La memoria plurale della donna mediterranea

(foto dell'autrice)

(foto dell’autrice)

RAOUDHA GUEMARA

(testo della conferenza tenuta a Cuneo il 14-3-2024 sotto l’egida dell’Alliance Française di Cuneo)

Ripetutamente siamo testimoni di cerimonie per ricordare sacrifici del passato, genocidi, massacri di civili, militari caduti per mano del nemico. Queste commemorazioni sono profondamente legate all’esercizio della giustizia dovuta alle vittime celebrate. Certamente dal punto di vista di chi celebra. Il pericolo in tali pratiche è produrre una memoria anchilosata, che si congestiona nel tempo conducendo necessariamente alle ripetizione poi alla dimenticanza. Invece, la memoria di cui parlerò oggi è una memoria che produce. Produce le basi della personalità e di conseguenza la coscienza dell’essere umano.
Questa memoria di cui parlo oggi non è materia di archivio. È antica ed è eternamente viva. Nasce nell’utero dell’umanità ed evolve continuamente grazie alle persone che essa abita e alla terra che la nutre. È plurale. La voglio considerare in un ambito geografico che ci accomuna: il Mediterraneo, e nel soggetto che la rappresenta: la donna.
 
A cosa serve la memoria?
La memoria è quella funzione che ci permette d’integrare, conservare e restituire delle informazioni per interagire con il nostro ambiente. La memoria raccoglie i saper fare, le conoscenze, i ricordi. Ecco perché è indispensabile alla riflessione e alla proiezione di ognuno di noi nel futuro.
La memoria è quella cosa che ci permette di guardare la propria vita, chiudendo gli occhi, perché si guarda dentro di sé. Di conseguenza, la memoria potrebbe essere una terapia intimista e avvincente per esaltare la propria differenza. Ci fa viaggiare attraverso le epoche ed i territori, i sapori e i profumi. È un luogo per sognare e per descrivere una realtà. Personalmente dove vado, porto con me un profumo vecchio che non uso ma so che esiste. È il profumo del gelsomino, profumo della mia terra. E dove vado raccolgo un sassolino o una pietra e me lo porto a casa. Sono i miei sassolini di Pollicino che mi permetteranno in caso di smarrimento di ricordare la mia memoria plurale di cittadina del mondo.

Che cosa è la memoria plurale?
La memoria plurale è una memoria composta che contiene tutto ciò che ci definisce. Include i nostri valori, le nostri attitudini, la nostra personalità, i nostri gusti ed altro ancora.
Prendere coscienza e assumere la propria memoria plurale permette di non trovarsi destabilizzato dalle differenze culturali degli altri né dalle osservazioni degli altri sulla propria cultura, le proprie tradizioni e la propria religione.

Perché legare la donna alla memoria e viceversa?
La donna è memoria e la memoria è il potere silenzioso delle donne.
La donna si esprime con gli occhi, guarda con il cuore e parla con le mani. Il suo ambiente mediterraneo, ricco di storia e di tradizioni multiple, le offre tutti i suoi mezzi di comunicazione.
La donna osserva, scrive, descrive, registra poi insegna o inoltra l’insegnamento ricevuto o acquisito.
Il mio contributo si rivolge alla donna mediterranea comune, non a quella che emerge con le sue realizzazioni e le sue competenze riconosciute pubblicamente e a volte su un piano internazionale.
M’interesso all’eterno femminile che è in ognuna di voi e che è in me. A quell’aspetto che è stato spesso e volentieri ignorato fino agli ultimi decenni del secolo scorso quando il mondo femminile è entrato a pieno titolo nelle preoccupazioni delle società e della politica. Si è trattato allora di tanti argomenti relativi alla donna e si è scoperta tra altre cose l’importanza del suo ruolo nella trasmissione della memoria. Si è dovuto allora ricostituire una memoria femminile. Il che significa imparare a interrogare diversamente il passato e quindi il presente. Questo fatto svela alle donne la loro memoria collettiva e consente a loro di porsi nuove domande sul passato e trovare risposte.

