Tabula rasa (seconda parte)

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STEFANIA VINAI

Un paio d’ore dopo, mentre la squadra tecnica conduceva i rilievi, Mauro vide arrivare il questore.
            Però, di solito farlo uscire dall’ufficio è un’impresa.
«Allora, Barbero. Mi dica.»
«Poco da dire. Non c’è niente.»
Il responsabile della squadra scientifica si avvicinò per confermare. «Niente sangue, niente impronte, nessun segno di lotta… niente di niente.»
«E allora perché mi avete chiamato?»
«Qualcuno è passato a pulire» rispose Mauro. «Sembra una sala operatoria. Nessuno tiene così pulito in casa.»
«Non riparta con quella favoletta del giustiziere, Barbero…»
«Non è una favoletta, dottore. Ne sono sicuro.»
Liguori sospirò. «Sicché lei è convinto che ci sia qualcuno che va in giro a far sparire delinquenti impuniti e poi pulisce la scena per non lasciare tracce?»
«Io pulirei, se non volessi essere preso.»
«Me lo dimostri. Mi dimostri che qua c’è stato un omicidio.» Mauro non rispose. «Appunto. Io sarei ben felice di aiutarla, ma dovrebbe portarmi qualcosa.»
Mauro si morse l’interno della guancia. «Se pensasse che sono stronzate, non avrebbe mandato proprio me a controllare.»
«Ho mandato lei per tenerla lontano dai guai, Barbero. Per suo figlio.»

*

Più tardi, mentre rientrava a casa, Mauro guidò con le mani strette sul volante. Ripensava a quella mansarda lustra, senza un granello di polvere. Non una sola traccia fisica che potesse indicare un crimine, ma il suo istinto non sbagliava.
            Quando mai mi sono sbagliato?
«Ciao, mamma.»
«Parla piano, Filippo si è addormentato.»
Mauro si avvicinò all’ovetto. Filippo aveva solo tre mesi, una testolina tonda piena di capelli scuri e i pugnetti chiusi alzati vicino al volto. Era la cosa più bella che avesse mai visto, e insieme la più terrificante.
«Vuoi che mi fermi a dormire qui? Così puoi riposare. Hai una faccia…»
«No, sto bene. Vai a casa. Stai un po’ con papà.»
Sua madre si preoccupava più per lui che per Filippo. Temeva di vederlo andare in pezzi. Non era escluso che potesse accadere presto. Annusò l’aria: sua madre aveva pulito, ma lui sentiva ancora odore di pannolini usati.
«Quella persona che dicevi…»
«La donna delle pulizie?»
«Eh. Magari chiederle se ha voglia di venire a fare una prova…»
«Domani la chiamo.»

*

Alle quattro meno un minuto Mauro buttò le gambe giù dal letto. Il tempo di infilare le ciabatte, ed ecco che Filippo aveva iniziato a piangere.
            Un cazzo di orologio svizzero, ecco cosa sei.
Il solito biberon, la solita passeggiata per il salotto in attesa del ruttino, il solito pannolino cambiato al ritmo dello stronzo del piano di sotto che batteva sul soffitto con il manico di una scopa.
            Vieni su a darmi una mano, se sei tanto bravo.
Alle quattro e un quarto, Filippo dormiva di nuovo. Mauro no. Disteso nel letto troppo grande, continuava a pensare alle parole di Liguori.
            Me lo dimostri.
            E che cazzo vuoi che ti dimostri?
Contando l’ultimo, facevano cinque. Cinque uomini scomparsi nel nulla. Cinque pezzi di merda, per come la vedeva lui. Tutta gente che avrebbe dovuto stare in galera e che invece se l’era cavata sfuggendo alle maglie troppo larghe di una giustizia impari.
Del primo nessuno si era preoccupato subito: era coinvolto con una banda di spacciatori colombiani, possibile che l’avessero fatto sparire per un regolamento di conti. Anche per il secondo nessuno si era scalmanato. Il terzo era toccato a loro. Erano andati sul posto, avevano ispezionato tutto senza trovare niente. Poi Lumicisi aveva detto quella cosa.
            Sembra la stessa faccenda di Madonna di Campagna.
Non era stato difficile tirargli fuori quanto sapeva dell’appartamento vuoto in Corso Grosseto. Non che fosse chissà quale segreto, comunque. Era tutto negli archivi. Quando aveva parlato a Liguori della teoria del giustiziere, il questore aveva alzato gli occhi al cielo. Al rientro dopo la nascita di Filippo gli avevano assegnato incarichi leggeri per tenerlo lontano dai guai, e lui era riuscito a trovare del marcio pure in un appartamento troppo pulito.
Si voltò su un fianco, serrando gli occhi per provare a dormire.
            Tanto per Liguori nessuna prova sarà mai abbastanza.

