Ancora sull’ Epistola a Cangrande

Ancora sull’ Epistola a Cangrande

Ancora sull’ Epistola a Cangrande

PAOLO LAMBERTI

L’anno scorso è uscita una nuova edizione più che ampiamente commentata dell’Epistola a Cangrande; la cura Luca Azzetta, ampliando la precedente sua edizione contenuta nella NECOD (Nuova Edizione Commentata di Dante), che si basa sul testo critico di Cecchin (1995).
Insieme al Fiore tale Epistola è uno dei due massimi, e probabilmente irresolubili, problemi attributivi della critica dantesca. Non aiuta la tradizione testuale: nel primo caso un codice scritto e conservato in Francia è l’unico testimone del Fiore (bell’esempio di edizione alla Bédier); per l’Epistola i manoscritti sono quattrocenteschi o del ‘500, e i tre più antichi, oltretutto, conservano solo i primi 13 paragrafi, la parte dedicatoria a Cangrande, mentre solo quelli più tardi, risalenti ad un’unica famiglia, sono gli unici a conservare i paragrafi 14-90, la parte espositiva.
Questa divisione ha ispirato una posizione mediana tra i sostenitori dell’attribuzione dantesca e i suoi negatori: infatti si è pensato ad una dedica dantesca a Cangrande cui sono stati aggiunti la parte di accessus, ovvero l’introduzione all’intera opera, e il commento a Paradiso I, vv. 1-12. Come tutti i compromessi, anche questo ha i suoi problemi, in particolare il ristretto lasso di tempo per la formazione di un tale ircocervo; infatti la tradizione indiretta mostra la probabile conoscenza dell’accessus già nei commenti di Iacomo della Lana e di Guido da Pisa, sullo scorcio degli anni Venti del Trecento; conoscenza però non esplicitamente riportata ad autografia dantesca.
Il fatto che i materiali dell’Epistola circolino soprattutto in ambito toscano, in forma banalizzata, mentre l’area ravennate-veronese non sembra averne traccia, pur nella vasta produzione di carmi laudatori in memoria di Dante, fa pensare che la lettera nella sua forma attuale non fosse divulgata nell’area degli ultimi anni di vita danteschi, ma riemerga nella sua interezza a Firenze, con le chiose di Andrea Lancia verso il 1341-43.
La datazione dell’Epistola, se riportata a Dante, è riconducibile al periodo tra 1316 (arrivo a Verona del poeta) e 1321; Azzetta, correttamente credo, la restringe al periodo estate 1318- estate 1319, ovvero da quando Dante può vantare una approfondita conoscenza di Cangrande a prima dell’agosto 1319, data di una grave sconfitta del veronese, cui sarebbe improprio rivolgersi come al “vittorioso” (victorioso domino). L’ipotesi dello studioso è che Dante abbia scritto il testo anche in risposta ad un ambiente sempre più critico verso di lui, come si evince da alcuni passi polemici, e a difficoltà economiche, al fine di valorizzarsi agli occhi di Cangrande; ma le vicende politiche e militari l’avrebbero persuaso a scegliere la via di Ravenna, quindi la lettera sarebbe rimasta tra le carte dantesche.
A sostenere tale tesi è la presenza di errori e lacune comuni a tutta la tradizione, che fanno ipotizzare un originale non in bella copia, ma con note, aggiunte, lezioni doppie: insomma, uno “scartafaccio”, bofonchierebbe Croce. Simile peraltro la tradizione del Convivio, anch’esso scorretto e certamente rimasto non divulgato da Dante; è probabile che siano stati i figli a far circolare i testi non terminati dal padre, anche se Iacopo non dimostra di conoscere l’Epistola, a differenza del Comento di Pietro; anche qui mancano prove risolutive, ma entrambi i figli sono a Firenze nei primi anni Venti, Iacopo vi rimane sino alla morte.
L’edizione di Azzetta è particolarmente efficace nell’analisi formale e strutturale dell’opera, spesso criticata per le apparenti incongruenze tra le varie parti. Infatti mette in luce due caratteristiche significative: la grande padronanza delle regole dei generi, che Dante dimostra anche altrove, ed insieme la capacità di sperimentare ed andare oltre le regole, altro tratto che configura la grandezza del Dante plurilinguista e pluristilista.