1. La donna e la sua memoria
In quanto individuo, la donna si riferisce alla propria memoria nuda e senza trucco. La memoria la veste e l’addobba perché è posta all’interno di una genealogia femminile mediterranea colma di storia secolare, di mitologie diverse e di civiltà varie e ricche. Allora la donna si mette all’interno della memoria.
La madre di Albert Camus che può sembrare l’opposto delle donna-memoria perché è muta, si rivela in fin dei conti la fonte della memoria per il figlio come l’autore ne testimonia nel suo romanzo Il Primo Uomo. Non parla, però raccomanda al figlio di cercare la tomba del padre morto appena sbarcato in Francia. Una tale raccomandazione diventa il filo di Arianna dell’ultima fatica di Camus nella ricerca e nella ricostruzione della memoria famigliare. Questo esempio, direi banale, illustra la realtà dato che la memoria “permette all’individuo di collocarsi all’interno della propria parentela, di prendere posto nella comunità dei parenti, vivi e morti”. Si capisce allora perché tutti concordano per sottolineare la partecipazione delle donne nella gestione della memoria familiare, il rispetto dei parenti defunti e i riti degli antenati. Infatti le donne si presentano allora responsabili del ricordo. In quanto tali, diventano l’anello di congiunzione nella trasmissione della memoria e nel consegnare la storia degli antenati. Devono comunicare e inculcare, direttamente o indirettamente, volontariamente o casualmente per trasferire il capitale memoria alle generazione future.
Si tratta di sapere in che modo lo fanno:

  • Con la memoria orale: arrivando nella famiglia del marito, la donna ne riceve la storia che deve dopo trasmettere con quella della propria famiglia ai suoi figli e anche alle nuore come l’ha fatto la suocera con lei. Perciò si mostra particolarmente attenta al prestigio famigliare e a garantire che i vivi siano degni degli antenati. Svolge anche un ruolo di mediatrice per contattare o rinnovare le alleanze. In casi urgenti ma anche gravi (richiesta di matrimoni, affari, raccomandazioni professionali fino alle questione di onore o di vendetta), contattano e trattano per appianare la strada delle trattative agli uomini che intervengono solo per ufficializzare l’accordo. In ciò, la memoria si rivela la strategia migliore perché rinchiude le parentele, le alleanze, i consensi storici e le convenzioni intramontabili. Sulla riva meridionale e orientale del Mediterraneo, anche presso le famiglie più moderne e meno legate alle tradizione, la cerimonia per chiedere la mano di una ragazza rimane ufficiale. Il ragazzo arriva con la famiglia stretta che lo presenta ufficialmente. Diventa figlio di un padre e di una famiglia che si porta garante per lui e per l’unione. Un modo per significare che la ragazza acquisisce una famiglia e ci fa il suo ingresso. Il matrimonio essendo innanzitutto una alleanza tra due famiglie. Perciò è compito del padre del ragazzo chiedere al padre della ragazza la mano di sua figlia per suo figlio. Ma spesso volentieri zii, cugini e a volte amici maschi sono presenti quando la cerimonia è allargata. In tal caso, il compito della domanda ufficiale tocca per rispetto a un parente anziano, un saggio. Il padre della ragazza dà il suo assenso, previo l’accordo della figlia. È l’unico momento in cui una delle due persone interessate entra in gioco. È la donna che deve dare il suo consenso. Il fidanzato non parla. Può anche non essere presente. Solo allora si procede alla benedizione dell’unione futura che sigilla una unione tra due famiglie diventate, dal quel momento, alleate. Le date e le procedure delle feste di fidanzamento e di matrimonio, come la scelta dei regali, dei gioielli, il corredo e tutto il resto sarà di dominio femminile, discusso nell’intimità tra le due madri, al di fuori delle orecchie indiscrete e del parere diretto degli uomini anche se sono loro che badano alle spese.
  • Con la memoria mimetica, quella dei gesti, dei segni, degli sguardi che riproducono un insegnamento muto ma quanto mai loquace che passa da una generazione all’altra. È la base della memoria affettiva che sviluppa i sentimenti dei figli già dalla nascita. È un insegnamento che passa in modo epidermico. Stimola la vista, l’udito, l’odorato e pure il tocco. Di lì l’importanza del contatto fisico nei rapporti quotidiani quando le mani e gli occhi esprimono ciò che non dice la bocca. Penso al rito del massaggio dopo il bagno del neonato prima di addormentarlo, che sia maschio o femmina. La mamma, la zia o la nonna gli massaggia tutto il corpo dalla testa ai piedini, lo fa piano, parlando, descrivendo con amore la bellezza del corpicino. Le canzoncine o le poesie popolari non mancano. Esprimono l’amore materno per questo essere che crescerà e diventerà un uomo forte o una donna bella che si sposerà e diventerà mamma a sua volta. Questo rito tanto importante per la donna le permette di completare il nutrimento del figlio e di porre sul corpo nudo poi vestito l’impronta della memoria fisica e sensuale. Altro che rischio di depressione post-partum o baby blues o di bambini che passano dalla culla al seggiolino e viceversa. Questo tipo di memoria è primordiale nell’evoluzione dell’essere mediterraneo, a maggior ragione nelle società tradizionali segnate inconsciamente dalle rimanenze dei ginecei antichi.

