Richiami

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GABRIELLA VERGARI
E così, ti sei fatta viva.
Non dico sia stato un colpo ma, lo ammetto, non me l’aspettavo.
Mi hai proprio movimentato la giornata, e forse te ne dovrei essere grata, dato che non si può certo dire che l’adrenalina sia il mio forte.
D’accordo, niente di strano per chi, come me, fa da circa vent’anni la direttrice di una biblioteca regionale, in un paesino d’oltralpe, che sembra dipinto ma non si può proprio definire pulsante di vita.
Sono tornata a casa dopo tutto, sebbene, da quando mi sono giunte le tue semplici parole di contatto, mi continui a ronzare per la testa un rumoretto di fondo.
Uno di quei pensieri intrusivi e molesti cui sono abituata da tempo e che però, questa volta, sembra proprio voler assumere le sembianze di un piccolo tarlo.
Uno di quelli che stanno là, magari silenti e sopiti per anni, e all’improvviso si destano e provano a smantellarti le pazienti costruzioni di decenni di volenteroso impegno interiore.
Ho fatto bene, alla fine?
Era proprio quello che avrei voluto?
Oppure ho soltanto sbattuto, dietro di me, una porta?
Mentre mi lampeggiava davanti, nero su bianco al computer, ho riletto il tuo messaggio non so quante volte, alla ricerca di che, mi domando?
E perché continua a darmi tale fastidio?
In fondo non mi hai scritto niente di particolare.
Cosa posso avvertire di tanto minaccioso in quel tuo: Ciao, sono Patrizia, tua cugina, ti ricordi di me? Ho spesso provato a rintracciarti e internet mi ha infine aiutato. Chissà quante cose ti saranno successe da quando hai lasciato la Sicilia. Mi farebbe davvero piacere conoscerle e riprendere un po’ il filo della nostra bella amicizia passata. Ti abbraccio caramente.
Caramente, che razza di avverbio (proprio da vecchia signora d’altri tempi), sei andata ad infilare tra queste tue gentili parole d’affetto, che percepisco innocue come una vipera al sole, purché non venga disturbata.
O forse non sono le tue parole, ma io che mi sento così, una vipera quieta quieta nella sua tana, distante due buone migliaia di chilometri dal sole che potrebbe riscaldarla ma anche esporla al rischio di ledere a sé e agli altri.
Mi ripeto che sto con buona probabilità esagerando.
Che è solo l’effetto del passeggero scombussolamento dovuto alla tua mail e al suo inevitabile  corollario di nostalgia per lo sfavillio dei vostri colori mediterranei, che allora mi riscaldavano l’anima e mi riempivano i polmoni di aria e di cielo.
A quattordici anni non è certo facile lasciare la propria terra, per eleggerne un’altra a patria del cuore. Eppure era andata proprio in questo modo e non avevo resistito alla tentazione di sondare di persona  l’incanto dell’isola dove mio padre era nato e di conoscere meglio la sua famiglia d’origine.
Stufa dei mie cieli uggiosi, avevo perciò da un giorno all’altro preferito la vostra Etna maestosa al grigiore del mio mondo nordico, posto al crocevia di culture diverse.
Parlavo già più lingue, dal tedesco materno al francese locale, all’italiano di mio padre, ma sentivo che le mie radici si trovavano altrove, giusto lì da voi, dove fino a quel momento io non ero stata che uno degli argomenti di conversazione preferiti di mia nonna Adalgisa, completamente assorbita dai mie progressi e dalle mie inclinazioni.
Beatrice di qui e Beatrice di là, un’adolescente minuta ma già in possesso di un palmares di diplomi e conquiste, a suo dire, straordinari.
Quando mi sono trasferita con armi e bagagli a casa sua e ci siamo per la prima volta incontrate, me lo hai confermato tu stessa, definendomi un mito della parentela.
Lo hai detto in modo tanto spontaneo da allontanarmi il sospetto mi volessi canzonare o, peggio, lasciare intendere che mi trovassi, già in partenza, odiosa.
Nulla di peggio che essere preceduta da una fama del genere, tra coetanei.
Di Catania, hai subito affermato con un sorriso leggero, non capivi cosa avesse potuto mai attrarmi tanto da farmi lasciare tutto il mio mondo alle spalle. Una scelta che, mi hai candidamente confessato, non avresti mai operato, al posto mio.
