Se accade l’imprevedibile: “La Ferocia” di Nicola Lagioia

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GABRIELLA VERGARI.

Con buona pace del politically correct, non posso dire di averlo amato. Se non altro all’inizio.

Ho letto e riletto le prime venti pagine almeno cinque volte ed altrettante ho desisto.

Convinta (ma non stupita) di essere stata mezzo bidonata dai giurati dell’ultimo Strega, l’ho lasciato per giorni e giorni sul comodino a rilanciarmi la sua scommessa (provocazione?), finché non è successo e lui ha vinto.

Perché? Indovinala grillo.

All’improvviso è scattato qualcosa o più semplicemente è giunto il momento per cui le vicissitudini della famiglia Salvemini mi si sono fatte pressanti e le ho seguite a capofitto fino all’epilogo ed al grumo dell’explicit con quel suo: “Era talmente certo della sua fortuna che scivolò nel sonno e nell’equivoco senza rendersene conto.”,  che, confesso, non sono ancora sicura di aver bene interpretato.

Anzi, se vogliamo parlare di dubbi, me ne è rimasto uno che non posso rivelare (per non “spoilerare” il testo), ma consistente alla stregua di un anello mancante – incidenti del mestiere quando si pratica il noir ed il tempo della storia viene continuamente inciso dai flash-back -, per cui non mi sarebbe dispiaciuto un pizzico in più di chiarezza.

Ed ecco (credo) il punto, ovvero il fascino ed insieme la “questione” de La Ferocia di Nicola Lagioia, con quel suo essere continuamente in bilico tra oscurità e ricercatezza o, meglio, tra rielaborazione e  ricerca, così che a volte, da lettore, ti sembra di venir chiamato (non direi alessandrinamente sfidato) a seguire il  doppio, triplo salto mortale dell’autore senza sequenze intermedie, altro che la callida iunctura di buona, vecchia ma sempreverde gloria. Perciò l’effetto è spesso sorprendente, anche se non di rado intrigante, mentre man mano le atmosfere si delineano grevi, dense soprattutto di dolore e non-detto, ed il burattinaio di turno si muove instancabile tra una manipolazione ed un “pasticciaccio” senza possibilità di riscatto, in una prospettiva forse un po’  manichea e purtroppo non nuova, anzi già molto sentita e battuta. Non è facile proporre con accenti originali le trame del potere dopo le  raffinatissime  rivelazioni-intuizioni di altri grandi maestri della penna – penso, giusto per citarne uno, allo straordinario senso della storia del manzoniano colloquio tra il Conte-zio ed il Padre Provinciale -, nemmeno avvalendosi di  sintesi dal sapore gattopardesco come l’elenco dei vari possessori della villa, acquistata dal padre-padrone Vittorio “dopo la nascita  del figlio maggiore. Il primo ad abitarci era stato un proprietario terriero sotto la dinastia borbonica. Era toccato al podestà, quindi a un vecchio senatore che cessò di reputarla saggiamente casa propria quando, sentendo tirare nel dormiveglia il filo che lo legava a Roma, attribuì notte dopo notte a ogni strappo una sillaba, così da leggere in anticipo le cronache giudiziarie dell’anno dopo”. Connivenze, corruzione, storie torbide di sesso e collusioni sono talmente all’ordine del giorno da essersi addirittura trasformate in pastura privilegiata del grottesco (basti pensare alla nauseante dirompenza di un Cetto La Qualunque.)

No, il terreno su cui il romanzo di Lagioia può risultare vincente mi pare debba trovarsi altrove

Ad esempio nel sottilissimo filo che, al di là del tempo dello spazio e dei loro stessi errori, riesce comunque ad unire un fratello ed una sorella, in una storia distruttiva e salvifica insieme.

Oppure nella discesa agli inferi di Clara, il personaggio probabilmente più complesso ed immanente, sia pure nella filigrana delle altrui rifrazioni e ricostruzioni. Una donna bella, vitale, imperscrutabile ed a proprio modo disposta a pagare a carissimo prezzo la sua generosità verso Michele, confermando in maniera tutta propria l’assioma del giornalista: “ In Italia la famiglia è sacra. Di solito la gente preferisce farsene distruggere”.

Sull’opposto versante, la sorellina Gioia, la “bimba” che, nell’incongruenza del suo nomen-omen, ci conduce fino al ciglio dell’orrido. Più che nel pater familias, determinato all’azione da tutta una serie di discutibili ma solide rivendicazioni e motivazioni personali – “ Ho sempre pensato a voi, mi dispiace se ci sono stati dei problemi” dichiarerà verso la fine -, la radice del male sembra infatti attecchire nel vuoto pneumatico della coscienza di questa deliziosa ed ignara ragazza, il cui unico orizzonte d’attesa si configura sui tweet ed i like di un profilo fake. Una tristissima, angosciante ipoteca sulle nuove generazioni, e più in generale sulle magnifiche sorti e progressive di un futuro sempre più assoggettato all’algido flusso di impersonali algoritmi.

E poi nell’elezione di un insolito, peculiare bestiario (in prevalenza rivolto  al mondo degli insetti), con volontà metaforica, certo, ma anche con la convinzione che la disciplina che più e meglio spieghi il nuovo secolo sia l’etologia, a meno che non accada l’imprevedibile e qualcuno non compia del bene “senza alcun motivo pratico”.

Nella resa, poi, di un certo tipo di luminosità in un sofferto “sentimento del Sud”, per cui “sulla strada correva l’ombra delle nuvole, e tra le ombre e il sole ondeggiava questo grosso carro. Albicocche, banane. Una verde piramide di angurie. A trainarlo, un vecchio in bicicletta. (…) Il giornalista trattenne il fiato sul sedile accanto, Michele sentì che c’era un piccolo profondo solco dentro il quale entrambi amavano il Sud allo stesso modo. Poi, quel vecchio magro che trainava un carico venti volte il proprio peso iniziarono a tradurlo da vocabolari differenti…”.

Infine nell’impegno, serio e deciso, con cui l’autore affronta la propria scommessa intellettuale, forte di una prospettiva del gioco comunicativo che si avverte non volersi mai rincantucciare né nel banalizzante né nel ruffianesco, pur nell’alea dello scontento di qualche palato.

Per fortuna.