Le strutture tradizionali delle famiglie, la quasi permanenza del clan regionale e anche di luoghi particolari come i bagni turchi, favoriscono la continuazione dell’educazione femminile in un ambiente del tutto femminile. Questa educazione è rimasta naturale, lontana dalle influenze restrittive religiose. Prepara le femmine a sviluppare la loro sensualità e a vivere in pieno la loro femminilità. Mette in risalto i mezzi per assumerla positivamente, ma anche i futuri obblighi verso il marito, i figli e la famiglia. Vorrei fare un cenno al bagno turco che è l’erede delle terme romane. Contrariamente ai bagni pubblici, è una struttura dove si va per lavarsi e prendere il tempo per farsi piacere e curare il proprio corpo. È aperto agli uomini e alle donne in orari diversi. Le donne portano le figlie e i maschietti fino a una certa età in questo ambiente dove la nudità non è né sfoggiata né nascosta. Si può pagare il servizio di una donna che lava e fa, a scelta un massaggio. Se no, ognuna se la cava da sola, ma quando occorre, può chiedere alla vicina di ventura di passare l’argilla o il sapone dove le proprie mani non arrivano e fare la gommatura della schiena. A volte quando una donna o una ragazza non ha fretta, può aiutare la vicina a lavare uno dei figli. Il tutto in una complicità e una solidarietà del tutto femminile:
Accanto ad un insieme di divieti di promiscuità fra i due sessi, esistono pure spazi e occasioni di divertimento dove le donne ballano fra di loro (e sempre di più anche con maschi). La danza è uno svago pieno di sensualità naturale, casta o esagerata. Non ha niente a che vedere con i balli occidentali che trovano la sintonia nei passi studiati e sincronizzati di una coppia. È una espressione libera di un corpo penetrato dal ritmo della musica che lo può portare alla trance. Appena si sente una musica che ispira, si comincia inconsciamente a muovere spalle e braccia poi il corpo risponde all’appello. In occidente si ascolta religiosamente la musica perché è nata nelle chiese. Sulle rive orientali e meridionali del Mediterraneo la si esprime con le graziose ondulazioni del corpo che ritrova i suoni della natura.
Lo stesso mimetismo assicura la trasmissione di una altra memoria collettiva vale a dire la tradizione culinaria tramandata in silenzio nei luoghi domestici adatti. Gli stessi gesti, le stesse mosse che portano agli stessi dosaggi ad occhio, concludendo in una alchimia di gusti e sapori che risalgono alla notte del tempo. Ogni donna che spiega la sua ricetta è incapace di dare le misure degli ingredienti o i tempi di cottura esatti perché “fa come la mamma”. Lei ha memorizzato gesti e dosi visti e osservati ripetutamente, spesso senza neanche farci caso. Personalmente quando cucino certi piatti, mi sembra sentire la presenza fisica di mia madre. A volte la mia mano mi sembra la sua mentre ripete esattamente i suoi gesti e ritrovo quel suo modo di vivere la sua maniera di cucinare come un atto d’amore. Altro che usare il Bimby oggi o copiare le ricette su internet. 