Bella forza: nella città di Verga, Brancati e De Roberto ci eri nata e non immaginavi, nemmeno in modo vago, che anche solo assaggiare una granita alle mandorle e caffè con brioche o un arancino al ragù potesse rappresentare un’esperienza esaltante per chi fosse, come me, abituata ad una dieta soprattutto di insaccati e patate.
Dal tuo punto di vista era tutto normale, addirittura banale, anche passeggiare tra la magnificenza barocca dei palazzi in pietra lavica che, dopo il cataclisma del 1693, vi costellano la città.
Senza poi dire del mare, che mi faceva capolino da tutte le parti e spuntava occhieggiando sul più bello e quando meno me lo sarei aspettato, con tutte le sfumature dei suoi verdi e dei suoi blu.
I primi mesi in questa mia nuova dimensione cittadina, li ho dunque trascorsi in un’atmosfera sospesa tra la meraviglia e lo stordimento per tutte le novità che andavo scoprendo, e pure le disfunzioni, che a tratti rilevavo, rispetto alla realtà ordinata e un po’ asettica da cui mi ero allontanata.
Poi, ricordi? – questa volta sono io a chiedertelo –, sono cominciate le gite, come si suol dire, fuori porta, prima insieme ai tuoi e in seguito con gli amici della piccola comitiva che eravamo riuscite ad aggregare.
E allora ho anche imparato a calarmi, addirittura immergermi, meglio nell’amalgama irripetibile di quello che dovrebbe essere definito un continente anziché una semplice isola.
Che anni.
Freschi di giovinezza ma anche intensi di studio e contestazione: il terrorismo flagellava l’Italia.
La morte di Moro l’abbiamo appresa dalla piazzetta di Acicastello, mentre sorbivamo un cono gigante con fragola e panna.
Siamo rimaste lì, attonite, mentre in lontananza il drammatico profilo dei Faraglioni di Acitrezza faceva da straordinario fondale al nostro sbigottimento.
Come può tanta bellezza convivere con la malvagità e la violenza del mondo?
Erano le domande con cui cominciavano a prender coscienza della sofferenza di ciò che siamo soliti chiamare storia, ma erano pure i non rari momenti di scambio tra le nostre appassionate vocazioni, tu, per la letteratura, io, per la filosofia.
Ti avevo non a caso regalato le poesie di Prevert in francese che, alla prima occasione utile, avevi ricambiato con La Repubblica di Platone, testo greco a fronte.
Né lesinavamo le occasioni di confronto su mille altre questioni o sulle lezioni che frequentavamo in due classi uguali ma in istituti diversi.
Il fallimento della prima centrale solare, nel territorio di Adrano, ci aveva, ad esempio, indotto a riflessioni appassionate sulle frontiere della ricerca e la pochezza, a volte, delle umane risorse e per lungo tempo Eurelios, quel nome dolce come una carezza che, pur evocando l’incanto degli antichi suoni, aveva finito per tingersi di fiele, si è trasformato in una sorta di codice tutto nostro e speciale.
Davanti ai resti dell’antica e gloriosa Mofeta dei Palici, a Mineo, lì dove Diodoro Siculo attesta fosse sorto il tempio dei giuramenti più sacri e solenni, abbiamo persino proclamato imperitura la nostra amicizia, che si è oggi rappresa in quel melenso caramente.
Però, tu, lo sforzo di riportarla in qualche modo a galla hai almeno avuto la voglia di compierlo, onore al merito.
E lo hai compiuto anche quando mi sono rifatta viva dopo il decennio di studio a Shangai.
L’oriente mi aveva stregato, soprattutto negli anni universitari, così, dopo la laurea, ho lasciato Catania più o meno da un giorno all’altro, come ben sai.
Ricordo ancora la tua espressione perplessa, quando sei venuta a salutarmi all’aeroporto.
Sei proprio sicura, Beatrice?
Certo che lo sono, ti ho risposto, con la sicurezza un po’ spavalda di cui stavo sempre più imparando a farmi scudo via via che prendevo congedo dalle persone più vicine, e soprattutto da Enrico, che all’aeroporto aveva preferito lasciarmi andare da sola.
Lo cercavo con gli occhi, nella incongrua ma caparbia speranza volesse farmi l’ultima sorpresa delle tante con cui aveva costellato il nostro rapporto, carico di passione e tempestoso come un tifone equatoriale.
