Leggendo “il meglio tempo” di Enzo Barnabà

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MATTEO COLLURA

Dopo averlo letto, ho deciso di conservare “Il meglio tempo. 1893, la rivolta dei Fasci nella Sicilia interna” dello scrittore e storico Enzo Barnabà, quale strumento di lavoro prezioso. Lo porrò nella mia biblioteca accanto a “Baltico”, il volume che pubblicai nel 1988 e che fu il frutto di un mio lavoro di ricerca dedicata alle miniere di zolfo.

Quello di Barnabà è un libro utile ma anche gradevolissimo nella lettura, con belle immagini e chiare cartine. Se ne ricava che tocca sempre agli emarginati la sorte di subire i soprusi, la schiavitù, la negazione dei beni e dei diritti. Tocca a loro fuggire dalla povertà e dalla violenza, come ancor oggi avviene. Si capisce anche perchè – con la bocciatura del programma dei Fasci Siciliani da parte delle classi dominanti e il ritorno, nelle campagne e nelle zolfare, ai feudali meccanismi economici preesistenti – a fine Ottocento la forbice tra le due Italie si allarghi ulteriormente.

Tra le pagine del libro, ho trovato una chicca. Lo scrittore Francesco Lanza (di Valguarnera come l’autore del libro di cui stiamo parlando) quando era molto giovane si innamorò di una misteriosa ragazza che si chiamava Jole. Scopriamo che era figlia del capitano di fanteria Francesco Boscarini, fondatore della sezione locale del partito di Crispi e di Nerina D’Amico. La signora minacciò di denunciare il marito, zelante interprete della società patriarcale del tempo, a causa delle percosse frequentemente subite. Volle essere sepolta con delle scarpette rosse. Sorprendentemente, nella Sicilia di fine Ottocento, ci fu una donna che fece propria la voglia di libertà che l’allegoria di quelle calzature esprime, precedendo di molti decenni la loro utilizzazione come simbolo contro la violenza sulle donne.

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