Quindi avremmo la tipica struttura dell’Epistola, con le sue regole retoriche, cursus in primis: salutatio (par. 1), exordium (parr. 2-3), narratio (parr. 3-13), petitio (par. 88), conclusio (parr. 89-90). Però Dante avrebbe inserito in questa struttura, con il suo tipico sperimentalismo, una lectio, una sorta di lezione universitaria non dissimile dalla coeva (1320) Quaestio de aqua et terra, lezione che ha per argomento il Paradiso; anche qui avremmo la struttura tipica di questo genere, necessariamente diverso per stile e linguaggio dall’Epistola, ad esempio con un uso molto limitato del cursus. Si avrebbe quindi l’exordium (parr. 14-16) con citazione aristotelica; l’accessus (parr. 17-41) terminato con altra citazione da Aristotele: qui viene presentata l’intera cantica, secondo le canoniche sei parti, ovvero soggetto, autore, forma, fine, titolo e genere filosofico. Infine compare l’expositio textus (parr. 42-87) su Par. I, 1-12 con accenni ai vv. 13-22.
Rimangono due grandi questioni sul contenuto: l’oggetto dedicato a Cangrande e la qualità del commento.
Se la lettera è destinata a Cangrande, non può accompagnare il Paradiso nella sua interezza, terminato solo in limine mortis e a Ravenna e non divulgato dal poeta; non avrebbe poi senso inviarlo a Cangrande, quando si vive a Ravenna, ospiti dei guelfi Da Polenta. Dedicare solo il primo canto sarebbe sproporzionato rispetto all’enfasi dell’Epistola; si è pensato a un gruppo di canti, dato che così avvenne la “pubblicazione” delle prime cantiche: magari quelli con l’elogio di Cangrande da parte di Cacciaguida (Par. XVII) e l’invettiva contro Giovanni XXII, che lo scomunicò (Par. XVIII). Però la lettera sembra introdurre tutta la cantica. Azzetta ipotizza che Dante prometta al signore veronese un commento d’autore all’intero Paradiso, di cui offre l’accessus e un saggio sui primi versi: ipotesi interessante, ma immaginare che Dante, con ancora molti canti da scrivere, mediti già un commento imponente, lascia perplessi, al pari dell’interesse che potrebbe avere Cangrande per un’opera più adatta a chierici che a vicari imperiali.
Dove i giudizi della critica sono più controversi è sulla qualità del commento: molti hanno voluto vedervi un autore banalizzante, e ne hanno sottolineato la modestia; il commento di Azzetta sembra invece mettere alla luce una significativa densità del testo, soprattutto confrontandolo non con i moderni commenti ma con i commentatori trecenteschi, che spesso colpiscono il lettore odierno per l’ingenuità (assomigliano abbastanza purtroppo alle note delle antologie scolastiche odierne, che rispecchiano la modestia di docenti e discenti).
Al di là delle singole questioni, Azzetta rivendica con forza l’autenticità dantesca poiché al centro del commento legge la volontà del poeta di considerare il Paradiso altra cosa rispetto alle due prime cantiche, ovvero vedervi davvero un sacrato poema da valutare con l’allegoria sacra e da interpretare come Ezechiele e San Paolo: da poeta-teologo a teologo-poeta. Quindi non una fictio che finge di non essere una fictio, come in Singleton, ma un profeta autentico, alla cui profezia è stata donata una capacità poetica straordinaria.
L’edizione di Azzetta non risolve i dubbi, ma spezza una forte lancia per l’autenticità, e la sua introduzione si chiude con le parole di Montale per il settecentesimo centenario della nascita, cui non si può non consentire: «Dante non può essere ripetuto […] Poeta concentrico, Dante non può fornire modelli ad un mondo che si allontana progressivamente dal centro e si dichiara in perenne espansione. Perciò la Commedia è e resterà l’ultimo miracolo della poesia mondiale».