Un’esperienza sincronica con una farfalla blu

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La sequenza di poesie intitolata The Blue Butterfly  (La farfalla blu) è stata concepita quando Richard Berengarten scattò la foto riportata di seguito, il 25 maggio 1985, all’esterno del museo commemorativo a Šumarice, alla periferia della città di Kragujevac nella Serbia centrale. Il museo ricorda un massacro perpetrato dai Nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Tra il 19 e il 21 ottobre 1942 quasi 2800 uomini, donne e bambini provenienti da questa città e dai paesi vicini vennero fucilati in diverse località.

Quarantadue anni dopo, mentre il poeta stava aspettando in coda per entrare nel museo, una piccola farfalla blu si fermò sull’indice della sua mano sinistra, quella con la quale scrive. Questo evento fu l’ispirazione per The Blue Butterfly. La raccolta richiese tempo per essere terminata ed ha costituito la prima parte della Balkan Trilogy (Trilogia Balcanica), pubblicata insieme a In a Time of Drought (In tempo di siccità)Under Balkan Light (Sotto la luce balcanica).

Nell’ottobre 2007 il testo venne scelto per un oratorio nella commemorazione annuale del massacro di Šumarice, nella traduzione in serbo di Vera V. Radojević, Danilo Kiš e Ivan V. Lalić (Richard Berengarten – Plavi leptir).

Qui pubblichiamo tre poesie tratte dal libro: quella che ne costituisce il titolo, ‘La farfalla blu’, ‘Nada: speranza o nulla’, e ‘Dire (primo tentativo)’. L’intera storia di come la raccolta è nata si trova nel saggio: Richard Berengarten – ‘A Synchronistic Experience in Serbia’ in inglese, scritto dall’autore stesso.

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La farfalla blu

Sulla mia mano di ebreo, nata da ghetti e shtetl,
venuta su da tombe anonime della mia gente obliterata
in Germania, Lettonia, Lituania, Polonia, Russia,

sulla mia mano generata da figlia di rifugiati,
aperta la prima volta sotto le bombe di Londra, cresciuta
nel dopoguerra al riparo nella periferia inglese,

sulla mia rosea, educata, ironica mano sinistra
di parvenu pseudo gentleman non proprio britannico
che ha imparato a scarabocchiare senza maestri

tra militaristi che leggevano il latino e giocavano a rugby
in un collegio d’élite sulle verdi colline del Sussex
e contro le mura dei chiostri della puritana Cambridge,

sulla mia mano indebolita dall’anomia, sulla mia
mano che scrive, ora d’improvviso con volontà
stesa davanti a me nel sole primaverile della Serbia,

sulla mia mano unica e vivente, tremante e turbata
da questa visitazione di maggio, come una verginale
foglia appena spuntata sulla quercia più vecchia d’Europa,

sulla mia fiera mano salda, miracolosamente
benedetta dai duemila ottocento martiri
uomini, donne e bambini caduti a Kragujevac,

una farfalla blu è caduta così dal cielo
e si è fermata sull’indice della mia
internazionale, insanguinata mano umana.

*

Nada: speranza o nulla

Come un seme portato dal vento, non radicato ancora
o petalo da un impossibile fiore di luna, che luccica,
intonso, perfetto, in un chiaro cielo notturno,

come un arcobaleno senza pioggia, come l’invisibile
mano di un essere divino tesa dal nulla
a far piovere gioia dalla traboccante cornucopia,

come un saluto di bambino, non nato, non concepito,
come un angelo, che porta un dono, un anello, un voto
come una visitazione da un’anima redenta due volte,

come una muta canzone cantata dal fantasma di nessuno
a uno sconosciuto, dolce e melodioso strumento
sepolto da millenni nella profonda caverna dell’essere,

come una parola ascoltata solo a metà, a metà ricordata,
non ancora appresa, da una lingua di straniero, che un triste
cuore brama, per schiudere le sue intime cellule,

una farfalla blu prende la mia mano e scrive
con inchiostro invisibile sulla sua pagina d’aria
Nada, Elpidha, Nadezhda, Esperanza, Hoffnung.

(L’ultimo verso ripete la parola ‘speranza’ in serbo, greco, russo, spagnolo e tedesco)

*

Dire (primo tentativo)

In quel momento, non ricordo
ma divento memoria. Sono.
E prima? Prima – la bocca senza suono
di ombre quasi mute fu quel che ascoltavo
e l’intero campo della mia vista
un cunicolo scolpito e scavato attraverso la paura.

Ora le mie orecchie risvegliate e in allerta
ascoltano attente e vigili
involucri di voci percepite e accolte intere
da quelle bocche morte, che versano il loro testamento
su venti estivi, mossi dallo strumento
della farfalla che riposa sul mio dito, e luccica.

E vedo il mattino di maggio e il sole sparare fuoco
sulle colline, che ancora brillano verdi, intatte,
e quei bambini ammassati, li ascolto come un coro,
solo scolari, che vociano.
Nulla è macchiato o monco. Tutto vale.
La materia è miracolo. Il miracolo è realtà.

L’indice dell’infinita
biblioteca della natura e della storia
sembra riversarsi su di me e il fortuito
ritrovamento di chiavi sepolte, di riferimenti
dimenticati o citazioni scomparse
riempirmi la vista, come un dono, un mistero,

tutto sembra ordinario, eppure altro,
senza confini. Il mondo non va alla deriva
ma rimane uguale, né più né meno,
a sempre, ma si accorda ora a se stesso,
e il vedere e l’udire diventano udito e vista,
spirito dentro a spirale, dimora dentro al destino.

(Traduzione di Silvia Pio)

Richard Berengarten, tre poesie da ‘La farfalla blu’, traduzione in italiano, Silvia Pio

Richard Berengarten – Three poems from The Blue Butterfly

Richard Berengarten, trois poèmes de ‘Le papillon bleu’, traduction en francais, Sabine Huynh