Ma tra le teste che si affollavano nell’atrio, la sua, folta di lungi riccioli neri come allora si usava, non c’era e, del resto, quello non era l’episodio conclusivo di un film sentimentale, ma la mia vita che andava prendendo le sue nuove pieghe.
Ricacciando indietro la delusione, ti ho stretto un’ultima volta, prima di volgere verso i controlli, con il mio zaino in spalla, pronta ad abbracciare il futuro e a lanciarmi nella mia nuova avventura e sono letteralmente volata via.
Per dieci anni, giorno più, mese meno.
Ma poi, non so come, la Sicilia mi ha rivoluto indietro.
C’è stato un destino in tutto questo? Me lo sono chiesto spesso.
Una specie di filo segreto che si è teso fino a consentirmi di raggiungere le mete più lontane e poi, come un elastico lasciato andare dopo essere stato tirato al massimo, mi ha nuovamente riportato al punto di partenza, richiamandomi al mio luogo d’origine?
C’è un essere siciliani che mi si è impresso di dentro come uno stigma dello spirito e non mi ha consentito di affrancarmene, dovunque io sia stata?
Una sorta di mal di Sicilia, che duole, preme e gonfia, fino a che, ad un certo punto, e al di là della mia volontà, non mi impone di tornare ad ogni costo?
Ḕ questo che, nel tuo messaggio, mi sta tanto infastidendo?
La consapevolezza che, per quanto io stia provando a soffocarlo, un tale corso sotterraneo scaverà anche questa volta la sua strada fino al mare, per sua inevitabile vocazione?
E cosa potrebbe adesso riservarmi, se lo assecondassi?
Quando sono allora ritornata, ti ho cercato, dando per scontato che, malgrado tutto il tempo trascorso, senza nessun segno o contatto reciproco, non potessimo comunque ritrovarci estranee.
E avevo ragione.
L’incontro tra noi è stato anzi commovente, lo riconosco.
Dopo il primo momento di sorpresa per la mia telefonata che ti giungeva completamente imprevista, non hai esitato un attimo ad accogliere il mio invito a cena, con tutta la tua famiglia, e il bell’uomo che ho scoperto sarebbe presto diventato tuo marito
Ḕ stata davvero una festa reciproca, in uno scambio continuo di domande e risposte con cui abbiamo provato a riassumere tutto ciò che ci era accaduto ai due poli del mondo.
Opposti solo dalla prospettiva geografica dato che, per il resto, il percorso delle nostre vite era stato a un di presso parallelo.
Mi ero sposata sei mesi prima, sedotta nuovamente da Catania, ma soprattutto dalla capacità affabulatoria di Maurizio.
Non lo conoscevo da molto, ma quando ci eravamo incontrati, durante uno dei miei ritorni a sorpresa, nella villa taorminese di Luisa, o meglio, ai bordi della sua piscina, costellati di sdraiette di tela a strisce bianche e blu e divanetti bassi di rattan, non c’eravamo più lasciati.
Ricordo che, tra un latte di mandorla freddo, un tè al gelsomino e una limonata ghiacciata, avevamo scambiato un paio di battute sulle grandi teste di Moro, sparse lungo il bel giardino che ci attorniava, nel tentativo di concordare la versione che ci apparisse più suggestiva per giustificare la loro tradizionale presenza nelle dimore signorili siciliane.
Io sostenevo quello che avevo sentito raccontare da mio padre, cioè che si trattasse del retaggio di una tragica storia d’amore tra una nobildonna cristiana e uno schiavo musulmano.
Maurizio insisteva che ci fosse, alla base, la volontà di sottolineare la supremazia cristiana su quella moresca, sempre avvertita come minacciosa e nera per le coste dell’isola.
Chiunque fosse quel poveretto, sarei pronto a farmela tagliare, la testa, per una donna come te, aveva infine concluso, guardandomi intensamente negli occhi.
E come la prima delle allocche, mi ero subito squagliata.
Oggi sono quasi in grado di sorridere, al pensiero che mi sia venuto in mente proprio questo verbo, squagliarsi, così imparentato con la cera che tanto caratterizza la vostra festa di S. Agata. Ceri enormi che vengono man mano accesi per tutta la città e trasportati a spalla dai devoti, per essere offerti alla Patrona, in un tripudio di fuoco, fiamme e sofferenza.
Non so ben dire se, all’epoca, io fossi disposta allo stesso genere di tormento per Maurizio, ma certo non allo stritolamento che ne è seguito e in cui sono rimasta, mio malgrado, coinvolta.