  •  Con l’insegnamento pratico. La mente, depositaria delle tradizioni e delle regole di convivenza, viene preparata con l’insegnamento a parole e con la pratica in quanto concerne la solidarietà interpersonale, l’assistenza e il mutuo soccorso. Nascendo da uno spirito di devozione e di amore del prossimo, si tratta di un insieme di atti sociali che è sempre esistito in tutte le civiltà e non solo sulle rive del Mediterraneo. Ormai scordato nelle società moderne, questa condotta è ancora vigente ed apprezzata in quelle tradizionali sia nelle cerimonie felici o durante i periodi di lutto con una presenza fisica e materiale per almeno i primi giorni della circostanza.  Le case sono aperte, il che significa che i vicini, anche se non son invitati, possono entrare. Per le feste di matrimonio, le vicine offrono il loro aiuto effettivo per il bucato del corredo o per preparare i dolci e i pranzi e cene per la famiglia durante i giorni precedenti alla festa. Prestano loro utensili, stoviglie, sedie, tavoli o propongono di ospitare per la notte i numerosi parenti o amici arrivati da lontano. Si fermano a mangiare. In quel caso, la padrona di casa che riceve, provvede al pranzo del marito e dei figli della vicina che l’aiuta. In quanto ai casi di morte, il primo giorno e prima del funerale si usa mettere le sedie fuori, davanti a casa per gli uomini che fanno compagnia agli uomini della famiglia. Ma le donne entrano in casa, portano cibo e acqua per la famiglia e per coloro che si fermano perché la famiglia in lutto non accende il fuoco per due giorni e dunque non cucina. Il giorno del funerale (l’indomani del decesso) si fermano con le donne della famiglia che, per tradizione, non vanno al cimitero. La loro presenza è allora un sostegno morale e affettivo.

Esiste un’altra assistenza molto significativa, tipicamente caratteristica di questo mondo femminile che risale alla memoria delle origini. Si tratta del parto in casa che continua ad essere un evento che esclude il genere maschile. La partoriente è circondata durante le doglie da più donne che rivestono ruoli precisi ed efficaci da svolgere con maestria e prontezza. Ogni aspetto dell’evento è assicurato da una donna, perfino quello provveduto dalla persona anziana, saggia, portafortuna, che gestisce tutte le operazioni a volte solo collo sguardo anche se, di tanto in tanto, si sprofonda per qualche minuto nel sonno, ma comunque sta pronta a ricevere in braccio il nascituro e a benedirlo. In realtà lei è la memoria che si proietta nel futuro rappresentato dal neonato. Nel suo gesto, svolge già simbolicamente il suo ruolo di trasmettitrice della memoria. Questa pratica, ancora vigente in più regioni del Mediterraneo, si sta divulgando timidamente in certi ambienti particolari di società occidentali evolute (stranamente in Canada) perché rappresenta un momento femminile, comune alle donne, espressione perfetta della solidarietà che trae l’origine nella memoria collettiva ancestrale.

2. I non detti della memoria plurale della donna mediterranea
Non è possibile parlare della memoria senza rilevare un paradosso importante: il “non detto” e il “taciuto” della memoria..I non detti sono mantenuti gelosamente e segretamente, quasi geneticamente trasmessi. La donna ne è la guardiana come pure dei segreti e delle regole dell’omertà famigliare.
Alimentano in gran parte la memoria che determina i nostri destini e ci affligge di generazione in generazione. Diventa memoria giogo (memoria: camicia di forza). Per colpa sua, noi donne diventiamo incapaci di liberarci dagli spettri famigliari che persistono nelle nostre vite. La salvezza consiste a rimuovere tali segreti e non fuggire dalla memoria. Al contrario, bisogna scavarla anche se fa riemergere qualche demonio.
Chiarire il passato permette di comprendere il presente e di costruirsi in quanto donna. Permette di placare e calmare la memoria collettiva perché la storia di una donna non è solo una storia individuale. È anticipata da una storia collettiva con il rimosso collettivo sul passato famigliare e anche nazionale di ognuno di noi.
Nella vita, noi componiamo infatti con ciò che riceviamo. Non lo vogliamo ammettere ma è la nostra realtà di cui siamo più o meno consci. Donde la necessità a volte di muovere/rimuovere per non cadere nell’amnesia. Si tratta di un esercizio attivo che avrà una incidenza profonda sull’avvenire più che sul passato. Partendo da una memoria di silenzi, bisogna farla parlare, esprimerla per servire a tutti. Viverla come esperienza e non come un segreto da soffrire. Prendere la parola cura e guarisce.
Tale passo è primordiale per affrontare la memoria personale e privata. Queste sono certo problematiche odierne, nate nelle società moderne che favoriscono l’emancipazione e l’indipendenza della donna. Ma tirandola fuori dalla morsa del clan famigliare, l’affrontano alla solitudine, a una sorta di mal vivere che spiega il sempre più frequente ricorso ai psicologi, psichiatri o ai coach di vita.