*

 Come aveva previsto, Stefano si era divertito a renderle le cose difficili. Se lo era lavorato in cucina, e un’ora e mezza se n’era andata soltanto per grattare il sangue secco dalle fughe delle piastrelle. A complicare le cose, l’appartamento era in un condominio di tre scale. Il rischio di essere vista da qualcuno mentre portava fuori la spazzatura era alto.
Sporcare dappertutto non gli era bastato, però. Quando a notte fonda era arrivata da lui per il solito resoconto, non aveva perso tempo a portarla in camera. Clara aveva lottato per non piangere mentre la prendeva alle spalle, schiacciandola contro il muro. Per tutto il tempo aveva stretto i denti per non mostrare il dolore.
Mentre si riallacciava i pantaloni, Stefano la sorprese.
«Mercoledì andiamo da lui, se vuoi.»
Parole che l’avevano gelata. Un lunghissimo mese di promesse disattese, e finalmente avrebbero cancellato dalla faccia della terra il mostro che aveva finto di volerle bene. L’uomo che si era preso il cuore di sua madre, ma che da lei aveva preteso altro.
            Mercoledì.
«Non posso.» Un pigolio, più che una risposta. «Mercoledì ho un lavoro.»
Stefano era ricco. Poteva permettersi di trascorrere le giornate eseguendo sentenze. Ma lei no, se voleva mangiare doveva rimboccarsi le maniche.
«Fa niente. Ci andremo un’altra volta.»
Clara chiuse gli occhi. Quel fa niente diceva tutto: il suo patrigno sarebbe tornato in fondo alla lista. Si chiese se ci sarebbero mai andati davvero.

*

 Nell’ultimo mese ce n’erano stati altri tre. Il modus operandi invisibile era sempre lo stesso: la feccia scompariva, l’appartamento era immacolato. Alla fine persino Liguori aveva dovuto ammettere che c’era qualcosa di strano. Gli aveva dato il permesso di approfondire, ma senza perderci troppo tempo.
            E che cazzo approfondisco, se non ci sono prove?
Almeno casa sua aveva smesso di puzzare di pannolini usati. Sua madre aveva trovato una ragazza in gamba, una che due volte a settimana ribaltava tutto per pulire da cima a fondo. Era uno scricciolo che pesava sì e no cinquanta chili bagnati, ma quando l’aveva vista spostare il divano per passarci sotto l’aspirapolvere era rimasto a bocca aperta.
A volte era ancora lì quando lui rientrava. Non era di tante parole, ma se le chiedeva qualcosa rispondeva in maniera gentile. Sua madre la trovava una ragazza carina, lui non ci aveva proprio fatto caso.
La sera in cui sua madre uscì prima che fosse rincasato, mancava una settimana a Natale.
Si fermò all’ingresso del salotto, guardando Filippo ciucciare avidamente dal biberon. «Con me fa sempre tante di quelle storie…» Si appoggiò allo stipite, esausto. Gli voleva bene, ma a volte non riusciva a sopportarlo.
Clara sorrise, senza alzare la testa. «I bambini sono come gli animali. Sentono l’odore della paura.»
«Beh, io sono terrorizzato.» Attraversò il salotto per sedere accanto a loro sul divano. «Grazie per esserti trattenuta. Badare a lui non è nel contratto.»
«Mi piacciono i bambini.»
«Ne hai?»
Clara impiegò tanto prima di rispondere. «No. Non ne ho.»
«Dovresti averne. Hai un talento naturale.» Un altro silenzio lungo. «Non mi sono mai chiesto se ne volevo. Poi ho incontrato Lucia, e… ed era così facile immaginarsi tutto. Una casa in collina, un cane, tre o quattro bambini che giocano in giardino.» Gli occhi gli si velarono di lacrime mentre sfiorava un piedino di Filippo. «Ci sono voluti dieci anni per avere lui. E quando è arrivato…» La voce gli morì in gola. Avevano parlato della possibilità di rinunciare a lui per iniziare le cure. Gli sembrava una vita fa. Ancora adesso non sapeva cosa avrebbe scelto. Ma Lucia aveva deciso per entrambi, e a lui era rimasta solo una vita nuova da imparare un giorno alla volta.