Ḕ stato durissimo prendere atto, dopo appena un paio d’anni di matrimonio, che la testa tanto disinvoltamente offertami quel giorno a casa di Luisa (manco Erode con Salomè), Maurizio l’aveva preferibilmente rischiata per le incerte speculazioni commerciali che gli erano state proposte come sicurissime e ghiotte.
O adattarmi all’idea che non sarebbe stato per nulla facile avere un figlio insieme, dal momento che si era semplicemente dimenticato di parlarmi di quell’annosa complicanza degli orecchioni, che aveva contratto da adulto.
Tu, al contrario, avevi appena avuto una bambina.
Non te ne vantavi, certo, soprattutto con me, ma non riuscivi proprio a camuffare la tua gioia.
Ti vedevo accudirla.
Una volta, mi ero anzi trovata a casa tua durante il bagnetto.
Avevate giocato felici con la paperella gialla di plastica e tutto il piccolo, coloratissimo corredo acquatico che galleggiava allegramente nella vaschetta.
Alla fine avevi massaggiato e coccolato la tua piccolina con un amore squisitamente materno e i suoi gorgoglii soddisfatti di ricambio mi avevano letteralmente soffocato il cuore.
Mantenevi per il resto un atteggiamento di grande delicatezza e discrezione, che mi dava, se possibile, ancora più fastidio che se avessi sbandierato il tuo orgoglio di madre, proclamandolo ai quattro venti.
Provavi anche ad evitare con molto impegno la parola figlio e qualunque altra allusione ad una discendenza. Ed è stato proprio lì che ho cominciato a detestarti.
Il tuo tatto e la sollecita condivisione della mia infelicità hanno cominciato a darmi sui nervi.
C’è stato perfino un momento in cui ho preso a fantasticare sulla possibilità di colpirti, di schiaffeggiare quel tuo sorriso compartecipe e solidale.
Mi sembrava terribilmente ipocrita e forse, anche involontariamente, un po’ lo era.
Malgrado tutte le possibili e continue attestazioni di simpatia e solidarietà femminile, non avresti mai voluto davvero scambiare la tua condizione con la mia.
Ti saresti saldamente tenuta il tuo matrimonio sicuro e soprattutto la tua bellissima bambina che cresceva come il proverbiale virgulto e aveva, tra l’altro, un irresistibile sorriso.
Fino al giorno in cui ho sentito che la fantasia si sarebbe potuta trasformare in tragica realtà.
Tua figlia, Marcella, era arrivata trotterellando, incerta sulle gambe, fino a me, in un momento in cui me l’avevi affidata per andare a prendere chissà che in un’altra stanza.
Bofonchiando qualcosa di incomprensibile, mi aveva teso fiduciosa le braccine perché la prendessi. E lì, in quel preciso istante, ho avvertito distintamente arrivare quella pulsione.
Se le avessi dato anche solo uno spintone, sarebbe stato facilissimo mandarla a sbattere la testa per terra. Sono così vulnerabili i bambini…
Per fortuna sei rientrata nella stanza appena in tempo.
Ma io mi sono sentita un mostro.
Un abietto, terribile mostro.
Ed è da allora che non me lo perdono.
Ho fatto le valigie quella notte stessa e sono andata via.
Sparita una volta di nuovo.
Maurizio non ha nemmeno cercato di fermarmi, sapeva sarebbe stato inutile.
Abbiamo divorziato poco dopo e di lui non so quasi più nulla.
A distanza di venti e passa anni dovrei riconoscere che non lo rimpiango.
Ho incontrato Hans e sono nati Mark e Helena.
Ho realizzato molti dei miei progetti e optato per un’esistenza pacata in un centro a misura d’uomo, a pochi chilometri dalla villetta dei miei.
Almeno fino ad ora che il tuo messaggio mi ha stanato, scombussolandomi in questo modo.
Ti risponderò mai?
Ancora non lo so.
Riconosco la tentazione sia forte.
Quale altro capitolo della mia vita potrebbe voler tenere in serbo, per me, la Sicilia?
Quale ulteriore via additarmi?
La prospettiva mi spaventa ma mi affascina insieme e incuriosisce.
E mentre continuo a chiedermelo, oscillando come un pendolo di Foucault sulle opzioni  possibili, la mia mano corre da sola al mouse e digita: Ma che sorpresa, Patrizia carissima