3. La memoria in preda alla turpitudine della politica
Ci sono due fattori inerenti alla politica che vengono intaccare e compromettere la memoria plurale della donna mediterranea. Sono l’esilio e le guerre con le loro rispettive violenze.
 

La memoria e l’esilio in eredità
In esilio si può aspirare a una nuova vita? Sì certamente. Ma niente si costruisce sull’oblio.
Perciò, la parola della memoria si rivela un’arma per tutelare le generazioni future: femmine come maschi.
Le donne che emigrano portano la memoria della terra e della lingua. Anche se tentano di adattarsi alla nuova vita e al nuovo ambiente, si proiettano nella relazione col paese di origine o, più forte, nella trasmissione della propria memoria, della lingua e della cultura dei parenti ai figli cresciuti in terra d’esilio. Provvedono a far conoscere ai figli i racconti delle nonne il cui ricordo sta scomparendo. Tali culture costituiscono delle risorse preziose nella vita di queste donne e danno forma ai loro impegni. Si risale a una discendenza di donne che non hanno deciso della loro vita, ma hanno saputo tenere la testa alta. Donne piene di contraddizioni, commoventi nel loro orgoglio, accattivanti. Sono percorsi individuali che danno corpo a una società plurale. Le loro azioni vengono a arricchire le nostre esperienze collettive, a contribuire alla pluralità della nostra memoria e a far vivere la diversità. Questo concetto di diversità di cui spesso si parla in modo astratto, si trova perfettamente incarnato nel nostro contesto di studio.

Per loro, la ricerca delle proprie radici, delle proprie origini si rivela una specie di una Via Crucis o di pellegrinaggio che la persona è chiamata a svolgere. Allora devono riappropriarsi del proprio passato, sentirsi nuovamente facente parte “di una famiglia”, “di una contrada”, “di una regione” o “di un paese” e fare la pace con la propria memoria, primo passo per assumersi e fare la pace con la propria persona. Un enorme lavoro personale, chiaramente necessario, soprattutto per le famiglie che hanno vissuto l’esilio …»

L’esilio si porta in eredità. L’esilio porta via tutto. È una perdita enorme. Perché la perdita del paese natio rappresenta la perdita del passato, della gioventù, delle tombe dei cari. Ma è anche la perdita di un certo avvenire. Si vede nello sguardo spento di coloro che hanno lasciato il proprio paese. L’esilio è molto grave. Percuote gli individui su più generazioni. Fa male. Perdura. Pensate ai “Pieds Noirs”, cioè gli Europei nati e vissuti per tre generazioni in Africa del Nord. Quando questi paesi sono diventati indipendenti, loro sono andati in Francia o in Italia, la madrepatria mai conosciuta. Se l’accoglienza non è stata quella pretesa, l’adattamento non è stato quello atteso. In Francia, il problema è sempre di attualità. Ormai più di un mezzo secolo è passato dal quel “ritorno” e non si apre ancora in modo franco il dibattito su quel periodo storico. Eppure c’è una storia da guardare in faccia. È qui che interviene la memoria, perché loro vivono e continuano a vivere una guerra di memoria attraverso figli e, a volte, nipoti a cui hanno lasciato l’esilio in eredità. Ed è normale. Quando una persona non si può appoggiare ad un passato, non riesce facilmente ad andare avanti né a placare cuore e spirito.
Questo esempio specifico non è l’unico legato a un periodo storico. Si riproduce oggi e si riprodurrà ancora domani finché ci sono e ci saranno ondate di persone che attraversano il Mediterraneo passando da una sponda all’altra, portando i loro silenzi e riproducendo altri silenzi di memorie. La situazione è più complessa quando chi arriva porta con sé una lingua, una cultura, una religione e anche una natura diverse da quelle del paese che ospita. La situazione si complica quando in più dell’insegnamento materno di una memoria restrittiva, intervengono i padri per vigilare sulla memoria ancestrale delle figlie e chiudere loro ogni possibilità di liberare la propria memoria intima. Purtroppo l’attualità italiana riporta sovente tragedie di giovane cittadine italiane rinviate per forza nel paese d’origine dei genitori o semplicemente ammazzate per aver scelto di vivere secondo le norme del loro paese di accoglienza.

