Potenza del rituale

(pixabay immagini gratuite)

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LAURA BONFIGLIO

Ogniqualvolta devo affrontare situazioni difficili o importanti, con persone sconosciute, che potrebbero cambiare in positivo o in negativo la mia vita o quella dei miei familiari, indosso un indumento che è stato benedetto da un frate oppure una catenina con un ciondolo che non è altro che una targhetta dorata su cui è inciso un haiku di mia creazione: questo rituale mi mette al riparo almeno dall’ansia che l’evento suscita in me se non addirittura da eventuali pericoli.
In antropologia, con ritualità si intende un insieme di atti, parole, gesti e sequenze codificate dalla tradizione che hanno un profondo significato simbolico e servono a connettere l’individuo con la dimensione del sacro, del sociale o dell’identità collettiva.
Molte persone ricorrono alla ritualità: gesti, amuleti da indossare, filtri magici o più semplicemente il segno della Croce diventano riti che li accompagneranno tutta la vita imprimendosi nella coscienza.
Secondo Ernesto De Martino, celebre antropologo e fondatore dell’etnografia moderna, le varie pratiche magiche, che si svolgevano soprattutto nel sud d’Italia come fatture, malocchi, filtri magici, hanno una radice comune: la vita degli individui si è sviluppata in un regime esistenziale difficile e precario.
Una lettura più psicologica del fenomeno suggerisce che la potenza del negativo sia legata al rischio di non essere parte della società e del mondo; la paura cioè di non essere in grado di agire in una situazione di precarietà deve essere considerata e la protezione della presenza avviene attraverso il rituale che è un insieme di tecniche riconosciute dalla tradizione e condivise dalla società, agendo mediante l’istituzione di un piano metastorico.
Cosa si intende per metastoria? Si intende un meccanismo di destorificazione del negativo che colloca l’individuo in un orizzonte sicuro dove qualsiasi tipologia di rischio è già stata affrontata e risolta, in cui il tempo è ciclico.
La storia viene quindi privata della sua valenza negativa presente e futura e del suo carattere soggettivo di originalità.
Per l’individuo la certezza che la propria situazione critica esistenziale rientri nell’ambito delle possibilità previste e risolte è sicuramente un aiuto psicologico: l’apparato magico e mistico conforta perché l’individuo, grazie ad esso, torna ad occupare il suo posto nella metastoria in un orizzonte stabile nel quale la varietà rischiosa delle possibili crisi individuali trova il suo momento di arresto.
In altre parole, quando l’individuo percepisce che non ha più un ruolo nella storia allora la sua presenza entra in crisi e il complesso magico, mitico e metastorico viene in suo aiuto e lo riscatta a livello culturale.
L’insieme dei simboli su cui si fonda l’apparato magico è funzionale alla risoluzione del negativo: un amore infelice avrà la sua spiegazione e la sua cura, e lo stesso vale per la ricerca di un lavoro che non si trova.
La crisi della presenza è un rischio che compare nella vita di ogni essere umano posto davanti a certi eventi negativi come la povertà, la necessità di emigrare, la morte e la malattia.
La magia popolare è l’ancora di salvezza per esserci nel mondo, quindi non solo un’ingenua illusione ma una risorsa attiva e terapeutica.
È lo stesso procedimento con cui agisce la religione ufficiale; l’evento viene ricondotto ad una storia ed una narrazione mitica dove mito, rito e simbolo si uniscono per risolvere la crisi e salvare l’individuo sottraendolo alla storia reale.
Le caratteristiche principali dei riti sono le seguenti:
Sequenza fissa: vengono eseguiti seguendo regole precise e prestabilite, spesso accompagnati da formule verbali o oggetti specifici.
La dimensione simbolica: a differenza delle semplici abitudini quotidiane come bere il caffè, un rito si fonda su un valore condiviso e riconosciuto dall’intero gruppo sociale.
Funzione sociale e psicologica: aiutano a rassicurare l’individuo di fronte alle incertezze della vita, a rinsaldare i legami comunitari e a segnare i grandi cambiamenti.
Esiste un legame con il mondo animale fatto da comportamenti istintivi sequenziali: nel regno animale i rituali (come le danze di corteggiamento o di territorialità) sono sequenze fisse codificate biologicamente che hanno come scopo la riproduzione e la conseguente sopravvivenza della specie.
Gli uomini condividono questa ripetizione di schemi d’azione in momenti di transizione o di stress emotivo ma i rituali umani si differenziano per l’opacità causale perché nel rito umano manca la catena causa-effetto.
Il filosofo Ludwig Wittgenstein definisce l’essere umano “un animale cerimoniale” perché carica questi gesti di significati astratti, paure, speranze, credenze religiose che vanno oltre l’utilità biologica e diventa un’infrastruttura sociale che crea identità e appartenenza; si cerca di gestire il caos e di dare ordine al mondo diventando patrimonio culturale.
Anche nel mondo dello sport ritroviamo la necessità di un rituale e molti atleti ricorrono a gesti pre-performance; quando si ripete una sequenza esatta di movimenti, questa attiva processi cerebrali e biologici che preparano il corpo alla massima efficienza del gesto e della prestazione.
Attraverso la ripetizione costante durante gli allenamenti avviene l’innesco neurochimico, chiamato trigger:
Rilascio di dopamina (che genera sicurezza), una risposta fisiologica riflessa che abbassa il battito cardiaco e regola il ritmo respiratorio.
Sincronizzazione delle onde cerebrali: durante uno stato di ansia il cervello produce onde Beta legate al pensiero logico e l’esecuzione di un loop motorio ripetitivo aiuta il cervello a switchare verso le onde alfa e theta che sono presenti anche nella pratica di meditazione profonda, durante la quale il tempo sembra scorrere più lentamente.
Disattivazione del Default mode network (che si attiva quando la mente vaga facendoci preoccupare per il futuro): il loop ripetitivo costringe l’atleta a focalizzarsi sul presente sensoriale eliminando i dubbi e i pensieri negativi parassiti.
Il cervello smette di analizzare e inizia a percepire.
Volendo concludere questo discorso sui rituali, il segreto sta tutto nella ripetizione.

(A cura di Silvia Pio)

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