*

 Mezz’ora dopo, Filippo dormiva nella culla. Clara tornò in cucina e trovò Mauro in piedi accanto al tavolo con un calice di vino e la pasta al forno di sua madre.
«Ti va di farmi compagnia?»
Clara ci pensò su. Era stanca. Negli ultimi giorni aveva dormito poco per stare dietro ai ritmi di Stefano. Aveva accelerato, forse per punire ancora la sua insolenza. Voleva andare a casa e dormire. Però Mauro aveva l’aria di un uomo da non lasciare solo.
«Lascia, faccio io.»
Sentì il suo sguardo seguirla mentre scaldava i piatti nel microonde e apparecchiava la tavola. Si chiese quante volte avesse guardato sua moglie impegnata negli stessi identici gesti.
            Chissà quanto gli manca.
Lo vide abbassare lo sguardo, gli occhi lucidi e le sopracciglia aggrottate. Lo guardò prendere la forchetta e rimestare il cibo caldo con fare indeciso.
«Non sono sicuro di farcela.» La voce di Mauro arrivava da un posto molto lontano. «Perché lei? Voglio dire, se doveva toccare a uno dei due…» Lasciò cadere la forchetta e spinse via il piatto, portandosi le mani al volto.
Per un istante Clara rimase immobile a fissare le spalle larghe scosse dai singhiozzi. Poi si spostò accanto alla sua sedia e lo strinse contro di sé. Le tremavano le braccia. Non ricordava di aver mai stretto un uomo a quel modo. L’unico uomo nella sua vita era Stefano, ma non era uno che si lasciava abbracciare. Non era uno che piangeva. Non era uno che crollava quando le cose si facevano troppo difficili.
Le lacrime di Mauro le bagnarono il maglione. Clara sentì qualcosa dentro di lei spezzarsi, o forse si stava ricomponendo. Le mani di Mauro scivolarono sulla sua schiena, ricambiando la stretta. Si sentì la persona giusta, al momento giusto, nel posto giusto.

*

 Due giorni dopo, un seminterrato umido. Ecco dove Stefano si era occupato del porco che andava in giro adescando bambini. C’era muffa alle pareti, escrementi di topo accanto al vecchio frigo malfunzionante. E poi sangue ovunque. Difficile. Dannatamente difficile. Doveva cancellare le tracce di Stefano facendo attenzione a preservare almeno un po’ del lerciume originario, altrimenti avrebbero subito capito che c’era lo zampino di qualcuno.
Cercò il punto meno sporco per appoggiare lo zaino. Lo aprì e fissò il contenuto: tuta, calzari, un bottiglione nuovo di candeggina. Tutte le cose che di solito la facevano sentire al sicuro. Il suo modo per rimettere ordine in un mondo storto.
All’improvviso pensò a Mauro. Al modo in cui sarebbe entrato in quel seminterrato per cercare prove che non ci sarebbero state. Sapeva che si stava occupando delle strane sparizioni, per caso aveva sentito una telefonata con un collega. Immaginò i suoi occhi scuri scandagliare la stanza nel tentativo di trovare un indizio, un dettaglio fuori posto che potesse condurlo alla soluzione del caso.
Se faccio bene il mio lavoro, non ne troverà.
Aveva ancora le mani bloccate sulla zip dello zaino quando ricordò quanto fossero stati vicini quegli occhi due sere prima. A come l’avessero guardata mentre si muovevano in modo disordinato sul grande letto matrimoniale. A come si fossero chiusi un attimo prima che finisse.
Le aveva chiesto il permesso, prima. L’aveva guardata negli occhi e lei aveva sentito la domanda. Stefano non lo faceva mai. Stefano non le aveva mai stretto la mano mentre si muoveva sopra di lei. Stefano non si preoccupava mai che le piacesse. Era sempre urgente, distaccato, quasi violento. Con Mauro invece era stato inquieto e disperato. Come avrebbe dovuto essere. Le era piaciuto.
Chiuse gli occhi, sentendo una lacrima farsi strada tra le ciglia. Tirò su col naso. Riaprì gli occhi e si guardò attorno. Richiuse lo zaino e uscì, lasciando il sangue lì dov’era.

Incipit di Rosa Teruzzi
Secondo classificato al concorso “Ombre Gialle – III edizione” indetto da Biblioteca di Galliate.