La memoria in martirio
Al giorno d’oggi, la memoria plurale è martoriata in terre mediterranee. Il Medio Oriente è sempre scosso da guerre civili o tra Stati e da conflitti storici che perdurano e minacciano perennemente le generazioni future. Quello israelo-palestinese è purtroppo sempre di attualità. La popolazione palestinese come d’altronde quella curda sono pesantemente implicate perciò spinte verso l’esilio. Oltre alla disgregazione dei territori e delle comunità, assistiamo ad un indebolimento degli equilibri sociali ed etnici. Le donne costrette a esiliarsi portano la loro memoria, l’unica arma a disposizione per affrontare le violenze della guerra e dell’ignoto e per ricostruirsio piuttosto ricostruire il bagno intimo in seno al quale sforzarsi di continuare a vivere anche se la tendopoli dove vivranno non ha né muri né sentimenti. Saranno come il bimbo insicuro che porterà in asilo il suo pupazzo preferito. È il loro modo di affrontare e di opporsi alla logica bellicosa.
Le donne resistono come possono alla guerra. Le donne resistono con la scrittura e testimoniano senza tregua di ciò che hanno vissuto e subito. La scrittura permette loro di resistere all’allontanamento, alla separazione e alla violenza. Nelle società oppresse dalla guerra, loro ristabiliscono il rapporto al tempo. Lela Chikani Nacouz, psicologa libanese faceva nel 1991 l’elogio delle donne in situazione di guerra civile:
«Quand tout avait basculé dans la longue nuit sanguinaire, quand les hommes avaient perdu tout point de repère, quand les jours n’étaient plus qu’une durée informe, les femmes les reliaient au temps. Eau, électricité, aliments; il est l’heure de dormir ou de manger. Elles étaient là les mères, pied sur terre dans le temps. Elles avaient assuré la survie, la continuité. Le rythme de vivre côtoyait le rythme de guerre. Héroïsme du médiocre peut-être mais pérennité» (Lela Chikhani Nacouz, Temps et espaces de guerre, in Femmes et guerres, Paris, Confluences Méditerranée, 1996, p. 30-31).

Ma c’è di peggio della guerra. Se la guerra colpisce senza guardare le vittime in faccia, le violenze subite dalle donne sono volute a freddo e ragionate per uno scopo ben preciso. Lo stupro ripetuto di ragazze e donne è un disegno previsto per farle rimanere incinte. Si tratta di una violenza fisica ma più di tutto di uno stupro affettivo e culturale, intimamente profondo perché la sua conseguenza è destinata ad infangare la memoria viscerale e ancestrale della donna come pure quella del suo gruppo. È lo stupro di un popolo e di un’etnia. Lo stupro di una memoria. Il nemico ne è ben consapevole, quindi lui agisce per cancellare questa memoria ammazzando i maschi e segnando per sempre le femmine che, portando nel grembo il figlio del nemico, daranno vita al prodotto dell’odio. Coprire d’ignominia questi gruppi significa in questo caso preciso la decadenza della memoria. La fine di una storia dopo la fine di un territorio.

Questa brutalizzazione di una parte della società mediterranea affermata nelle pratiche del presunto e malvagiamente noto Stato islamico (Daesh) si opera sul corpo e nel corpo della donna senza per niente risparmiare la sua memoria, quella parte profonda e non visiva. Il destino riservato alle donne yezidi rivela una impresa genocida, una volontà chiara di far sparire una popolazione operando la spartizione tra uomini e donne come lo è già stato in Ruanda e in Bosnia.
 
