Il nucleo emotivo

Quadro di Marilena Morano

Quadro di Marilena Morano

PATRIZIA PECOLLO

A volte è bello pensare al lavoro del medico come a quello del giardiniere. E ai pazienti come a fiori che si rivolgono ai medici per ritrovare qualcosa di sé che hanno smarrito: l’intensità del profumo, la brillantezza dei colori, una caratteristica essenziale che fa del giacinto quel giacinto e della rosa quella rosa. Come il giardiniere, il medico è soddisfatto del suo lavoro solo quando ogni fiore da avvizzito torna a poco a poco rigoglioso e forte.

Nessun fiore paragona se stesso agli altri sentendosi di valere di più o di meno. Né la stella alpina solitaria, più preziosa per la sua rarità che per la sua bellezza, si sente inutile se nessuno sale fino a lei per ammirarla. Così il nucleo emotivo di ciascuno di noi: un germoglio in via di sviluppo. All’inizio i germogli si assomigliano un po’ tutti, però, man mano che crescono, si diversificano realizzando le loro potenzialità in base al terreno, alla luce, all’acqua che li nutre.

Chissà se il nostro nucleo emotivo originario si è sviluppato in tutta la sua pienezza o ha ancora qualcosa da scoprire e da offrire? Molti di noi non lo conoscono bene, mentre altri non sanno nemmeno di averlo; come faranno allora a proteggerlo, svilupparlo, amarlo? Impariamo a conoscere il nostro germoglio quando entriamo in contatto con gli altri: a me fa bene la luce diretta, a te la penombra, a lui tanta acqua, a lei appena un poco di umidità nell’aria …

A volte pensiamo che tutti quanti abbiano le nostre stesse necessità e cerchiamo di imporle agli altri; oppure facciamo nostre le necessità altrui; altre volte non vogliamo nemmeno conoscerle e pretendiamo che altri si occupino di soddisfarle. Eppure nessuno meglio di noi è in grado di conoscerle e averne cura.

Quando entriamo in risonanza con un altro essere vivente, quando entriamo in empatia con un altro nucleo emotivo, per un momento vibrando all’unisono con lui, scopriamo qualcosa su di noi e sull’altro: per similitudine, se mi piace, o per opposizione, se non mi piace.

Spesso il mio germoglio non mi piace, così non sopporto di vederlo specchiato nell’altro. Eppure l’unico modo per vivere in pienezza è conoscere, accettare e amare il proprio germoglio. Se lo amo, lo proteggo, lo posso anche migliorare ma per lo più dovrò imparare ad accettarlo per quel che è: un dono della vita.

Gli omeopati danno a ciascun germoglio-nucleo emotivo un nome. Quel nome è anche il farmaco omeopatico che serve al malato per guarire, cioè entrare in armonia con sé stesso insieme agli altri in un progetto evolutivo. Sia che ci piacciano molto sia che ci diano fastidio, le caratteristiche dei nuclei emotivi ci raccontano qualcosa di quel che siamo, che siamo stati o che avremmo potuto essere, perché, a differenza dei fiori, noi esseri umani possiamo fingere di essere altro da quel che siamo nel profondo, ma questo fingere ci lascia sempre insoddisfatti.

Quando ci accostiamo con empatia al nostro vero nucleo emotivo possiamo sentirci felici per averlo ritrovato ma anche irritati per non averlo saputo nascondere abbastanza bene. In fondo sappiamo che soffocare il nostro germoglio, per non soffrire o per far piacere a qualcuno che amiamo, significa soffocare la vita stessa che germoglia in noi, pur tuttavia non riusciamo a farne a meno fino a che non rischiamo davvero di perderla, la vita. Da quel momento però scopriamo che se abbiamo salvato il nostro germoglio non abbiamo più nulla da perdere e finalmente ce ne innamoriamo, come è giusto che sia.