Andrea In Gabbia

LORENZO BARBERIS

(Spoiler alert, as usual)

(Per un confronto tra “Andrea in gabbia” e “Alice in wonderland” vedi qui)

Venerdì 9 maggio 2014 è andato in scena anche qui a Mondovì, presso il teatro “Baretti”, il nuovo spettacolo degli Onda Larsen. Testo e regia di Lia Tomatis, che è anche l’attrice principale: titolo “Andrea in gabbia”, sottotitolo “monologo a dieci voci e un controcanto”.

Fin dal titolo l’opera gioca sul concetto di ambiguità: “Andrea” è un nome maschile in Italia, femminile all’estero, come riflette la stessa protagonista giocando sulle attese degli spettatori (che, se giunti a teatro digiuni, sarebbero più per attendersi un protagonista maschile).

L’ossimoro di un “monologo a dieci voci” con tanto di controcanto anticipa già la natura onirica dello spettacolo: a dieci voci per la pluralità di personaggi che fanno la loro apparizione, ma anche monologo interiore, onirico, come si intuisce fin dall’inizio, quando la scena si apre con il buffo Controcanto (il nome si saprà solo alla fine) su una serie di note prodotte dal Pianista che si concludono in una ninna nanna.

La gabbia del titolo, che trattiene Andrea, è ovviamente quella delle relazioni e convenzioni sociali, ma anche quella del sogno come prigione, da cui la protagonista non sembra potersi e volersi svegliare. “Alle carte t’alleni nella tetra cella”, recita il palindromo iniziale, perfetto per descrivere la situazione drammatica.

Perfino la stessa dimensione onirica non è del resto sciolta compiutamente, e potremmo quindi ritenere lo spettacolo una rappresentazione, deformata dal racconto teatrale, di un reale momento di crisi da cui si cerca con tutte le proprie forze di uscire.

I personaggi che appariranno nel flusso di coscienza della protagonista avranno comunque l’aspetto bidimensionale di carte da gioco, portati in scena da Controcanto, che fa appunto da controcanto ironico alla loro seriosa autorità. Si tratta delle varie possibili declinazioni del superego: l’Amico, il Sacerdote, lo Psicanalista, l’Intellettuale, l’Amante, il Funzionario, il Marito, il Padrone (il cavalier Volpe, detto Dané) e ovviamente, di raccordo al tutto, il Padre, figura ricorrente che parla quasi esclusivamente per lapsus freudiani.

Tali figure appaiono a un primo livello standardizzate a livelli cabarettistici, ma tale apparente banalizzazione può riscattarsi, a un secondo livello, come intenzionale ricreazione di una collezione di figurine che mostrano, pirandellianamente, l’inconsistenza delle maschere di cui popoliamo il nostro inconscio. Pirandellianamente, qui anche il superego è uno, nessuno, centomila, insomma: e l’unheimlich non è la sua dominazione, ma il fatto che è un dominio di sagome di cartone.

Tra le righe appaiono anche spunti interessanti: il fatto che il Sacerdote sia quello che più maltratti Controcanto, cercando in ogni modo di reprimerlo (e di farlo reprimere ad Andrea) suggerisce l’identificazione dello stesso con Es – anche per esaurimento delle maschere nella commedia delle parti di viennese memoria; l’Intellettuale che usa fisicamente i libri come piedistalli è una immagine sviluppata con una certa efficacia.

In modo interessante, si mantiene sullo sfondo l’ambigua accusa di infanticidio, che dopo la sua apparizione iniziale viene ridimensionata da fatto reale a pulsione inconscia. Tuttavia, sul modello di un Inception o di una Shutter Island, per riferirci a un modello filmico, non viene mai definitivamente risolto il dubbio iniziale, un’ambiguità che rafforza l’inquietudine che l’opera trasmette sotto le paillettes luccicanti di uno pseudozelig nazionale.

Nell’ipotesi che l’infanticidio sia solo simbolico (la protagonista non ha mai voluto figli, cosa per cui è messa sotto accusa dal Superego) possiamo pensare che ci troviamo semplicemente in un sogno; cosa che contrasta col senso di angoscia degli agenti psichici che si palesano metateatralmente sul finale, che sembrano intenti a un febbrile lavoro per favorire un non scontato risveglio, recitando come attori di secondo livello i vari personaggi onirici che appaiono nella mente/gabbia di Andrea.

Se invece interpretiamo l’Infanticidio come reale (e la negazione come rimozione: “non ho ucciso nessuno, semplicemente non volevo figli…” dice in sostanza la protagonista) la Gabbia mentale non sarebbe, probabilmente, puro sogno, ma magari uno stato catatonico successivo al trauma stesso, che Andrea deve superare (nella sua costante sensazione di aver dimenticato qualcosa).

Va detto che sul suo sito la compagnia propende decisamente per la prima ipotesi, ma questo è solo relativamente significativo, in quanto un testo, una volta creato, vive indipendentemente dai suoi autori, come ci ricorda Eco.

In questo, forse, è ancor più dirimente il finale ottimistico, dove Andrea, liberata finalmente dalla sua gabbia mentale dopo il rispecchiamento nel Clown, rompe la quarta parete e si allontana tra il pubblico. Ma ovviamente nulla vieta che il finale consolatorio sia illusorio, e non spazzi del tutto via le nubi di inquietudine che lo spettacolo ha saputo, meritoriamente, addensare.