Conclusione:
Per concludere dobbiamo rilevare le deviazioni della memoria collettiva.
Il Mediterraneo ha conosciuto le guerre di religione seguite dalle guerre barbaresche, vere razzie a sfondo economico ma interpretate sotto un aspetto religioso e per finire le colonizzazioni con il loro corredo religioso fino ad arrivare al terrorismo islamico presentato come una vendetta religiosa. Certi pretendono di aver diritto a scuse ufficiali o a risarcimenti per tutti questi fatti storici. Si guadagnerebbe piuttosto ad affogare nel nostro Mediterraneo l’ascia di guerra ed instaurare la pace.
Lo stesso discorso si applica alla guerra di memoria sempre in vigore nelle terre mediterranee e dunque anche nelle diverse memorie dei Mediterranei, uomini e donne. Anche a questo punto bisogna riuscire a vivere le nostre memorie in pace nella loro diversità. Allora sì che si parlerà di una memoria mediterranea plurale in pace. Non intendo unificare tutte le memorie in una sola. Sarebbe un fraintendimento. Per poter andare avanti nella vita, ognuno di noi deve appoggiarsi al suo passato, dunque alla sua memoria. Si tratta di un passo essenziale per integrarsi in un gruppo sempre più ampio. Occorre riconciliarsi. Ma attenzione: la memoria non deve diventare il doppio spettro di ogni persona.
È necessario reinventarsi. A volte reinventarsi è più salutare di non voltarsi mai per guardare ciò che ci siamo lasciato dietro. Ma bisogna ricordare che anche nelle trasformazioni maggiori nella nostra vita, la memoria non sparisce. La possiamo far tacere od occultare momentaneamente. Ritorna sempre per percuoterci ed affliggerci nel nostro intimo e nella nostra realtà profonda. Ovviamente, ribadisco: la memoria si relaziona più con l’avvenire che con il passato. Testimoniare per trattenere il ricordo è un atto di resistenza e di sorveglianza. Chi testimonia deve necessariamente prendere atto dei pericoli che si nascondono nell’avvenire. Non basta trasmettere l’esperienza del passato. È imperativo aprire bene gli occhi, leggere tra le righe ed imparare a vivere sorvegliando la barbarie che ci attende. Dobbiamo restare vigili perché la barbarie ci abita. Oggi più che mai, siamo chiamati ad essere all’erta e proiettarci con la nostra coscienza e la nostra vigilanza, la nostra consapevolezza perché l’avvenire sia privo di ogni massacro di popolazioni. Il dovere di memoria deve essere un imperativo assoluto, irrevocabile del nostro Mediterraneo.

 

Dedica

 Questa conferenza è dedicata alla memoria di Giuliana Bagnasco. Una donna che è entrata nella mia vita, vent’anni fa e che rimarrà per sempre nello scrigno della mia memoria intima.
L’argomento come pure i dolci tunisini fatti in casa da offrire dopo la conferenza sono stati proposti da Lei durante l’ultimo incontro a casa sua, un pomeriggio di calura, due settimane prima della sua partenza.
Giuliana, dove stai, spero aver corrisposto alle tue attese.

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Raoudha Guemara è storica, specialista di Storia dell’Europa medioevale. Già docente universitaria presso la Facoltà di Scienze Umani e Sociali e più volte Professor Visitor presso L’École des Hautes Études a Parigi, l’Istituto Universitario di Scienze religiose presso l’Università di Trento e presso l’Università di Ottawa (Canada).

È autrice di numerosi articoli scientifici relativi alla storia economica e sociale del medioevo europeo e anche all’Islam e alla donna musulmana, pubblicati in libri in collaborazione con autori vari e in riviste scientifiche internazionali; sue monografie sono state pubblicate dall’Università di Tunisi (Les Arts de la laine à Vérone aux XIVè et XVè siècles, 1987, Vivre sur terre en quête du Ciel, 2011) e a Parigi (Tunis et Gênes à l’époque moderne, 2010).

Ha diretto e curato Les femmes méditerranéennes (Tunisi, 2011) e Mélanges à l’honneur du Professeur Abdelmajid Charfi (Tunisi, 2011); ha curato una raccolta degli articoli di Michele Brondino in un libro intitolato Maghreb e Mediterraneo. Terra e uomini tra un deserto e un mare (Milano, 2023).

Nel 1993 è stata nominata Cavaliere della Repubblica italiana per meriti culturali.