti contro tutti, nel culto del Grande Medesimo, il Capitale Planetario, è il diktat o il must. Nessuno vuole più servire l’altro. Che vive e non rappresenti il capitale.
Il reality sembra invece portare la vita in scena. Forse obbedendo alla suggestione decadente di voler fare della vita un’opera d’arte? In realtà le condizioni che tale format pone alla vita sono stringenti: vi si devono escludere libri, arte, musica, spiritualità, comunicazione con il proprio vissuto affettivo (che è mediata dagli autori), mentre si riduce l’uomo alla mera vita biologica, alla conflittualità biopsichica alimentata artificialmente per fare audience, identificando l’individuo coi suoi bisogni primordiali. Molto ci sarebbe da discutere su questa esigenza che l’uomo occidentale di oggi ha di procedere alla simulazione di condizioni indotte artificialmente (vedi la sopravvivenza su un’isola, o la permanenza in una fattoria dove è presente una spia, ecc.), producendo situazioni alla fine ludiche ma potenzialmente devastanti sul piano psicologico, ad uso dell’intrattenimento di milioni di persone, evidentemente annoiate dalla vita vera come da uno spettacolo vero, e proiettate alla ricerca di evasioni labili e virtuali, artificiali ma ipnotiche e totalizzanti al punto da sostituire la vita ed anche la sua rappresentazione artistica, in virtù di una finzione meccanicistica e tecnicistica di esse. Anche in questi contesti emerge la regola della competizione, che tuttavia obbedisce a leggi standard e arbitrariamente poste dagli autori a impreziosire la malizia del gioco, che i contendenti non possono in alcun caso ridiscutere, pena l’esclusione dallo stesso, che però mette in scena l’esistenza, e non una sua ben circoscritta limitazione, come nei giochi tradizionali che si limitano ad esserne una proiezione. Anche qui vince il più forte biologicamente, colui che sa intessere trame di opportunismo sociale e talvolta seduttivo, che potrebbe peraltro coincidere con una discreta dose di banalità morale. Nel diverso trattamento che famosi e non subiscono in tali programmi si evince poi come la attuale rappresentazione televisiva distingua condizioni ontologiche diverse per le due categorie: Olimpo per i primi, gironi infernali per i secondi, che vi accedono dalla porta di servizio, come casi umani o sociali. In trasmissioni come “C’è posta per te”, risulta evidente quanto la sofferenza, la dignità, i drammi di persone perbene siano utilizzati dal mezzo televisivo per fare audience strumentalizzando gli interlocutori coinvolti e, forse, in qualche caso danneggiandone la vita privata attraverso una esibizione mediatica che non lascerà nulla come prima. Costoro sono oggetto al più di una paternalistica tenerezza che ne evidenzia fragilità e povertà, dissensi e storie intime, drammi e lacerazioni, ricevendone in cambio l’illusione di poter affrontare e risolvere un problema esistenziale, ma l’accesso al mezzo televisivo dalla porta di servizio della spettacolarizzazione della vita privata comporta quasi sempre il rientro nei ranghi del quotidiano, con lo strascico della esibizione di ciò che era intimo a livello pubblico.
Lo status del divo in tv è invece finalizzato a sancire la legittimità della piramide sociale, che egli rappresenta nella sua esemplarità gerarchica, subdolamente legittimata da una presunzione di grandezza che è in realtà artificio – invenzione – e più spesso ancora menzogna, ma che qui è contraffatta da luci, trucco e scenografie idonee alla trasformazione del divo stesso in ologramma del valore, dello status quo, della naturale gerarchia dell’esistenza che lo spettatore comune è invitato a riconoscere, anche se nella sostanza sovvertita dall’accesso clientelare e corruttivo a tale status iconico. Anche nei reality il divo è infine premiato, restaurato da trucco e luci in sala alla sua condizione primigenia, mentre l’uomo qualunque resta l’uomo qualunque, si esprime male, fa ridere o sorridere, si compatisce, è un simpatico incapace, che il comunicatore televisivo guarda e affronta con paternalismo e direttività.
Una riprova di tale meccanismo è proprio in quei programmi, che invece vorrebbero ambire ad una rappresentazione più scientifica e critica del reale, i talk show ormai dilagati su tutte le reti e a tutti gli orari. In essi è del tutto evidente un approccio autoreferenziale ai limiti della ostentazione dove, nella crisi di identità e riferimenti che coinvolge tutti gli schieramenti politici e gli indirizzi di opinione, il giro dei clienti che si celebrano e legittimano reciprocamente, a prescindere dalle appartenenze di riferimento, rievoca i sottili giochi di corte dell’Ancien Régime, ove la prossimità al sovrano di turno in banchetti, feste e ricevimenti, sanciva il ruolo e l’importanza di nobili altrimenti disoccupati e deterritorializzati, proprio come politici, esperti e opinion maker che tali talk show affollano. Il gioco dei cliché e delle parti – avatar del medesimo sistema di potere socio-economico – si sostanzia di una separatezza ostentata di costoro ( vip che “sanno”) dall’uomo comune o “gente della strada” (costoro non sanno) che, in collegamento dal territorio, sedi sindacali, aule di consigli comunali o piazze, vengono trattati con sufficienza, interrogati a intermittenza, come minorenni con diritto di parola limitato, ripresi per qualsiasi intemperanza che sarebbe invece tollerata se riferita dai personaggi famosi con “diritto di offesa”, in genere lasciati fuori da uno studio ospitale, “non hanno l’abito nuziale” della consacrazione mediatica, devono restare “là, dove sarà pianto e stridore di denti”. E ancora una volta il capitalismo al suo tramonto celebra la differenziazione sociale che lo regge stabilmente sul proprio niente, inteso agostinianamente come la privazione di un bene che ci dovrebbe essere e che non c’è, quello di una giustizia platonicamente traducibile come un semplice dare a ciascuno il suo, in quanto anima e non in quanto capitale.
(3 – continua…)
C. Sottocornola, Autogestione Liceo Scientifico “L. Mascheroni” (Bergamo)/ Saranno famosi? Talent, talk, reality… – Corso elettivo, 18 marzo 2015, ora in Saggi Pop (Marna 2018; versione integrale pp. 139-153) e in Occhio di bue (Marna 2021; versione integrale pp. 423-439)


